mercoledì 20 maggio 2026

“Solo Pasolini solo”, una struggente vitalità

 


Che lo sterno si spezzi a duecento metri dal mare è un dolore troppo ingiusto. E forse, mentre il sangue fluiva via e tutto diventava confuso, il poeta ha sognato un altro finale, un se stesso libero di perdersi tra le onde. Accolto con entusiasmo alla Sala Pasolini di Salerno, nell’ambito del programma del Teatro Pubblico Campano, “Solo Pasolini solo”, col supporto degli effetti visuali di Luigi Marmo, vede all’opera un Claudio Di Palma dedito al copione fino all’ultima fibra, capace di trasformare ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio in un monito alla memoria come corpo vivo, attingendo forza proprio al cadavere dell’intellettuale più scomodo del panorama italiano. La scena si apre su una distesa di sabbia, dove si trovano le pietre che il protagonista disporrà in seguito in cerchio, attorno a una maglietta rossa, come dolente omaggio alla sepoltura del regista de “Il vangelo secondo Matteo”. Di Palma è chino su una macchina da scrivere, mentre tutto sembra immerso in una turbolenta distesa marina. È lì che lo ritroveremo nella conclusione dello spettacolo, che è appunto concepito come un ritorno all’origine, un tentativo di leggere inizio e fine come unico sguardo sul reale, restituendo al ricordo il proprio potere demiurgico. Lo sterrato polveroso dove Pasolini trova la morte ricorda quello delle partite a calcio da lui tanto amate e risulta, quindi, naturale immaginarlo mentre chiede a Ninetto di passargli la palla e il dischetto si trova sull’orlo del mare, quella “lastra di piombo” che diventa misteriosamente carezzevole se ci si immerge in essa. Alla dimensione marina è associabile ogni possibile simbologia: è immagine del tempo, dell’ignoto, del possibile e Pasolini è sempre rimasto solo dinanzi all’enigma della vita come dinanzi all’intollerabile ostilità di un Paese che ha sempre anteposto la cecità alla comprensione. La messinscena ha il suo cuore anche nella valenza profetica e interpretativa della parola primigenia, che è sempre parola poetica. Quando, a soli tre anni, l’autore vede i nervi scattanti dei giovinetti impegnati a contendersi un pallone, chiama “tetaveleta” questo “sentimento acutamente sensuale” e tetis, in greco, rappresenta proprio il sesso. Chiama “rupepè” la macchinina disegnata a un anno, anticipando vertiginosamente il segno di ciò che causerà la sua morte, ma tutto si presta a racchiudere in sé una verità altra da scoprire. A ridosso del 1975, anno dell’omicidio, si fa strada il post-it grazie all’intraprendenza di Arthur Fry; Roland Moreno brevetta un microprocessore per immagazzinare dati; un segnale radio rivolto all’universo da Puerto Rico comunica informazioni sul mondo umano e la Microsoft si fa implacabilmente largo. Quell’epoca, dunque, è tutta tesa alla salvaguardia della memoria esattamente come Pasolini ha cercato di non disperdere nell’anestetizzante consumismo la selvaggia vitalità, la parte pura dell’essere che ha inseguito tutta la vita in un oscillare tra luce e ombra, come nell’autoritratto a venticinque anni, dove la sagoma del ragazzo alle sue spalle e il buio che contamina il volto dello scrittore rappresentano l’urgenza di vivere e la vertigine del nulla. Anche il fiore in bocca del ritratto è a sua volta duplice, mescolando l’atto di sbocciare alla condanna del noto atto unico pirandelliano. Il corpo di Pasolini, che merita le parole struggenti di “Donna de Paradiso” di Jacopone da Todi, ha sempre generato scandalo, perché non categorizzabile. La Procura della Repubblica di Roma si scatena contro “Ragazzi di vita”. Deve scontare quindici giorni di reclusione perché il ragazzo di un distributore lo accusa di rapina. Salvatore Pagliuca lo denuncia perché in “Accattone” un personaggio porta il suo nome. “La ricotta”, nel 1963, va incontro a cinque anni di processo per vilipendio alla religione, il Decameron è oggetto di ottanta denunce per contenuto pornografico, la Procura di Benevento sequestra “I racconti di Canterbury”, per tacere dell’accanimento contro “Salò”. La solitudine di Pasolini non ha fine: se i suoi nemici hanno cercato di calpestarlo in ogni modo, l’omologazione che lo ha santificato non gli ha arrecato minore violenza. Aprirsi, senza pregiudizi, a ogni aspetto dell’esistenza è il solo modo per sottrarsi a questa trappola: ecco perché Di Palma interpreta contemporaneamente l’intellettuale, Pelosi e un testimone, mentre alcuni video ricordano i celebri interventi di Pasolini contro la società di massa. Il finale non può che essere affidato a “O me donzel”, una delle poesie pasoliniane più belle, in cui rivolgersi alla propria giovinezza dona alle origini il calore dell’epifania. La salvezza è nel ricordo, la flebile luce che si ostina a risplendere. 

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