Non bisognerebbe mai restare
da soli. È allora che i fantasmi si prendono le loro rivincite, trasformando
tutto in in un incubo. Accolta con entusiasmo dal pubblico del Teatro delle
Arti di Salerno, Giuliana De Sio ha riproposto la sua memorabile interpretazione
in “Notturno di donna con ospiti” di Annibale Ruccello. Enrico Maria Lamanna
firma una regia dal ritmo che serra la gola dello spettatore in un’opera che si
inserisce coerentemente nel percorso di Ruccello, conoscitore profondo della
solitudine e della prigionia psicologica. Clotilde in “Ferdinando” è
orgogliosamente ostaggio di un passato ormai disprezzato, il protagonista de
“Le cinque rose di Jennifer” attende qualcosa che non avverrà mai, Anna
Cappelli nell’omonimo monologo arriva a identificarsi con la casa simbolo di
uno status sociale a lungo inseguito. Adriana è a sua volta prigioniera della
sua stessa vita, schiava della televisione,
inchiodata anche dalla sua terza gravidanza al matrimonio con un
metronotte, Michele (Gino Curcione, che tratteggia con cura un personaggio
brutale e arido). che la considera una serva da portare a letto, immobilizzata
in un presente di parole ripetute, bambini, gesti consumati dalla routine.
Rimasta sola, le piombano in casa Rosanna, una compagna di scuola vittima, a
suo dire, di balordi(Rosaria De Cicco,
credibilissima femme fatale priva di scrupoli), il marito Arturo (l’abile
Andrea De Venuti) e Sandro,il nuovo compagno di Rosanna che aveva ingravidato
Adriana in gioventù (Luigi Iacuzio, sfuggente e crudele). Inizialmente
divertita dalla stranezza della situazione, la padrona di casa si troverà al
centro di un massacro complicato dal ritorno del marito e dal ricordo
del padre morto e della madre (Mimmo Esposito, del tutto a suo agio anche en
travesti) fino al tragico esito. Un momento rivelatore è il poker tra gli ospiti: il gioco degli adulti, degli scaltri, di ciò che è totalmente estraneo
alla natura di una figura interrotta, spezzata dalle sue vicende. La donna è
attorniata dalle sue proiezioni in un sofisticato squilibrio di assonanze e
antitesi. Rosanna è ciò che Adriana avrebbe potuto diventare nell’ottica
dell’opprimente madre, ovvero una manipolatrice del sesso, ma è anche la
libertà sconfinata che le è stata preclusa
e che spesso richiede un prezzo assai alto (l’aggressione, appunto) e
dunque oggetto di odio e ammirazione. Michele e Sandro diventano speculari
nell’abusare di lei, perchè non ha avuto la forza di sfuggire allo schema della
vittima: eloquente la scena in cui i tre uomini, usciti dalla doccia, hanno
tutti un asciugamano sul viso, lei ne sceglie uno e scopre attonita che si
tratta proprio del suo primo uomo. Al passato non si sfugge e nell’oscillare tra nuove e
antiche ossessioni basta una macchinina rossa (il colore del desiderio, non a
caso) per far regredire Adriana allo stadio di bambina. Uno stadio mai
superato: l’apparizione del marito o della madre quando si sta abbandonando ai
suoi istinti dimostra il senso di colpa tipico di chi non ha saputo o voluto
crescere. Arturo inoltre, l’unico che non appartiene al suo concreto vissuto,
racchiude in sé gli stereotipi del seduttore da telenovela a lungo vagheggiati
in una grigia esistenza. E anche la scelta, all’apparenza stravagante, di far
emergere i genitori dal frigo o dallo sportello di un mobile risulta logica:
chi sconta l’ostilità altrui non ha che i suoi deliri. L’abito da sposa
indossato alla fine della pièce simboleggia quel bisogno di amore e di
riconoscibilità che le è stato sistematicamente negato. L’uccisione dei figli
nel tentativo di fronteggiare la madre esprime il bisogno lancinante di
sottrarsi a tutti quei legami che l’hanno schiacciata (ma la soppressione dei
bambini non è molto diversa dalla violenza psicologica di una genitrice che non
ha voluto lasciarla essere una persona) e la folle risata mentre, coperta di
sangue, si muove sul triciclo, dimostra che il vero orrore è un susseguirsi di
giorni di piombo, in cui “le parole ce stanno, ma è cum si nun vulessero ascì”.
Nessun commento:
Posta un commento