mercoledì 30 marzo 2022
Ovadia e Vergassola, il sano sarcasmo dell’ebraismo
giovedì 24 marzo 2022
“Ditegli sempre di sì”, le parole disabitate
Ipocrite, ambigue, sfuggenti. Le parole non sono mai solamente se stesse ed è pazzia sperare che lo siano. Spettacolo giocato su un accorto senso del ritmo e su un grande affiatamento dell’intero cast, “Ditegli sempre di sì” di Eduardo De Filippo ha visto impegnata, per la regia di Roberto Andò, la compagnia Elledieffe al Teatro Verdi di Salerno. Le note de “La forza del destino” aprono e chiudono la messinscena con chiaro riferimento all’inesorabilità della condizione umana. Chi, infatti, non considera il linguaggio come una strada aperta verso l’atro, ma come semplice riflesso di una nevrosi, di un alibi, di un opportunismo, parte da se stesso e a se stesso ritorna e le distanze aumentano vertiginosamente. Le parole appaiono di fatto disabitate, sradicate da un senso condiviso. La commedia, a quel punto, è indistinguibile dalla tragedia, come mostra la vicenda di Michele Murri (il miglior ruolo di Gianfelice Imparato, in equilibrio perfetto tra crudeltà e ingenuità), uscito dal manicomio, ma non rinsavito, e destinato a portare scompiglio nella vita della sorella (Carolina Rosi) per l’incapacità di cogliere un lato nascosto nella comunicazione. Un amico in contrasto col fratello si dichiara morto agli occhi di quest’ultimo? Eccogli arrivare una gigantesca corona di fiori. La sorella del protagonista fa gli occhi dolci al padrone di casa? Appare scontato che voglia convolare a nozze con lui. Un personaggio immagina una vincita favolosa? È già facoltoso agli occhi di Michele. Se quest’ultimo è un elemento di disturbo, non si può tuttavia affermare che il contesto attorno a lui sia sano. All’inizio della rappresentazione, le altre figure sono immobili sul proscenio, mentre Michele avanza con lenta circospezione sullo sfondo; la stessa con cui si muoverà la cameriera nell’ultimo atto, durante la gita in campagna, come se gli interpreti vivessero in una sorta di bolla che li taglia fuori dalla realtà. L’asetticità degli ambienti fa pensare a una casa di cura. Gesti e comportamenti sono spesso grotteschi, eccessivi, plateali, evidenziando quanto la normalità (ammesso che tale idea esista) sia decisamente estranea a quel che accade sul palcoscenico. Ciò che si dice, quindi, è scisso dalla concretezza, dall’autenticità, perché non ci si sottrae alla nebbia delle convinzioni radicate e dei falsi giudizi. È proprio vero che la parole sono pietre: sanno creare muri impossibili da scalare.
“Elengazissima”, lo stile secondo Drusilla Foer
Mica facile muoversi in un mondo piatto e volgare. Meglio allora rendersi icona di stile, felicemente lontani da ogni supponenza, tra Hollywood e la dignità delle signore mature, ma tutt’altro che propense a fare tappezzeria. Carisma da vendere e notevoli doti istrioniche, Drusilla Foer, al secolo Gianluca Gori, ha conquistato il pubblico del Teatro Verdi di Salerno con “Elengazissima”, il recital, su direzione artistica di Franco Godi, al fianco del pianista Loris Di Leo e di Nico Gori al clarinetto e al sax. Tra gin tonic come unico antidoto all’orrore della foto di un padrone di casa orgogliosamente in posa con Bruno Vespa e il ricordo struggente di un amico “fuori di chiave”, tenacemente legato all’amante scomparsa, la protagonista crea i tasselli di una vita sospesa tra una prospettiva ironica e malinconia. Una nonna all’apparenza tanto rigida da meritare una nicchia di Notre Dame e in realtà scatenatissima, un marito da ricordare con tenero trasporto, la curiosità di vivere tutte le esperienze possibili concorrono a tratteggiare un personaggio che sa imporsi con piacevolezza, complice la superba voce con cui interpreta grandi classici della canzone, da “I will survive” a “Almeno tu nell’universo”, da “Canto (anche se sono stonato)” a “Sognando”. Siamo certo a distanze siderali da Paolo Poli, quando la scelta di proporsi en travesti era davvero uno scardinamento sistematico di pregiudizi e ottusità, e il garbo ammiccante dei testi, proposti tra un brano e l’altro, non li rende certamente incisivi, ma il richiamo all’unicità (parola preferita a diversità, perché in nessun modo ghettizzante), al diritto a vivere liberamente la propria identità è espresso in modo coinvolgente. Accontentare la platea e al tempo stesso lanciare un sasso nello stagno; difendere ciò che segna uno scarto, ma senza allontanarsi davvero da un’ottica borghese. In una parola, leggerezza appena pensosa. Madame Foer dimostra chiaramente che l’artista è un bugiardo sincero, col quale vale sempre la pena stare al gioco.
“Il marito invisibile”, le derive del virtuale
Gentile, affascinante, capace di solleticare e di esaudire ogni desiderio tra le lenzuola, sempre pronto a trovare le parole giuste. Quale donna non si precipiterebbe a rotta di collo all’altare con un tale prodigio d’uomo? Dinanzi a tante doti, il fatto che non sia possibile percepirlo sul piano visivo diventa a dir poco trascurabile. Commedia agrodolce sulle derive del virtuale, “Il marito invisibile”, scritto e diretto da Edoardo Erba, ha aperto con successo la stagione di prosa del Teatro Verdi. Maria Amelia Monti (Fiamma) e Marina Massironi (Lorella) sono il punto di forza dello spettacolo, strutturato in funzione della versatilità e del sapiente senso del ritmo che caratterizzano le protagoniste. La storia è ambientata al tempo del lockdown, quando il flusso ininterrotto di video, post, foto, messaggi di ogni genere è divenuto una seconda pelle: non a caso, i brevi intervalli tra una fase e l’altra della vicenda sono scanditi dalla proiezione di tutto quello che le due donne vedono sul proprio cellulare, come se fosse impossibile restare, anche solo per un attimo, sole con i propri pensieri. La messinscena sottolinea subito l’ambiguo rapporto tra il reale e ciò che viaggia in rete: alle spalle delle interpreti domina il blue screen, mentre, al di sopra di esse, due schermi permettono allo spettatore di osservarle, come se partecipasse, a sua volta, alla loro videochiamata. Che dunque il video s’imponga prepotentemente nella fruizione dell’allestimento, è già un chiaro indizio della pervasione inarrestabile, e non di rado tirannica, della dimensione dei social. Elemento d’inquietudine, sia pur nella leggerezza dell’approccio, è inoltre il blue screen, che mostra di fatto il carattere fittizio dello spazio in cui le due amiche si muovono, rendendo le loro case (luogo privilegiato del vissuto) artificiali quanto la comunicazione on-line. Il marito di Fiamma, che non compare mai in scena e non la distinguerebbe da una suppellettile, dato il loro noioso e lungo matrimonio, non è certamente più reale di Lukas, il coniuge che dà il titolo allo spettacolo e conquista sia l’esuberante Lorella che la razionale e caustica amica. Se un seduttore invisibile crea sensazioni più che concrete, non solo la fame di emozioni rende superfluo distinguere materiale e immateriale, ma diviene facile pensare che il corpo (con le sue fragilità, i suoi limiti, i suoi abbagli) debba essere superato, fino a divenire libera, incontenibile energia. Lukas è un bluff : tradisce esattamente come un qualunque borghese, ma il suo rapporto con gli istinti non teme vincoli di sorta. Il definito risulta così ampiamente surclassato dall’indefinibile. Ecco allora che la smaterializzazione coinvolge prima Lorella: la dissoluzione della sua immagine inizia nel momento in cui comprende che, nonostante recriminazioni e suppliche, il marito non tornerà da lei. Mutarsi in un mare di pixel significa abbandonare per sempre la logica relazionale in cui si tenga il conto del dare e dell’avere, scegliendo dunque un modo nuovo di essere. Fiamma, che si è data a Lukas per poi respingerlo, dato l’affetto per Lorella, la segue in questo destino : chi può resistere al richiamo della libertà? Nella conclusione, le due sono ormai solo una scritta su un dispositivo, ben liete di essere ormai lontane da qualunque concetto di spazio e di tempo. Un lieto fine? A prima vista, si direbbe di sì, dato che la fuga oltre la materia è occasione di gioia. La pièce non vuole certo demonizzare quel cordone ombelicale che ormai lega noi tutti al virtuale, ma invitare a guardare con ironia agli sviluppi paradossali che un simile legame comporta. Capovolgere il dominio assoluto della tecnologia in vittoria dell’umano (Lorella e Fiamma affermano infattti che sono tantissimi ad abitare il regno dell’invisibile e a esserne deliziati) esorcizza la frustrazione della solitudine, ma non la cancella. Il felice delirio del sapersi parte della galassia virtuale riflette comunque il fallimento delle relazioni, l’incapacità di rendere fertile un contatto che non sia filtrato attraverso strumenti onnipresenti. Il blue screen, in cui siamo avvolti senza accorgercene e senza nessuna avvisaglia, è la vanità di una vita che non sa bastare a se stessa, diventando un fantasma più evanescente di quello che uno schermo ci restituisce.
sabato 19 febbraio 2022
“Mine vaganti”, la scaltrezza dell’elegia
“Andavo a teatro perché volevo essere turbato continuamente”. La frase di Toni Servillo non appartiene certo al pubblico di Ferzan Ozpetek, il più rassicurante dei registi in circolazione. L’allestimento del suo film “Mine vaganti” è stato, infatti, calorosamente accolto al Teatro Verdi di Salerno. Ozpetek possiede la scaltrezza dell’elegia : ogni conflitto, anche il più tormentato, è addolcito da toni malinconici e intimisti; ogni divario, per quanto profondo, stempera la polarizzazione nella nostalgia dell’avvicinamento. La fortunata pellicola, da cui lo spettacolo è tratto, affronta temi non semplici (la passione repressa, l’ansia di libertà, il peso del ruolo sociale, la fragilità degli equilibri) con un approccio insinuante, perfetto per lo spettatore che si accontenti di un’epidermica empatia. La messinscena ha i suoi punti di forza nell’energia scanzonata con cui Francesco Pannofino connota Vincenzo, il padre del protagonista, nel carisma di Iaia Forte, la madre borghese che tenta invano di difendersi dalle minacce alla routine, nella dolcezza della nonna interpretata da Simona Marchini, nell’accattivante dominio del palco da parte di Mimma Lovoi, Francesco Maggi ed Edoardo Purgatori, la cameriera e gli amici di Tommaso (Erasmo Genzini), la quintessenza del bravo ragazzo che catalizza un’immediata simpatia. Gli interpreti si muovono anche in platea, alludendo a un tema caro al regista turco : la famiglia, intesa come libera comunanza di affetti, cancella la distanza tra chi recita e chi assiste, mentre i tendaggi rimandano al velo della memoria che Tommaso ripercorre. Esiste tuttavia un ingombrante convitato di pietra: il pensiero del film induce a considerare ciò che è stato perso per strada. Lo spessore umano della cameriera scompare nel passaggio dallo schermo al proscenio. Alba, Luciana, Antonio e Marco, interpretati rispettivamente da Roberta Astuti, Sarah Falanga, Carmine Recano e Luca Pantini, non possiedono più la sana inquietudine rivelata nel lungometraggio, così come l’esibizione delle drag queen è ben lontana dal delizioso esibizionismo della scena filmata in spiaggia. Ogni forma artistica ha evidentemente diritto al proprio linguaggio, ma resta la sensazione di una copia sbiadita e talora didascalica. Ciò rende perciò prezioso il momento in cui l’intero cast, come dominato da un sogno, intona “Una notte a Napoli”: dopotutto, sia pur con prevedibile astuzia, è di desiderio che stiamo parlando.
mercoledì 21 luglio 2021
“Le parolacce di Dante”, viaggio nella lingua con Ovadia e Sanguineti
Un turpiloquio accartocciato su se stesso. Una fatale passione per la ridondanza. L'oblio delle proprie possibilità. Come riscattare l'italiano di oggi dal suo grigiore desolante? Tornando al Sommo Poeta, per esempio. Nel presentare, al Largo Barbuti di Salerno, l'opera “Le parolacce di Dante” di Federico Pier Maria Sanguineti, di cui ha curato la prefazione, Moni Ovadia ha ricordato che Carmelo Bene scelse Dante per rispondere alla barbarie avvenuta alla stazione di Bologna e ha evidenziato come i termini volgari abbiano ormai perduto ogni valore urticante. Quando invece erano propri dei ceti bassi e di chi li cantava, sapevano esprimere una vertiginosa vitalità, ormai estranea a quel “gergo aziendalistico” in cui si è tramutata la nostra comunicazione. “Nel 1819, il sonetto di Carlo Porta “La ricchezza del vocabolario milanese” illustra trentasei modi di definire un coglione. Siamo un Paese popolato da coglioni e non abbiamo trentasei modi per definirli”. La pochezza spirituale si riflette oggi nei vocaboli che fingono di racchiudere un contenuto razionale. Ovadia ha infatti citato il Job's Act, espressione che avrebbe dovuto essere sostituita da Labour Pact (dato che job significa impiego e act è atto del sovrano con valore di legge) e che calpesta ciò che dovrebbe disciplinare, ossia i diritti dei lavoratori. Poiché “Noi accettiamo di parlare per non dire niente”, esiste dunque una distanza siderale dalla lingua dantesca, pregnante, ricca di neologismi. Portando ad esempio l’ebraico, che non scrive le vocali prima del I secolo dopo Cristo, mantenendo cosi il suo carattere aperto, l'artista ha rammentato che “Le lingue hanno un'anima sonora”e introducono a infiniti mondi. Un degrado linguistico, quindi, non va mai sottovalutato, perché è chiaro indizio di un degrado sociale. Se poi, come se non bastasse, una società ignora nei fatti il concetto di parità di genere, si affida a una cieca ingiustizia. Sanguineti ha infatti affermato che “Il sistema scolastico è patriarcale e le scrittrici sono interpretate come un fenomeno di moda. Meno dell'1% della proprietà privata mondiale è in mano alle donne. In Francia esiste un centro studi su Cristina da Pizzano, mentre in Italia non esiste ancora nulla di simile” . Mentre a Venezia, in un contesto aristocratico, le donne hanno potere, nella Firenze di Dante, marcatamente borghese, ciò non avviene e la canzone dantesca “Doglia mi reca ne lo core ardire”, esorta a non vendersi alla borghesia, dato che il borghese compra la donna e non è capace di amare. L'autore della Commedia è in netta controtendenza rispetto alla sua epoca. “Mentre San Paolo non permette di insegnare alla donna, Dante crea su di lei un’utopia, rendendola soggetto di cultura: Beatrice infatti corregge San Tommaso e Gregorio Magno. Montanelli avrebbe voluto liberare Dante dal beatriciume: atteggiamento logico in un fascista”. L'autore della Commedia, dunque, non indietreggia dinanzi a scelte ardite, come il suono della z nel primo verso del suo poema: a dir poco sgradevole, se si pensa che, secondo Marziano Capella, è il suono che produrrebbero i teschi se potessero parlare. E le parolacce? “Nella Bibbia ci sono più puttane che padreterni e la merda predomina nel libro di Tobia -precisa Sanguineti – ma ciò che ha creato scandalo nella Chiesa è la teologia della liberazione che Dante persegue e lo spinge a immaginare, attraverso il Paradiso, ma anche attraverso la figura dell'imperatore, un mondo senza proprietà privata. A eccezione di Adriano V e di San Pietro, d'altra parte, i papi sono tutti all'inferno. Per questo scrittore, l'etica è al di sopra della filosofia”. Chi ignora le potenzialità di una lingua, ignora molte ragioni per vivere.
venerdì 9 luglio 2021
“Coppa del Santo” ,il cieco amore per un salvatore
Non si può fare a meno di un patrono in tempi tanto convulsi e ostili. E poi la predilezione tutta cattolica per la sofferenza non merita un torneo? Sarcastico attacco alle ipocrisie clericali e alla pochezza dell'italiano medio, “Coppa del Santo” ha visto impegnata con successo, al Teatro Ghirelli, la Compagnia degli Omini, nell'ambito di Mutaverso, il progetto a cura di Erre Teatro di Vincenzo Albano. Lo spettacolo, scritto da Giulia Zacchini, è concepito come un grande gioco collettivo : il pubblico, a più riprese interpellato nella scelta delle squadre e in seguito dei singoli campioni, è la “suprema giuria”, chiamata a decretare il migliore tra trentadue santi, raffigurati su altrettante carte come ironici e coloratissimi pesci provvisti di inconfondibili peculiarità: l’aspetto della goccia di sangue per San Gennaro, “tra l'Avis e Gomorra”, i seni nel piatto di Sant'Agata, le viscere in bella mostra di Sant'Erasmo e via discorrendo. Peccato però che, nel corso dell'azione, non prevalga la maggioranza, ma il calcolo e la mossa a sorpresa decisamente ingiusta e spiazzante, come il ripescaggio fortuito dei Santi Cosma e Damiano, esemplari perfetti di “specchio riflesso” per la sistematica soppressione di chi ha voluto sopprimerli. Non manca inoltre l'accordo sottobanco dei due sacerdoti, fratello Pesce in funzione di arbitro, investito dell'importante ruolo da un fucile-giocattolo ad acqua, in omaggio alle norme sul distanziamento (un Francesco Rotelli magnetico nella sua interpretazione) e il prete che fa da guida tra le meraviglie dell'agiografia (Luca Zacchini, autore delle carte e accattivante performer). È inoltre il peso del sacchetto delle offerte richieste agli spettatori ad assegnare la coppa a San Gennaro, l'agognato protettore a cui credere “con tutto me steso”. Che la moltitudine, quindi, sia abbindolabile in una partita in cui s'illude di contare è prassi comune non solo alla religione (lo spray che diffonde l'aroma di rose attribuito a Padre Pio; il giocattolo volante difettoso che allude a San Giuseppe da Copertino)ma al meccanismo sociale in sé, in cui il potere sulla massa è esercitato nelle più svariate forme. Ecco allora che, per tranquillizzare l'uditorio, i due zelanti sacerdoti sostituiscono la Madonna del manganello con quella del ravanello : del resto in Italia, negli anni venti (non importa quale sia il secolo) risorgono i fascisti.Non manca la bordata contro Il maschilismo caro al monoteismo: le vergini devono difendere a tutti i costi l’imene, caro a Dio come a tutti i patriarchi. Il ritmo e il divertimento non conoscono soste, come mostra il momento in cui, con destrezza da spogliarellista d'assalto, fratello Pesce resta in pantaloncini corti al passaggio del turno della squadra dei Santi nudi. È proprio questo approccio a favorire una critica sottile e implacabile alla manipolazione e alla credulità. Il mondo agiografico è senz'altro più appassionante di una saga fantasy: tra Sant'Ambrogio che merita la fama di jettatore, San Giorgio, che è l'equivalente di Megaloman, Santa Pelagia, bollata da San Giovanni Crisostomo, nel suo passato di attrice, come la cosa più oscena vista su un palco, la Madonna dell'inutile, che non sa neppure cosa regge nelle proprie mani e Santa Bona, a cui si affidano le hostess, si ha una straordinaria panoramica di situazioni che affascinano per la loro assurdità. Il fedele vuole essere sedotto. Poco importa se Carlo Borromeo ha comprato la sua santità o se il santo di Pietrelcina ha trasformato il suo comune nella Gardaland del cattolicesimo : farsi guidare da un pastore è la massima aspirazione di chi vuole solo risposte. Il cieco amore per un salvatore, dopotutto, non chiede nulla, tranne rinunciare a se stessi, per offrire appunto sé stesi a ogni comoda “verità “.
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