Esistono molti modi di
costruire una prigione: inchiodare alla propria (imperdonabile) diversità
biologica, per esempio. Non si sconta mai abbastanza la colpa di essere donna
in “Dissonorata”, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina, che ha aperto con
successo presso il Teatro del Giullare di Salerno “Per voce sola”, la rassegna
a cura dell’associazione Erre Teatro di Vincenzo Albano. La messinscena, che
trova un’eco raffinata e dolente nelle musiche originali eseguite dal vivo da
Gianfranco De Franco, trae forza da una nudità che è crudeltà e urgenza di
raccontare per dare voce a chi non può esprimersi. La scelta di porre al centro
della scena solo una sedia dove il regista è Pasqualina, vittima della cecità
altrui prima ancora che della propria, esprime la claustrofobia di un
personaggio condannato al disprezzo e alla solitudine e al tempo stesso, in
quell’isolamento che toglie il fiato, conduce memorie, sensazioni, desideri ad
avere finalmente il diritto di esistere. Non è casuale che la vicenda venga
narrata a ritroso: a chi ha la sventura di nascere femmina è negata una
prospettiva nella Calabria a dir poco primitiva che scandisce il tempo tra i
campi, il bestiame e la volontà degli uomini. Che sia poi un uomo a impersonare
la protagonista diviene naturale: in questo mondo geloso dei propri riti, la
dimensione femminile non può che essere filtrata attraverso l’ottica maschile,
la sola che conti, e La Ruina
non potrebbe essere più autentico nel creare una ragazza che sogna le nozze,
l’unico passaporto per una vita vera. Quando le luci si accendono, il corpo
oscilla come sotto il peso di un’amarezza che si può solo respirare e che si fa
fatica a comunicare: si avverte tutto il peso di un condizionamento
inaggirabile, tanto da avere la sensazione che mille occhi osservino alle sue
spalle per schiacciare sotto il proprio giudizio. La corposità del dialetto
calabrese permette di restituire ogni cosa alla sua essenza con una limpidezza
che stordisce. La voce dell’artista è straordinariamente duttile nell’oscillare
tra angoscia, trepidazione, ironica concretezza. La più antica delle storie
(una ragazza incinta abbandonata dal suo amante) si carica di una tensione
altissima: il fratello le dà fuoco, ma lei riesce a partorire Saverio in una
stalla, proprio nel giorno di Natale, al cospetto di un cane e di un maiale. Questa
nascita, che si carica di sospensione magica, allude alla sacralità laica
dell’esistenza, al suo valore che pulsa e si fa strada in quella cappa di
piombo che è l’odio per ciò che osa essere diverso. Lo sguardo di Pasqualina
resterà fisso al suolo, come si chiede a una donna dabbene, sulle note beffarde
di “Gracias a la vida”. Eppure il miracolo si è compiuto: ha lasciato, malgrado
tutto, una traccia di sé. lunedì 29 settembre 2014
“Dissonorata”, la fatica di essere donna
Esistono molti modi di
costruire una prigione: inchiodare alla propria (imperdonabile) diversità
biologica, per esempio. Non si sconta mai abbastanza la colpa di essere donna
in “Dissonorata”, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina, che ha aperto con
successo presso il Teatro del Giullare di Salerno “Per voce sola”, la rassegna
a cura dell’associazione Erre Teatro di Vincenzo Albano. La messinscena, che
trova un’eco raffinata e dolente nelle musiche originali eseguite dal vivo da
Gianfranco De Franco, trae forza da una nudità che è crudeltà e urgenza di
raccontare per dare voce a chi non può esprimersi. La scelta di porre al centro
della scena solo una sedia dove il regista è Pasqualina, vittima della cecità
altrui prima ancora che della propria, esprime la claustrofobia di un
personaggio condannato al disprezzo e alla solitudine e al tempo stesso, in
quell’isolamento che toglie il fiato, conduce memorie, sensazioni, desideri ad
avere finalmente il diritto di esistere. Non è casuale che la vicenda venga
narrata a ritroso: a chi ha la sventura di nascere femmina è negata una
prospettiva nella Calabria a dir poco primitiva che scandisce il tempo tra i
campi, il bestiame e la volontà degli uomini. Che sia poi un uomo a impersonare
la protagonista diviene naturale: in questo mondo geloso dei propri riti, la
dimensione femminile non può che essere filtrata attraverso l’ottica maschile,
la sola che conti, e La Ruina
non potrebbe essere più autentico nel creare una ragazza che sogna le nozze,
l’unico passaporto per una vita vera. Quando le luci si accendono, il corpo
oscilla come sotto il peso di un’amarezza che si può solo respirare e che si fa
fatica a comunicare: si avverte tutto il peso di un condizionamento
inaggirabile, tanto da avere la sensazione che mille occhi osservino alle sue
spalle per schiacciare sotto il proprio giudizio. La corposità del dialetto
calabrese permette di restituire ogni cosa alla sua essenza con una limpidezza
che stordisce. La voce dell’artista è straordinariamente duttile nell’oscillare
tra angoscia, trepidazione, ironica concretezza. La più antica delle storie
(una ragazza incinta abbandonata dal suo amante) si carica di una tensione
altissima: il fratello le dà fuoco, ma lei riesce a partorire Saverio in una
stalla, proprio nel giorno di Natale, al cospetto di un cane e di un maiale. Questa
nascita, che si carica di sospensione magica, allude alla sacralità laica
dell’esistenza, al suo valore che pulsa e si fa strada in quella cappa di
piombo che è l’odio per ciò che osa essere diverso. Lo sguardo di Pasqualina
resterà fisso al suolo, come si chiede a una donna dabbene, sulle note beffarde
di “Gracias a la vida”. Eppure il miracolo si è compiuto: ha lasciato, malgrado
tutto, una traccia di sé. mercoledì 24 settembre 2014
"Close Up Medea", il dissidio tra corpo e anima
“Me ne intendo di si”, dice
il dottore che crede di avere nelle proprie mani la donna che gli sta di
fronte. Ma non si può chiedere alla principessa della Colchide di rinnegare se
stessa e ciò che è scritto nella carne torna a sconvolgere ogni punto di
riferimento. “Close Up Medea” è lo spettacolo che Teatrazione Teatro ha
proposto con successo all’Arco Catalano Fest di Salerno. Ispirata liberamente
al “Purgatorio” di Ariel Dorfman, la messinscena è costruita su di una
corporeità che si fa eco di quel che si vorrebbe cancellare: l’impossibilità di
concepirsi separati da ciò che ha mutato per sempre un percorso, il desiderio
di protendersi in un altrove da riscrivere, un amore malato per quel che è
stato distrutto ma sopravvive nel ricordo. Molto più di una follia a due. Giasone
e Medea sono di volta in volta se stessi e i propri medici, rivolti a una
redenzione che non si concretizzerà mai (un Igor Canto che oscilla sagacemente
tra flemma e fragilità e una Cristina Recupito cosi intensa da lasciare
interdetti) non perché l’identità sia quanto mai labile, ma perché passato e
presente, azione e resa dei conti sono solo i nomi da dare al rapporto
irrisolvibile con ciò che si è stati e si potrebbe essere. Quando all’inizio
della pièce i due emergono da un drappo rosso come da una crisalide e si
allontanano solo all’apparenza, uniti da esso, che ha il colore della vita e
del sangue, esprimono quella prigione inviolabile che è l’io, costretto a
contemplarsi e rivivere nell’altro. È in quel drappo che viene avvolta colei
che ha osato divenire tomba dei suoi figli e a lei viene consegnato il pugnale
dell’uccisione: il ricatto che inchioda il colpevole alla colpa per manipolarlo
meglio. La piccola telecamera che filma gli incontri allude a una logica
superiore in cui inquadrare la vicenda, ma è solo l’ennesimo inganno di chi si
creda superiore alle pulsioni e all’irrazionale. “Non saprei dove andare”,
dicono i personaggi vestiti da medici, come a dire che non si può guardare
dall’alto la forza oscura del desiderio e della distruzione, ma solo lasciarsi
attraversare da essa. E quando Medea contempla con una tenerezza dolente la
stoffa rossa (la vita persa eppure presente) e i due tornano a distendersi al
suolo sulle note di “Cu te li dissi” d Rosa Balistrieri, leit-motiv di quel che non è possibile
dimenticare, il bisogno ancestrale di perdersi in chi è di fronte inghiotte
tutto e il corpo dell’uno si fa confine e orizzonte del corpo dell’altro.martedì 16 settembre 2014
Per voce sola, la nuova rassegna di Erre Teatro
È ancora il banco di prova
più insidioso per un interprete. Il monologo è il momento in cui chi si
consacra al palcoscenico non deve temere di dare tutto di sé e proprio su esso
è costruita “Per voce sola-Parole della nostra scena”, la rassegna attuata
dalla Erre Teatro di Vincenzo Albano che guarda ai fermenti della moderna
dimensione teatrale e al coinvolgimento delle energie del territorio
salernitano. Gli spettacoli si terranno presso il Piccolo Teatro del Giullare di Salerno e
a fare da apripista sarà, il 26 settembre, “Dissonorata- Un delitto d’onore in Calabria”,
scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina con musiche originali eseguite dal vivo da
Gianfranco De Franco. Reduce da numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio UBU
2007 per il Migliore Attore e Migliore Testo Italiano, l’artista descrive un
contesto solo all’apparenza lontano, in cui la donna non ha diritto di essere e
di ascoltare se stessa, mescolando amarezza e ironia. Il 3 ottobre sarà la
volta di “Trittico del mio byte” di Luca Trezza, articolato in “Abbakkoapertaà”, in cui la perdita di una madre è anche
perdita del proprio mondo interiore, “Neo’ melo’ Diko”, dove i sogni di gloria
di un cantante neomelodico in America diventano bilancio destabilizzante,
“Racconto di fine mese verso le 3 e1\2della notte”, che vede protagonista un anziano,
affetto da “arteriosclerosi digitale” alle prese con il racconto delle proprie
vicende. Le tre stagioni della vita sono altrettanti tentativi di riconoscersi
in un mondo che antepone la conoscenza virtuale a quella dell’anima. Mimmo
Borrelli, tra i più importanti drammaturghi contemporanei, terrà inoltre un
laboratorio intensivo sul monologo,“La grammatica messa in corpo dell’attore”
dal 20 al 22 ottobre, dalle 14 alle 20, al costo di 120 euro, per un numero
massimo di 15 allievi, che potranno inviare i loro dati a erreteatro.info@gmail.com.
Il 24 ottobre è prevista la messinscena di “Cante e schiante”, dove lo stesso
Borrelli, accompagnato dalle musiche di Antonio Della Ragione, porterà alla
luce tutta la turbolenta intensità di Torregaveta e dei Campi Flegrei,
un luogo riconoscibile e al tempo stesso defornato dall’urgenza di mescolare il
buio e la luce. Il solo spettacolo che si terrà al Centro Sociale di Via
Cantarella il 17 ottobre sarà “La merda” di Cristian Ceresoli, con Silvia
Gallerano, dove tre tempi, Le Cosce, Il Cazzo, La Fama e un controtempo,
L’Italia, sono vissuti da una donna che racconta nel modo più impudico
l’oscenità di un tempo che ha deciso di essere sepolto dalla propria
incongruenza. giovedì 14 agosto 2014
Tra classico e contemporaneo, la nuova stagione del Ghirelli
Attenzione ai classici e
alla drammaturgia contemporanea. Su queste due direttive si muove la nuova
stagione del Teatro Antonio Ghirelli di Salerno. Si inizia il 23 ottobre con l’eduardiano
“Dolore sotto chiave”, per la regia di Francesco Saponaro con Tony Laudadio, in
cui le voci dell’omonimo radiodramma Rai del 1958 amplieranno il fascino di una
storia nera, dove il lutto nasconde verità scomode. Iaia Forte sarà regista e
interprete di “Hanno tutti ragione” (13-16 novembre), tratto dall’omonimo libro
di Paolo Sorrentino, esplorando contraddizioni e urgenze di un personaggio
fuori dagli schemi come il cantante cocainomane Tony Pagoda, mentre i Virtuosi
di San Martino proporranno “La repubblica di salotto” (27-30 novembre),
affresco crudelmente sarcastico (e dunque più che mai veritiero) dell’Italia di
oggi. Nei giorni 2, 3, 4, 7, 9, 10, 16, e 17 dicembre andrà in scena “Wrong
play, my Lord o The Mousetrap”, spettacolo in lingua inglese tratto dall’”Amleto”
di Shakespeare con Arturo Muselli e Alessio Sica diretti da Ludovica Rambelli, rivisitazione
accattivante di un classico a cui è conferito il ritmo instancabile
dell’inventiva. “Un anno dopo”, scritto e diretto da Tony Laudadio, vicenda di
due colleghi di lavoro che non possono non riconoscersi l’uno nell’altro
nonostante i contrasti, sarà in programma dal 27 al 30 dicembre, mentre dal 15
al 18 gennaio 2015 sarà la volta di “Due passi sono” della Compagnia
Carullo-Minasi, che racconta, secondo un’ottica grottesca, l’oscillare tra
costrizione e libertà e ha vinto, tra l’altro, il Premio Scenario per Ustica
2011. L’operetta dark “L’anima buona di Lucignolo” (19-22 febbraio), dove il
circo riflette falsità e ambizioni di ogni cuore, si avvarrà della regia di
Luca Saccoia; Licia Maglietta dirigerà se stessa in “Manca solo la domenica” (5-8 marzo) da “Pazza è la
luna” di Silvana Grasso. Qui la finta vedova di sei sconosciuti ricostruisce a
proprio piacere quella vita di affetti che le è di fatto preclusa. Cesar Brie
dirigerà Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari nello spettacolo “In fondo
agli occhi” (26-29 marzo), che fa della cecità la metafora di una società senza
prospettive. Sonia Bergamasco, che ha ricevuto nel 2012 il Premio della Critica
come migliore attrice, sarà diretta da Giuseppe Bertolucci in “Karenina, prove
aperte d’infelicità”, dal 9 al 12 aprile: la genesi del capolavoro di Tolstoj
diviene teatro dell’anima. Sarà possibile usufruire della tipologia di
abbonamento 10+1, in
cui l’undicesima rappresentazione è a scelta dell’abbonato tra gli eventi fuori
abbonamento. Avrà luogo inoltre la rassegna Exp(l)o, che punterà l’attenzione
sulle realtà artistiche campane, con “Antigone-una guerra civile” diretta da
Mirko de Martino (23-25 gennaio), dove la celebre eroina si trasforma in una
fascista, “Matrimoro” per la regia di Adriana Follieri (6-8 febbraio), che fa
di Caino e Abele il mezzo per osservare la natura umana, “Apnea” di Maria Teresa
Ingino in data da stabilirsi sulla liberazione dal dolore del corpo, “I
posteggiatori tristi” che pongono il repertorio musicale napoletano al centro
di un gioco brioso (12-15 febbraio), “Scapezzo” di e con Nicola Vicidomini
(13-15 marzo) dove il fallimento coincide col divertimento, “La femme acephale”
da Jacques Prevert nella drammaturgia e regia di Libero de Martino con Cinzia
Annunziata, grande prova interpretativa per un racconto tutto giocato sulla
follia. Le iniziative collaterali alla manifestazione saranno inoltre “Cinema
tra reale e teatrale”, in cui Antonella Nocera con Parallelo 41 indagheranno
assonanze e divergenze tra forme espressive diverse, “Erasmusica” a cura di
Ambra Sorrentino, volta a una rivisitazione in chiave moderna dell’opera lirica
e del teatro musicale, “Un fiume in jazz”, che sotto l’egida di Stefano
Giuliani porterà alla ribalta i professionisti campani del jazz e “Femminile
palestinese”, che, a cura di Maria Rosaria Greco, avrà per oggetto le
suggestioni e le immagine di una realtà estremamente complessa. lunedì 11 agosto 2014
“Vite in pericolo”, l’omaggio al gioco e al teatro di Pippo Montedoro
Che uno scrittore dia prova
di uno stile piacevole non è cosa poi così rara. È invece un’eccezione che
quella piacevolezza nasca da sensazioni che mostrano l’aspetto sorprendente
dell’assodato e da un’ironia a suo modo aristocratica, ma ben distante dalla saccenza
e dall’autocompiacimento. È quello che sperimenta il lettore di “Vite in
pericolo” di Pippo Montedoro edito da Qanat. I racconti sospesi tra memorie e
fantasie s’insinuano con leggerezza (una leggerezza gravida di colori e sapori
che si ritrova nella prefazione di Salvo Piparo) e di colpo il mondo di
Montedoro diventa il nostro, che sia la cella dell’Ucciardone, la Vucciria o un bosco in
cui non ha più senso distinguere l’animale dall’umano. L’autore ama definirsi
goloso ed estende questa caratteristica al suo lessico colto e carnale. Le parole
sono in effetti scelte con autentica golosità, desiderate per la loro
concretezza e spesso per la loro dolcezza, si offrono agli occhi e al palato
con una fisicità spudorata. C’è il rischio di non guardare mai più con gli
stessi occhi la flanella dopo la descrizione erotica che il libro ci regala in
uno dei molti pezzi di bravura. Ciò che unisce le parti dell’opera è la passione
per il gioco, concepito come sovvertimento, urgenza di riscrivere ciò che si
vorrebbe fissato definitivamente. I protagonisti di “A.D. duemilaventisette – sorrisi” giocano con l’immagine stereotipata che gli
altri hanno (quando ce l’hanno) di loro; in “Sentimenti senza quartiere”
si gioca con l’avidità di pusher stranieri; in “buon Vino a cattivo Gioco” il
viviri (vivere) dipende dal giusto rapporto col viviri (bere); in “1973,
Ucciardone - lectio elegantiae”
i legami inattesi della reclusione mandano a gambe all’aria il modo perbenista
di creare relazioni. In “non ci pensare, Lazzaro” la posta è il
desiderio irrealizzato. “Ready Made” deride nella sua lapidarietà la vita
equilibrata, “Fiato” spiazza di continuo la percezione di chi legge, “E il
ritorno lo faceva a piedi” prende di mira il genere fantasy e la pretesa di
riscattarsi dai propri limiti. Il gioco
pervade anche l’appendice, “Il pallore d’Achille”. In “Quistiuni” le domande al
Piè Veloce rivelano, tra assonanze e paranomasie, l’ostilità verso la superbia
del potere. La “pulita” coscienza borghese è sarcasticamente punita in “Fine (sceneggiatura
per video fasullo)”, mentre
l’esaudirsi di una volontà porta a uno pseudo-trionfo beffardo in “Le
richieste di Felice”. “Di Eos molto presto” illustra l’alto prezzo da pagare
per l’estinzione del genere femminile sul piano mitologico, mitopoietico,
sociologico. Si ha poi la sintesi in dieci parole di principio e fine in “Serata
(romanzo completo)” e i problemi striscianti, ma non irrilevanti di una lumaca in “Chi va piano… No, Ah?!”. E se la convenzione
in tutti i suoi volti è il bersaglio dello scrittore, ben si comprende l’uso
ossessivo della virgola interrogativa, che imprime all’andatura della frase un
ritmo del tutto autonomo. “Vite in pericolo” è però anche un atto d’amore
indiscusso per il teatro, come mostra “Colonia penale e altre fragranze”, che rievoca i fasti della compagnia Curò,
tra i cui fondatori c’è il Nostro, attiva a Palermo e non solo nella felice e
contestatissima stagione degli anni Settanta, vivi nel bianco e nero ammaliante
delle foto di Letizia Battaglia. Allora era vitale che il palcoscenico si
spingesse oltre se stesso, che l’azione scenica divenisse un campo di forze
pronte a fare a pezzi qualunque gerarchia mentale e fisica, che il nonsenso si
tramutasse in possibilità di senso da condividere e magari calpestare con gli
spettatori. Quella di Curò era una lotta senza respiro contro l’acquiescenza al
sistema, un inno all’inventiva, un oltraggio a quelle prigioni che sono le
categorie, una riflessione a briglia sciolta sull’ambiguità volutamente
irrisolta di ruolo, luogo, parola. Montedoro resta uomo di teatro anche
nella scrittura. Lo evidenzia la costruzione della tensione, la cura riservata
alla mimica dei personaggi, il rapporto quanto mai duttile col tempo della
narrazione. E se, come recita la frase di Piero Ciampi citata nel testo, “Il
corpo è un sublime/atroce porco”, la materialità imperfetta, evocativa e
seducente di questo volume è la migliore risposta a ogni forma di ottusità.domenica 27 luglio 2014
“Simile a Cristo”, un’intensa rilettura di Viviani
La miseria, la
sfrontatezza, l’amore. Ma anche la forza di battersi per i propri sogni,
soprattutto quando sognare è l’unica via d’uscita. Con lo spettacolo “Simile a
Cristo”, il regista Antonio Grimaldi ha proposto al Teatro Nuovo di Salerno una
rilettura del capolavoro di Raffaele Viviani, “Zingari”, secondo l’approccio
che gli è più congeniale: condurre al parossismo le possibilità espressive del
corpo e giocare la messinscena sul filo del simbolismo e di un’allegoria che
colpiscano immediatamente lo spettatore. Pia Ansalone, Emiliano Avallone, Leopoldo Brindisi Malanga, Gemma de Cesare, Gianluca De Stefano, Rossella Forziati, Gabriella Landi, Chiara Manzo, Alessandra Menchini,Gabriella Orilia Anna Piccolo, Mat Thew, Alfonso Tramontano Guerritore costruiscono una
vicenda in cui il testo diviene lo spunto per aprire un conflitto irrisolvibile
tra l’anarchia del desiderio e la legge del branco, che riconosce solo se
stessa. Gennarino, il protagonista, vuole imporsi al di sopra di essa.
All’inizio della messinscena, non a caso, è posto su di un piedistallo che
sovrasta gli interpreti striscianti in un mare di fiori che gli spettatori sono
stati invitati a gettare sul palco: quello che si vede è più vicino di quel che
sembri- chi non ha sognato e cercato di difendere quel sogno?- e il
“contributo” alla scenografia crea un’empatia con la platea. Il Diavolone, il
padrone di questo mondo geloso dei propri riti tribali, siede al lato di quel
mare umano con la sicurezza di chi è chiamato a guidarlo. Palomma, oggetto del
desiderio di entrambi, è vittima della sua fragilità che appassisce in questo
gioco di sopraffazioni ed egoismi. Gli attori creano movimenti scenici che
ondeggiano di continuo tra la crudeltà e l’attonito assistere alla capacità di
rigenerarsi che solo la passione può avere. E proprio come Cristo, Gennarino
muore e risorge inseguendo una felicità destinata a fossilizzarsi in un unico
eterno istante(si pensi al beffardo fermo-immagine in cui l’aguzzino di Palomma
si muove ironico tra i partecipanti al suo sposalizio, immobili come statue).
Eppure un’anima non può tradire se stessa: sarebbe quella la vera morte.martedì 8 luglio 2014
Gli Atterraggi poetici pericolosi di Tomaso Binga
Sa divertire come pochi, ma
il disimpegno non è nelle sue corde. Sguinzaglia la forza anarchica del
linguaggio, ma il gioco è sempre proteso oltre se stesso, verso il
coinvolgimento senza filtri dello spettatore. Esponente di spicco della poesia
visiva e aperta da sempre a ogni sorta di sperimentazione artistica, Tomaso
Binga, al secolo Bianca Pucciarelli Menna, è stata applaudita presso la Galleria Tiziana
Di Caro di Salerno nella sua performance Atterraggi poetici pericolosi
nell’ambito di Salerno Letteratura. Accompagnata dal sassofono di Michele
Vassallo, ha recitato composizioni frutto di una poetica dai cardini ben
precisi: la vocazione dell’artista ad aprire gli occhi, la denuncia
dell’ottusità del potere, la necessità di un mutamento nella prospettiva. “Con
quaranta gradi all’ombra e novantotto di umidità” è una sineddoche al vetriolo,
in cui a ogni parte del corpo corrisponde un atteggiamento ostile: l’occhio che
guarda la “roba espropriata per carità”, ovvero le ricchezze della Chiesa; il
braccio che colpisce “angeli e galeotti/assetati di sole”, il “culo” che “non
ha storia”, è “un infortunio sul lavoro”, appannaggio dei poveri “in cerca
d’identità”. Si prosegue con “La storia”, in cui l’interrogativo esistenziale
sul rapportarsi agli avvenimenti diventa sarcastica escursione nel vocabolario
(come porci con la storia? Come porci, orci, sorci, occhi?) per invitare a un
approccio tutt’altro che passivo, senza dimenticare che “tutti i capi sono rei”
e dunque solo chi ha un atteggiamento critico verso il potere non ne è
schiavo.“Azzerare i lazzaroni” è uno degli scopi di “Mutazioni”, in cui il
ritmo martellante che culmina nel titolo rovesciato è uno sprone a cambiare se
stessi e il proprio contesto e con la stessa energia sono ribaltate le
categorie di genere in “Io sono una carta”. Un dolente senso di riscatto
civile è alla base di “La bella addormentata”, ovvero la pace, vegliata, non a
caso, da donne che nel sepolcro attendono pazienti il suo risveglio (Binga non
perde mai d’occhio i molti ostacoli che impediscono tuttora alle donne di
realizzarsi e realizzare qualcosa che duri). Oggetto di lucida derisione è
infine la retorica fuorviante e deformante del politichese in “Porcondiciò”,
opera tutta basata sulla questione delle “ruote rosa”, “le ultime ruote del
carro”, con la speranza che il “Porcondiciò” diventi par condicio. Il messaggio
è più che chiaro: attraverso un uso funambolico della lingua, l’autrice vuole
una piena affermazione della dimensione femminile del vivere, in poche parole
della libertà, della creatività, dell’impegno a non tradire la propria natura.
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