Gianni
Rodari? “Uno squallido e fesso che scriveva in rima baciata”. Pasolini? “Un
vanitoso a cui andava bene la povertà altrui”. Zucconi? “Anni in America e non
capirne un cazzo”. La scuola italiana? “Serve a seppellire, non a entusiasmare”.
Sfugge forse qualcosa all’impeto demolitore di Amleto De Silva? Alfonso Gatto,
a cui ha dedicato una Lectio Minimalis presso la Chiesa di Sant’Apollonia a
Salerno in occasione del quarantennale della morte del noto artista. Pur conoscendo
benissimo gli infiniti modi con cui la parola può raggirare e deformare, Gatto “cercava
attraverso essa i modi per capire l’uomo, cioè per amarlo”, scrivendo di tutto
(architettura, calcio, resistenza), intuendo la fragilità del sogno americano,
assaporando la vita più intensamente proprio misurandosi sempre con il pensiero
della morte, anche nei versi più ariosi. “Io non credo di aver mai commesso
viltà” disse in una lontana intervista. Non avrebbe potuto descriversi meglio:
il suo linguaggio suadente, mai aggressivo, capace di spaziare tra i registri
più diversi, complesso e limpido, diventava occasione per narrare l’esistenza
da prospettive sempre nuove e sempre obbedendo a un’onestà intellettuale. E quando
si legge che “Morire è una stagione, un’aria, un cielo”, si comprende che i
poeti sono necessari quanto la luce, forti della propria anima contro chiunque
pretenda di “aver capito il gioco”. domenica 16 ottobre 2016
Alfonso Gatto, quando un autore non è “minimalis”
Gianni
Rodari? “Uno squallido e fesso che scriveva in rima baciata”. Pasolini? “Un
vanitoso a cui andava bene la povertà altrui”. Zucconi? “Anni in America e non
capirne un cazzo”. La scuola italiana? “Serve a seppellire, non a entusiasmare”.
Sfugge forse qualcosa all’impeto demolitore di Amleto De Silva? Alfonso Gatto,
a cui ha dedicato una Lectio Minimalis presso la Chiesa di Sant’Apollonia a
Salerno in occasione del quarantennale della morte del noto artista. Pur conoscendo
benissimo gli infiniti modi con cui la parola può raggirare e deformare, Gatto “cercava
attraverso essa i modi per capire l’uomo, cioè per amarlo”, scrivendo di tutto
(architettura, calcio, resistenza), intuendo la fragilità del sogno americano,
assaporando la vita più intensamente proprio misurandosi sempre con il pensiero
della morte, anche nei versi più ariosi. “Io non credo di aver mai commesso
viltà” disse in una lontana intervista. Non avrebbe potuto descriversi meglio:
il suo linguaggio suadente, mai aggressivo, capace di spaziare tra i registri
più diversi, complesso e limpido, diventava occasione per narrare l’esistenza
da prospettive sempre nuove e sempre obbedendo a un’onestà intellettuale. E quando
si legge che “Morire è una stagione, un’aria, un cielo”, si comprende che i
poeti sono necessari quanto la luce, forti della propria anima contro chiunque
pretenda di “aver capito il gioco”. martedì 27 settembre 2016
Ultimo appuntamento per “Furor letterario e furor della scena”
Per
Seneca è il selvaggio ottenebramento della ragione, il violento erompere degli
istinti, ma nell’arte il furor diviene energia incontenibile che scompagina sentieri
e approdi. Dopo aver indagato i legami tra il futurismo e Napoli con “Omaggio a Piedigrotta Cangiullo” di Ugo Piscopo e aver guardato al
rigore pasoliniano nell’indagine del sensibile con Michele Schiavino e il suo “Ad
memoriam e furiosi”, Alfonso Amendola e Pasquale De Cristofaro
condurranno il secondo appuntamento di “Furor letterario e furor della scena”
il 28 settembre, a partire dalle ore 18, presso la Sala Pasolini di Salerno. La
manifestazione, in collaborazione con il Corso di Laurea di
Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Salerno, il Liceo
Artistico “Menna-Sabatini”, il Liceo Classico “Torquato Tasso”, le Edizioni
Plectica, “I Confronti” e l’Associazione “Marco Amendolara”, esamina le
possibilità e le scelte che il mondo artistico può individuare quando diviene
urgente aprirsi a nuovi orizzonti con impudente tenacia. Emma Grimaldi e Alberto Granese, avvalendosi delle letture di De
Cristofaro, discuteranno sul tema ”Inseguendo Orlando. Ariosto e il suo poema immaginifico”. Il Furioso è esperienza estetica unica nella
sua narrazione onnivora e virtualmente infinita: il gioco spesso truccato di
desideri e prospettive è tentativo di esorcizzare lo smarrimento dell’uomo
cinquecentesco dinanzi alla sorte attraverso l’elogio dell’intelletto e della
versatilità, una scelta con cui i nostri tempi non possono non confrontarsi. Alle
20 Andrea Manzi e Alfonso Amendola discuteranno con l’attore-scrittore Romolo
Bianco su “Io di più” (Edizioni Pironi), dove la periferia napoletana diviene
scenario di vite grigie in cui l’inatteso porta alla luce tensioni e
sentimenti, mutando radicalmente lo sguardo su ciò che sembrava per sempre
imprigionato in se stesso. È inutile innalzare difese: gli ostacoli crollano
dinanzi a un furore che libera. lunedì 6 giugno 2016
“MM &M”, quando il teatro si innamora del cinema
Non bisognerebbe mai
raccontare niente, dice Renata Bosetti seduta alla scrivania da cui legherà per
un’ora il pubblico a ogni sua parola. Rinunciare a raccontare significherebbe
in realtà rinunciare a vivere e non lo si può fare quando si ha “un teatro nella
testa”. Applaudito calorosamente alla Sala Pasolini di Salerno a conclusione di
Mutaverso, la stagione diretta da Vincenzo Albano, “MM &M. Movies,
Monstrosities and Masks”, diretto da Renato Cuocolo e interpretato da
un’attrice di rara intensità, è un intreccio inestricabile di vissuto e di
sogno che esalta non solo il fascino, ma la capacità di modellare anime e corpi
che il cinema ha sempre posseduto. La sala cinematografica è sempre stata una
dimensione in cui disfarsi della linearità: poter entrare quando scorrevano le
ultime immagini della pellicola e vederla dall’inizio non solo rendeva speciale
la consapevolezza di chi osservava, ma permetteva di capire come l’inizio e la
fine non fossero che parole. E poiché ogni sguardo puntato sullo schermo vive
il momento della messinscena come un altro non farebbe, ogni spettatore è
dotato di una radiolina con auricolari, percependo la sensazione che la
protagonista stia rivelando a lui solo memorie, ossessioni, aspirazioni, mentre
la voce della Bosetti diviene la colonna sonora di quello che è a tutti gli
effetti un film sempre nuovo e sempre diverso, in cui il passato di una ragazza
che sognava tutti i ruoli possibili (da “La scala a chiocciola” a “Blade
runner”) si trasforma in visione libera e onnivora della vita. La telecamera
che proietta alle sue spalle, ingigantiti, gli oggetti della scrivania (riviste
di cinema, medicine, mele, forbici, libri) e i volti ritagliati delle dive
della settima arte e di sequenze celebri restituisce alle cose la loro voce segreta.
Tutto ciò che intercetta l’esistenza, che sia un fotogramma o una mappa
stradale, si fa carico delle emozioni di chi vive e si muta in occasione di
nuovi viaggi della mente. L’identità nasce da suggestioni che solo a un occhio
superficiale appaiono irrazionali o fanciullesche. L’orribile senso di colpa e
di perdita che attende sempre al varco può essere in parte sconfitto dall’amore
per il teatro e il cinema, gli unici mondi in cui è del tutto naturale non
poter essere una cosa sola, un’unica persona. martedì 31 maggio 2016
“Desidera”, amore e libertà sulle ali di un aeroplano
Tornare indietro e
riscrivere la propria storia? Chi non lo ha mai desiderato almeno una volta? Ma
la vita si fa beffe di calcoli e previsioni. Affidato quasi esclusivamente al
movimento corporeo, specchio e linguaggio di un immaginario che muta e insegue
il suo centro, “Desidera. Una storia d’amore e di stelle” ha raccolto calorosi
applausi presso il Centro Sociale di Salerno nell’ambito di Mutaverso, la
stagione teatrale che ha in Vincenzo Albano il suo direttore artistico. La
drammaturgia e la regia sono firnmate da Simona di Maio e Sebastiano Coticelli,
che dividono il palcoscenico con Giuseppe Brancaccio, Amalia Ruocco e Dimitri
Tetta. Razionalità e sogno si intrecciano continuamente. L’anziano che si
aggira per il palco tutto immerso nelle sue riflessioni tra fogli ingombranti
si trova puntualmente tra le mani (nella giacca o inviato misteriosamente) un
aeroplanino di carta e vale davvero poco farlo sistematicamente a pezzi.
Ritorna con la puntualità di un orologio non solo perché è il suo passato di
aviatore, ma anche l’aspirazione a vivere assecondando il proprio istinto. Le
due coppie di amanti che creano una sorta di danza struggente e ironica sono le
due possibilità a cui un rapporto d’amore può andare incontro: la complicità o
il contrasto, la vicinanza più intima o la distanza più cupa. Il cuore della
messinscena è probabilmente il momento in cui i quattro personaggi muovono
ognuno verso la stessa direzione, e subito dopo verso una meta opposta, i
propri aeroplani. L’identità non è certo qualcosa di immobile che si possa
ingabbiare; l’amore lo è ancora di meno. Gli approdi sono il senso di ogni
viaggio e al tempo stesso l’occasione per cominciarne un altro. La dialettica
tra il bisogno di ancorarsi al corpo di una donna e l’urgenza di spingersi
verso un altrove, forze entrambe vitali e necessarie, conduce inevitabilmente a
smarrire molto di sé. Non sarà possibile evitare la morte della donna amata (la
visita da parte dei tre medici è un efficace esempio di come la scienza celebri
se stessa, dimenticando che ha un essere vivente dinanzi agli occhi), ma le
figure che circondano l’anziano creeranno per lui un aeroplano con i mobili
della stanza. Non importa quanto un viaggio sia reale; ciò che conta è non
guarire, fino all’ultimo respiro, dalla volontà di varcare limiti e prigioni. mercoledì 25 maggio 2016
“Esse o non Esse”, il fascino di un dissipatore
Strategia, razionalità,
attento studio dell’avversario: è questo che si attribuisce al gioco degli
scacchi. Ma quale raziocinio può soccorrere quando il baratro è nella mente e
nel mondo? Potente sintesi de “I demoni” di Fedor Dostoevskij
diretta da Adriana Follieri –che ha curato
la drammaturgia col protagonista-, “Esse o non Esse” è lo spettacolo applaudito
al Teatro Pasolini in cui Fiorenzo Madonna ha dato al pubblico tutto ciò che è
lecito attendersi da un interprete e anche di più: carisma, capacità di
infondere vita sempre nuova negli infiniti volti della simulazione,
consacrazione totale a un personaggio che oscilla tra il bisogno di dominare
tutto e il lento annegare in se stesso. Stavrogin è il beffardo demiurgo nella
deriva di corpi e anime, da cui il titolo che rimanda alla sua iniziale:
sposare il suo cinismo o aggrapparsi a un ideale, anche se su tutti, allo
stesso modo, calerà il buio. Gli altri personaggi sono pezzi della scacchiera
che lui manipola. Il pedone impiccato a una sottoveste è la bambina che ha
stuprato (che infatti si suiciderà), la madre è torre e regina, perché non c’è
madre che non abbia peso in un’esistenza, gli amici (il buon Satov, Kirillov
che vuole essere dio di se stesso) sono alfieri incollati alla scacchiera
mentre lui si accascia (perché oppongono le proprie scelte al naufragio) o sono
cavalli su cui puntare le scommesse del pubblico. La scommessa è però persa in
partenza: dove correre al di fuori del ruolo che ci cuciamo addosso? Lo stesso
re in cui Stavrogin si identifica è un carillon: dunque un giocattolo,
un’illusione. Sull’onda di una contaminazione musicale che spazia dal canto in
vernacolo al francese –per accrescere un effetto straniante-il gioco perde così
con feroce sarcasmo la sua connotazione di arma della ragione per testimoniare
un’aporia in cui Dio è necessario al senso della vita, ma non esiste.
Dissipatore delle proprie energie e di quelle altrui, ama l’ostentazione per
esorcizzare inutilmente il senso di colpa che lo perseguita. Ringrazia al
microfono le sue vittime, Borges, Dostoevskij
stesso, si trucca di bianco dopo aver derubato un impiegato, sputa sul palco lo
champagne acquistato col furto, tenta di confessarsi per poi tingersi di rosso
e nero (si è scoperto definitivamente demone: la confessione non purifica, è
una presa d’atto della propria natura), declama il monologo di Amleto
circondato dai pezzi della scacchiera per poi scalciarli via, getta con lo
stesso slancio l’abito della donna a cui sarebbe conveniente unirsi e i fogli
che lo inchiodano. Uno di essi ha l’impronta del suo viso. È quello che ha
tentato di fare da sempre: lasciare una traccia che lo distingua, che lo renda
riconoscibile. Non è un caso che i soli momenti di quiete (“attimi di infinita
armonia”) avvengano su un lembo di prato dove sono sepolti gli amici: dinanzi
alla nudità della morte la gioia sognata sembra balenare, in un istante, con
più forza. E quando imprigiona il suo corpo nel filo del microfono declamando
“Penziere mieje”, canto di morte e di libertà, è inchiodato alla vertigine del
nulla. Meglio troncare il respiro che assistere ancora al ridicolo tentativo
degli uomini di trovare qualcosa che sopravviva al male e alla follia. venerdì 20 maggio 2016
“Nella gioia e nel dolore”, il comico inferno del matrimonio
Decisamente amabili, quegli sposini pronti a
giurarsi eterno amore. Ma non provate a chiedergli dei loro sentimenti: il
silenzio potrebbe stordirvi. Comico inferno in cui c’è posto per lo status, ma
non per l’anima, il matrimonio è implacabilmente scarnificato nello spettacolo “Nella
gioia e nel dolore” di e con Elio Colasanto e Alessia Garofalo, applaudito
calorosamente al Piccolo Teatro del Giullare nell’ambito di “Mutaverso”, la stagione
teatrale diretta da Vincenzo Albano. Versatili e coinvolgenti nel dramma come
nella commedia, i due interpreti dimostrano un’energia che non si dimentica.
Ogni dettaglio della messinscena esprime l’alienazione di quello che è
retoricamente definito il momento più importante dell’esistenza. All’inizio della
vicenda, i due si vengono incontro dicendosi frasi di canzoni famose: si
avvicinano per convenzione, dunque si esprimono in modo convenzionale. Lei è
senza pretese, lui ha una bell’auto e un’azienda avviata. Dovrebbe bastare a creare
un romantico nido insieme, no? Quando però non c’è una scelta, ma un rito in
cui tutto deve essere perfetto dal punto di vista sociale, basta poco perchè il
veleno dilaghi. La gigantesca torta nuziale che diventa palcoscenico allude
chiaramente a come il felice evento sia ingombrante nella sua ostentazione e,
nell’associare immediatamente gli attori ai pupazzetti che sormontano il
dessert, si comprende subito come si assista alla controfigura della vita vera.
La donna seduta in cima alla torta mentre il fidanzato si è allontanato per
correre appresso a una gonnella evidenzia come non si sia protagonisti, ma
vittime di questo ingresso tra quelli che contano (“Amore, il giorno del tuo
matrimonio tu non conti un cazzo” le dice lui). In un ricevimento talmente
sopra le righe da far sembrare equilibrata un’orgia, i protagonisti consumano
fino in fondo la follia che li unisce. Lui fa da barbiere a lei, elenca portate
inimmaginabili, lancia palline sul pubblico mentre lei ricorda le qualità della
bomboniera perfetta per dimostrare che hanno fatto centro, fingono euforia tra
orribili balli di gruppi e champagne tracannato a fiumi. E il momento più
intimo è il conteggio dei soldi nelle buste dei parenti. In questo carnevale
troppo chiassoso perché la passione possa anche solo respirare, traspare però
una storia intensa malgrado tutto: quella di Tonio e Lina, genitori degli
sposi, che non ha avuto seguito perché lei era sorella di un contrabbandiere.
La società tollera tutto, tranne la libertà. Non è certo ammesso non essere
“rispettabili” . E quando Tonio si
chiede “L’amore si sceglie o ci sceglie?”, la risposta è nell’ultimo bacio a
Lina: l’amore non sceglie di essere crocifisso a una categoria
venerdì 13 maggio 2016
"Il cortile", l'amara bellezza della scena
Li si direbbe miserabili senza speranza, ma è
il tempo in cui vivono (viviamo) a essere senza via d’uscita. In scena alla
Sala Pasolini di Salerno il 13 maggio alle 21 e il giorno seguente alla Sala
Assoli di Napoli, “Il cortile” di Spiro
Scimone è uno dei copioni più sorprendenti degli ultimi anni. In una periferia
degradata tra vecchie motociclette e spazzatura, l’autore, Francesco Sframeli e
Gianluca Cesale agiscono sotto traccia, si nutrono di storie minime dimenticate
ai margini di ogni consesso sociale, inanellano frasi disconnesse dalla realtà
a cui basta un approccio basico alle cose, si perdono in un sogno o in una
curiosità che sembra azzerare tutto, si muovono senza sbagliare un colpo sul
sottile confine tra ironia e disperazione. Distanti dal ricatto
psicologico come dal virtuosismo sterile
di tanta drammaturgia contemporanea, gli artsti siciliani pongono al centro del
proprio percorso un’umanità colta nella sua essenza più profonda che, inquanto
tale, riduce in briciole sovrastrutture e deformazioni. Nel fermo-immagine del
cortile, Peppe, Tano e Uno, che non
hanno che se stessi e sono presi dai propri giochi (il gioco è il linguaggio della
scoperta e della fantasia, presenti proprio dove non le si concepirebbe mai) si
pongono al di sopra di logiche stantie in una condizione anomala agli occhi
degli allineati. Non ci sono appartenenze da rivendicare o geografie
dell’immaginario che permettano di
orientarsi nel labirinto della normalità. E se la comicità e lo spaesamento
diventano inseparabili, i personaggi non conoscono consolazioni, ma neppure
catene. La felicità è in un passato forse solo sognato. Eppure c’è più vita in
quell’angolo ingombro di rottami di quanto la si cerchi altrove.
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