domenica 16 ottobre 2016

Alfonso Gatto, quando un autore non è “minimalis”



Gianni Rodari? “Uno squallido e fesso che scriveva in rima baciata”. Pasolini? “Un vanitoso a cui andava bene la povertà altrui”. Zucconi? “Anni in America e non capirne un cazzo”. La scuola italiana? “Serve a seppellire, non a entusiasmare”. Sfugge forse qualcosa all’impeto demolitore di Amleto De Silva? Alfonso Gatto, a cui ha dedicato una Lectio Minimalis presso la Chiesa di Sant’Apollonia a Salerno in occasione del quarantennale della morte del noto artista. Pur conoscendo benissimo gli infiniti modi con cui la parola può raggirare e deformare, Gatto “cercava attraverso essa i modi per capire l’uomo, cioè per amarlo”, scrivendo di tutto (architettura, calcio, resistenza), intuendo la fragilità del sogno americano, assaporando la vita più intensamente proprio misurandosi sempre con il pensiero della morte, anche nei versi più ariosi. “Io non credo di aver mai commesso viltà” disse in una lontana intervista. Non avrebbe potuto descriversi meglio: il suo linguaggio suadente, mai aggressivo, capace di spaziare tra i registri più diversi, complesso e limpido, diventava occasione per narrare l’esistenza da prospettive sempre nuove e sempre obbedendo a un’onestà intellettuale. E quando si legge che “Morire è una stagione, un’aria, un cielo”, si comprende che i poeti sono necessari quanto la luce, forti della propria anima contro chiunque pretenda di “aver capito il gioco”.

martedì 27 settembre 2016

Ultimo appuntamento per “Furor letterario e furor della scena”



Per Seneca è il selvaggio ottenebramento della ragione, il violento erompere degli istinti, ma nell’arte il furor diviene energia incontenibile che scompagina sentieri e approdi. Dopo aver indagato i legami tra il futurismo e Napoli con “Omaggio a Piedigrotta Cangiullo” di Ugo Piscopo e aver guardato al rigore pasoliniano nell’indagine del sensibile con Michele Schiavino e il suo “Ad memoriam e furiosi”, Alfonso Amendola e Pasquale De Cristofaro condurranno il secondo appuntamento di “Furor letterario e furor della scena” il 28 settembre, a partire dalle ore 18, presso la Sala Pasolini di Salerno. La manifestazione, in collaborazione con il Corso di Laurea di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Salerno, il Liceo Artistico “Menna-Sabatini”, il Liceo Classico “Torquato Tasso”, le Edizioni Plectica, “I Confronti” e l’Associazione “Marco Amendolara”, esamina le possibilità e le scelte che il mondo artistico può individuare quando diviene urgente aprirsi a nuovi orizzonti con impudente tenacia. Emma Grimaldi e Alberto Granese, avvalendosi delle letture di De Cristofaro, discuteranno sul tema ”Inseguendo Orlando.  Ariosto e il suo poema immaginifico”.  Il Furioso è esperienza estetica unica nella sua narrazione onnivora e virtualmente infinita: il gioco spesso truccato di desideri e prospettive è tentativo di esorcizzare lo smarrimento dell’uomo cinquecentesco dinanzi alla sorte attraverso l’elogio dell’intelletto e della versatilità, una scelta con cui i nostri tempi non possono non confrontarsi. Alle 20 Andrea Manzi e Alfonso Amendola discuteranno con l’attore-scrittore Romolo Bianco su “Io di più” (Edizioni Pironi), dove la periferia napoletana diviene scenario di vite grigie in cui l’inatteso porta alla luce tensioni e sentimenti, mutando radicalmente lo sguardo su ciò che sembrava per sempre imprigionato in se stesso. È inutile innalzare difese: gli ostacoli crollano dinanzi a un furore che libera.

lunedì 6 giugno 2016

“MM &M”, quando il teatro si innamora del cinema



Non bisognerebbe mai raccontare niente, dice Renata Bosetti seduta alla scrivania da cui legherà per un’ora il pubblico a ogni sua parola. Rinunciare a raccontare significherebbe in realtà rinunciare a vivere e non lo si può fare quando si ha “un teatro nella testa”. Applaudito calorosamente alla Sala Pasolini di Salerno a conclusione di Mutaverso, la stagione diretta da Vincenzo Albano, “MM &M. Movies, Monstrosities and Masks”, diretto da Renato Cuocolo e interpretato da un’attrice di rara intensità, è un intreccio inestricabile di vissuto e di sogno che esalta non solo il fascino, ma la capacità di modellare anime e corpi che il cinema ha sempre posseduto. La sala cinematografica è sempre stata una dimensione in cui disfarsi della linearità: poter entrare quando scorrevano le ultime immagini della pellicola e vederla dall’inizio non solo rendeva speciale la consapevolezza di chi osservava, ma permetteva di capire come l’inizio e la fine non fossero che parole. E poiché ogni sguardo puntato sullo schermo vive il momento della messinscena come un altro non farebbe, ogni spettatore è dotato di una radiolina con auricolari, percependo la sensazione che la protagonista stia rivelando a lui solo memorie, ossessioni, aspirazioni, mentre la voce della Bosetti diviene la colonna sonora di quello che è a tutti gli effetti un film sempre nuovo e sempre diverso, in cui il passato di una ragazza che sognava tutti i ruoli possibili (da “La scala a chiocciola” a “Blade runner”) si trasforma in visione libera e onnivora della vita. La telecamera che proietta alle sue spalle, ingigantiti, gli oggetti della scrivania (riviste di cinema, medicine, mele, forbici, libri) e i volti ritagliati delle dive della settima arte e di sequenze celebri restituisce alle cose la loro voce segreta. Tutto ciò che intercetta l’esistenza, che sia un fotogramma o una mappa stradale, si fa carico delle emozioni di chi vive e si muta in occasione di nuovi viaggi della mente. L’identità nasce da suggestioni che solo a un occhio superficiale appaiono irrazionali o fanciullesche. L’orribile senso di colpa e di perdita che attende sempre al varco può essere in parte sconfitto dall’amore per il teatro e il cinema, gli unici mondi in cui è del tutto naturale non poter essere una cosa sola, un’unica persona.

martedì 31 maggio 2016

“Desidera”, amore e libertà sulle ali di un aeroplano




Tornare indietro e riscrivere la propria storia? Chi non lo ha mai desiderato almeno una volta? Ma la vita si fa beffe di calcoli e previsioni. Affidato quasi esclusivamente al movimento corporeo, specchio e linguaggio di un immaginario che muta e insegue il suo centro, “Desidera. Una storia d’amore e di stelle” ha raccolto calorosi applausi presso il Centro Sociale di Salerno nell’ambito di Mutaverso, la stagione teatrale che ha in Vincenzo Albano il suo direttore artistico. La drammaturgia e la regia sono firnmate da Simona di Maio e Sebastiano Coticelli, che dividono il palcoscenico con Giuseppe Brancaccio, Amalia Ruocco e Dimitri Tetta. Razionalità e sogno si intrecciano continuamente. L’anziano che si aggira per il palco tutto immerso nelle sue riflessioni tra fogli ingombranti si trova puntualmente tra le mani (nella giacca o inviato misteriosamente) un aeroplanino di carta e vale davvero poco farlo sistematicamente a pezzi. Ritorna con la puntualità di un orologio non solo perché è il suo passato di aviatore, ma anche l’aspirazione a vivere assecondando il proprio istinto. Le due coppie di amanti che creano una sorta di danza struggente e ironica sono le due possibilità a cui un rapporto d’amore può andare incontro: la complicità o il contrasto, la vicinanza più intima o la distanza più cupa. Il cuore della messinscena è probabilmente il momento in cui i quattro personaggi muovono ognuno verso la stessa direzione, e subito dopo verso una meta opposta, i propri aeroplani. L’identità non è certo qualcosa di immobile che si possa ingabbiare; l’amore lo è ancora di meno. Gli approdi sono il senso di ogni viaggio e al tempo stesso l’occasione per cominciarne un altro. La dialettica tra il bisogno di ancorarsi al corpo di una donna e l’urgenza di spingersi verso un altrove, forze entrambe vitali e necessarie, conduce inevitabilmente a smarrire molto di sé. Non sarà possibile evitare la morte della donna amata (la visita da parte dei tre medici è un efficace esempio di come la scienza celebri se stessa, dimenticando che ha un essere vivente dinanzi agli occhi), ma le figure che circondano l’anziano creeranno per lui un aeroplano con i mobili della stanza. Non importa quanto un viaggio sia reale; ciò che conta è non guarire, fino all’ultimo respiro, dalla volontà di varcare limiti e prigioni.

mercoledì 25 maggio 2016

“Esse o non Esse”, il fascino di un dissipatore



Strategia, razionalità, attento studio dell’avversario: è questo che si attribuisce al gioco degli scacchi. Ma quale raziocinio può soccorrere quando il baratro è nella mente e nel mondo? Potente sintesi de “I demoni” di Fedor Dostoevskij diretta da Adriana Follieri –che ha curato la drammaturgia col protagonista-, “Esse o non Esse” è lo spettacolo applaudito al Teatro Pasolini in cui Fiorenzo Madonna ha dato al pubblico tutto ciò che è lecito attendersi da un interprete e anche di più: carisma, capacità di infondere vita sempre nuova negli infiniti volti della simulazione, consacrazione totale a un personaggio che oscilla tra il bisogno di dominare tutto e il lento annegare in se stesso. Stavrogin è il beffardo demiurgo nella deriva di corpi e anime, da cui il titolo che rimanda alla sua iniziale: sposare il suo cinismo o aggrapparsi a un ideale, anche se su tutti, allo stesso modo, calerà il buio. Gli altri personaggi sono pezzi della scacchiera che lui manipola. Il pedone impiccato a una sottoveste è la bambina che ha stuprato (che infatti si suiciderà), la madre è torre e regina, perché non c’è madre che non abbia peso in un’esistenza, gli amici (il buon Satov, Kirillov che vuole essere dio di se stesso) sono alfieri incollati alla scacchiera mentre lui si accascia (perché oppongono le proprie scelte al naufragio) o sono cavalli su cui puntare le scommesse del pubblico. La scommessa è però persa in partenza: dove correre al di fuori del ruolo che ci cuciamo addosso? Lo stesso re in cui Stavrogin si identifica è un carillon: dunque un giocattolo, un’illusione. Sull’onda di una contaminazione musicale che spazia dal canto in vernacolo al francese –per accrescere un effetto straniante-il gioco perde così con feroce sarcasmo la sua connotazione di arma della ragione per testimoniare un’aporia in cui Dio è necessario al senso della vita, ma non esiste. Dissipatore delle proprie energie e di quelle altrui, ama l’ostentazione per esorcizzare inutilmente il senso di colpa che lo perseguita. Ringrazia al microfono le sue vittime, Borges, Dostoevskij stesso, si trucca di bianco dopo aver derubato un impiegato, sputa sul palco lo champagne acquistato col furto, tenta di confessarsi per poi tingersi di rosso e nero (si è scoperto definitivamente demone: la confessione non purifica, è una presa d’atto della propria natura), declama il monologo di Amleto circondato dai pezzi della scacchiera per poi scalciarli via, getta con lo stesso slancio l’abito della donna a cui sarebbe conveniente unirsi e i fogli che lo inchiodano. Uno di essi ha l’impronta del suo viso. È quello che ha tentato di fare da sempre: lasciare una traccia che lo distingua, che lo renda riconoscibile. Non è un caso che i soli momenti di quiete (“attimi di infinita armonia”) avvengano su un lembo di prato dove sono sepolti gli amici: dinanzi alla nudità della morte la gioia sognata sembra balenare, in un istante, con più forza. E quando imprigiona il suo corpo nel filo del microfono declamando “Penziere mieje”, canto di morte e di libertà, è inchiodato alla vertigine del nulla. Meglio troncare il respiro che assistere ancora al ridicolo tentativo degli uomini di trovare qualcosa che sopravviva al male e alla follia.

venerdì 20 maggio 2016

“Nella gioia e nel dolore”, il comico inferno del matrimonio


Decisamente amabili, quegli sposini pronti a giurarsi eterno amore. Ma non provate a chiedergli dei loro sentimenti: il silenzio potrebbe stordirvi. Comico inferno in cui c’è posto per lo status, ma non per l’anima, il matrimonio è implacabilmente scarnificato nello spettacolo “Nella gioia e nel dolore” di e con Elio Colasanto e Alessia Garofalo, applaudito calorosamente al Piccolo Teatro del Giullare nell’ambito di “Mutaverso”, la stagione teatrale diretta da Vincenzo Albano. Versatili e coinvolgenti nel dramma come nella commedia, i due interpreti dimostrano un’energia che non si dimentica. Ogni dettaglio della messinscena esprime l’alienazione di quello che è retoricamente definito il momento più importante dell’esistenza. All’inizio della vicenda, i due si vengono incontro dicendosi frasi di canzoni famose: si avvicinano per convenzione, dunque si esprimono in modo convenzionale. Lei è senza pretese, lui ha una bell’auto e un’azienda avviata. Dovrebbe bastare a creare un romantico nido insieme, no? Quando però non c’è una scelta, ma un rito in cui tutto deve essere perfetto dal punto di vista sociale, basta poco perchè il veleno dilaghi. La gigantesca torta nuziale che diventa palcoscenico allude chiaramente a come il felice evento sia ingombrante nella sua ostentazione e, nell’associare immediatamente gli attori ai pupazzetti che sormontano il dessert, si comprende subito come si assista alla controfigura della vita vera. La donna seduta in cima alla torta mentre il fidanzato si è allontanato per correre appresso a una gonnella evidenzia come non si sia protagonisti, ma vittime di questo ingresso tra quelli che contano (“Amore, il giorno del tuo matrimonio tu non conti un cazzo” le dice lui). In un ricevimento talmente sopra le righe da far sembrare equilibrata un’orgia, i protagonisti consumano fino in fondo la follia che li unisce. Lui fa da barbiere a lei, elenca portate inimmaginabili, lancia palline sul pubblico mentre lei ricorda le qualità della bomboniera perfetta per dimostrare che hanno fatto centro, fingono euforia tra orribili balli di gruppi e champagne tracannato a fiumi. E il momento più intimo è il conteggio dei soldi nelle buste dei parenti. In questo carnevale troppo chiassoso perché la passione possa anche solo respirare, traspare però una storia intensa malgrado tutto: quella di Tonio e Lina, genitori degli sposi, che non ha avuto seguito perché lei era sorella di un contrabbandiere. La società tollera tutto, tranne la libertà. Non è certo ammesso non essere “rispettabili” .  E quando Tonio si chiede “L’amore si sceglie o ci sceglie?”, la risposta è nell’ultimo bacio a Lina: l’amore non sceglie di essere crocifisso a una categoria

venerdì 13 maggio 2016

"Il cortile", l'amara bellezza della scena



Li si direbbe miserabili senza speranza, ma è il tempo in cui vivono (viviamo) a essere senza via d’uscita. In scena alla Sala Pasolini di Salerno il 13 maggio alle 21 e il giorno seguente alla Sala Assoli di Napoli,  “Il cortile” di Spiro Scimone è uno dei copioni più sorprendenti degli ultimi anni. In una periferia degradata tra vecchie motociclette e spazzatura, l’autore, Francesco Sframeli e Gianluca Cesale agiscono sotto traccia, si nutrono di storie minime dimenticate ai margini di ogni consesso sociale, inanellano frasi disconnesse dalla realtà a cui basta un approccio basico alle cose, si perdono in un sogno o in una curiosità che sembra azzerare tutto, si muovono senza sbagliare un colpo sul sottile confine tra ironia e disperazione. Distanti dal ricatto psicologico  come dal virtuosismo sterile di tanta drammaturgia contemporanea, gli artsti siciliani pongono al centro del proprio percorso un’umanità colta nella sua essenza più profonda che, inquanto tale, riduce in briciole sovrastrutture e deformazioni. Nel fermo-immagine del cortile, Peppe, Tano e Uno, che  non hanno che se stessi e sono presi dai propri giochi (il gioco è il linguaggio della scoperta e della fantasia, presenti  proprio dove non le si concepirebbe mai) si pongono al di sopra di logiche stantie in una condizione anomala agli occhi degli allineati. Non ci sono appartenenze da rivendicare o geografie dell’immaginario che permettano  di orientarsi nel labirinto della normalità. E se la comicità e lo spaesamento diventano inseparabili, i personaggi non conoscono consolazioni, ma neppure catene. La felicità è in un passato forse solo sognato. Eppure c’è più vita in quell’angolo ingombro di rottami di quanto la si cerchi altrove.