Che il quotidiano possieda
una sua bellezza nascosta è affermazione solo all’apparenza ovvia. Viviamo un
tempo che cannibalizza se stesso in cui la percezione è divenuta un groviglio
di stimoli, smarrendo la sua natura di via tutt’altro che lineare verso ciò che
attende di essere rivelato. Le foto di Marcello Cataliotti Natoli obbediscono a
un’empatia così intensa con il loro oggetto da lasciare disorientati. Non
semplice documentazione di un dato, ma prolungamento della vita segreta che
quel dato racchiude in sé. Non una raffinata ricezione di quel che intercetta
il campo visivo, ma respiro di quel che viene catturato, liberazione delle
energie che ogni elemento a suo modo possiede, fino a fare dell’immagine una
consustanziazione laica di ciò che si è voluto cogliere. Fotografare è per
Cataliotti Natoli rinascita di quel che è stato visto/vissuto, attenzione
amorosa e totale riservata non a caso all’inanimato (porte, tavoli, strumenti
di lavoro, bicchieri, squarci di interni, strade) che in quanto tale è adatto a
creare un discorso sempre aperto nell’ambito della fruizione. Una cosa creata
in base a una precisa funzione non è mai semplicemente se stessa. Come si
presta docile all’uso per cui è nata, allo stesso modo diventa occasione per
scrivere una storia diversa, per accogliere gli echi e le suggestioni di chi
l’utilizza e arricchirli con i propri. Le istantanee di questo artista che si è
cimentato con il teatro, la scrittura, la tecnica mista (e dunque ha
dimestichezza con tutte le salutari ambiguità del linguaggio) si spingono ben
oltre ogni codificazione estrema di realismo e instaurano con lo spettatore una
comunicazione silenziosa proprio attraverso il mezzo dell’alienazione contemporanea
(il telefono cellulare), non più simbolo di assimilazione passiva, ma di
interazione fertile con il contesto. Cataliotti Natolisa che la fotografia è un conto non saldato
con il tempo. Non tanto perché oppone persistenza a fugacità, esigenza che accomuna
le più disparate forme d’arte, ma perché ridefinisce in modo continuo e
beffardo i confini della visione. L’occhio non smette di dialogare con ciò che
è stato fissato e che innesca un cortocircuito con il presente, un presente che
non si contrappone a quello che è stato fotografato, ma se ne lascia
contaminare, fino a dissolvere ogni diaframma rispetto a quelche è intimamente legato a un dove e a un
quando. E nelle immagini del siciliano l’atemporalità dell’ascolto visivo
diviene riscoperta di quel che i sensi possono cogliere. (Nella foto, Bisbigli).
Cosa si prova a non avere altro che sete e inquietudini? Franco Scaldati
lo sapeva bene e chi vuole conoscere davvero la natura umana (“un’opera
incompiuta”, come fa dire al suo personaggio) deve muoversi tra gli emarginati
che abitano il suo mondo. Il Teatro Diana di Salerno ha proposto “E’la terra
un’unica finestra”, lo spettacolo prodotto dal Teatro Garibaldi di Palermo e
diretto da Matteo Bavera che costituisce una summa del percorso del drammaturgo
siciliano. La violenta sensualità della lingua palermitana non lascia tregua:
lo spettattore si trova immerso in un ritmo convulso che trascina e annulla il
tempo, tra suoni carezzevoli e affilati. Diviene impossibile percepire la
tenerezza e il calore senza sentirsi un attimo dopo precipitare in un’incertezza
dolorosa di cui l’allegria fa subito scempio.Melino Imparato seduce nella sua spiazzante capacità di dare forma a
tutti gli aspetti del degrado e di quella che si potrebbe liquidare comodamente
come follia, quando è folle chi pretende di avere tutte le risposte sulla mente
e sui suoi inganni. Tragico e comico diventano parole vuote: tutta la
sofferenza e tutta la caparbietà con cui ci si attacca alla vita recuperano
nella performance di Imparato una forza che è sempre più raro vedere sui
palcoscenici. Né gli è da meno Salvatore Pizzillo, che crea, con un’intensità
che non si dimentica, un compagno di strada che è rifugio e alter ego,
approccio fanciullesco alle cose e creatura sospesa tra il desiderio (la
parrucca bionda che spinge l’amico a dichiarargli amore come ad Illuminata,
cioè la luna) e l’ascolto di un notte che “si è ripresa i suoi fantasmi”. La narrazione
procede per analogie emotive. L’impossibilità di recapitare una missiva al
signor Pace introduce al turbamento che la propria ombra suscita in Imparato,
scisso tra desiderio e ostilità (la scena è il luogo in cui gli opposti si
perdono l’uno nell’altro). Come l’ombra avvolge la carne, così l’abbraccio di Pizzillo
soccorre nel nulla dell’abbandono: non si dimentichi che lo squittire dei topi
è l’unico suono che accompagna l’azione. Quando Imparato picchia sul pavimento
ed è tormentato dal pensiero della guerra, sta cercando di ristabilire invano
quell’afflato tra uomo e natura che i conflitti dissolvono. La buffa marcia
accompagnata da declamazioni vuole esorcizzare ciò che di terribile ogni lotta
porta con sé e poiché il teatro è contaminazione tra apparenza e presunta
realtà, i due cercano “piccioli” per la loro esibizione; denaro gettato al
vento, perché i corpi che sanno bastare a se stessi sono già a un passo dalla
felicità. Una parrucca può servire per il gioco della riffa, così come un
alcolizzato può essere vivo e morto nello stesso momento; una processione di
santi può evocare le pulsioni dell’inconscio e chiedere a un cane di dare del
lei all’uomo che segue può essere la più naturale delle richieste (ma uomini e
animali sono e restano fratelli, lo hanno solo dimenticato). Al grado zero della
logica e della gerarchia corrisponde una dolente consapevolezza della
fragilità, un riconoscersi in pezzi lontano da un equilibrio sognato e
rimpianto. La terra è davvero un’unica finestra che attende un’alba nuova e
troppo lontana, mentre ormai “E’ buio…che pena..avremmo potuto fare tante
cose”.
Complicità, lusinghe, desiderio.
Ma anche amarezza, contrasto, solitudine. L’amore non possiede certo un unico
volto, ma sa trarre forza da se stesso nelle peggiori circostanze. È basato sul
carteggio negli anni dal 1913 al 1915 tra Francesco Fusco, ufficiale medico, e
Stamura Segarioli, maestra elementare, “Il fiore che ti mando l’ho baciato”, lo
spettacolo diretto con successo presso il Teatro del Giullare da Antonio
Grimaldi. L’allestimento ha origine dalla volontà della nipote Rosa Fusco e su
iniziativa dell’Associazione culturale Centro Studi sul Teatro Napoletano,
Meridionale ed Europeo presieduto da Antonia Lezza, presso la cui Biblioteca è
custodito il materiale documentario inedito degli eredi Fusco. Nel buio del
palco la luce nasce da un cofanetto che contiene le missive, perché anche le
“storie minime” hanno il diritto di essere sottratte alle tenebre del tempo che
inghiotte tutto. In una veste bianca, il colore della promessa e della tenacia,
Annarita Vitolo, che ha curato con il regista e con Elvira Buonocore la
scrittura scenica e drammaturgica, crea una protagonista che affascina
immediatamente la platea nel mescolare forza e disinganno, passione e
scoramento, attraverso un’interpretazione misurata e intensa che affida a pochi,
eloquenti gesti la narrazione di quel percorso a ostacoli che sono, oggi come
ieri, le relazioni. I ventilatori che disperdono ai lati della scena i fogli
talvolta fatti a pezzi tra cui la donna ondeggia alludono a un bisogno di
evadere dalla prigionia amorosa (è terribilmente facile essere soffocati da ciò
di cui non si vuol fare a meno). I due non possono tuttavia che ritrovarsi,
perché vivono una condizione simile: la fatica di crescere il figlio nato dalla
loro unione contro pregiudizi e disagi non è meno logorante delle giornate al
fronte. Non è un caso che il leitmotiv della messinscena, nella selezione musicale
curata da Cristina Milito Pagliara, sia “Non dimenticar le mie parole”. Le
parole degli amanti lasciano tracce profonde e le lettere sono archivi di
anime. E anche se a Stamura non resta che una coccarda, una valigia, un
elmetto, dall’oscurità della scena iniziale emerge una donna che non ha smesso
di amare e di amarsi. Un foglio che diviene barchetta per divertire il suo
bambino segna un nuovo inizio. La guerra spezza le vite, ma non la voglia di
vivere.
Se le avessero chiesto di scegliere tra essere e avere, Anna Cappelli non
avrebbe avuto dubbi. È il possesso a rendere riconoscibile una persona, polverizzando
frustrazioni eamarezze. Le ossessioni
però comportano un prezzo alto che chiede di essere pagato fino in fondo. Il
copione di Annibale Ruccello acquista forza col passare degli anni e Carlo
Massari affronta la sfida di interpretare per la prima volta en travesti questo
personaggio nello spettacolo in scena oggi alle 18.30 presso il Teatro Nuovo di
Salerno nell’ambito della manifestazione Atelier. Sensibilissimo alle
suggestioni del testo e consapevole di quanto la fisicità sia essenzaIe nel
discorso artistico del drammaturgo napoletano, Massari ha modellato se stesso
con assoluta dedizione per creare una figura capace di accogliere in sé molti
lati oscuri. L’oppressione di un’esistenza piccolo-borghese, il rancore che si
annida nel quotidiano quando non si può essere davvero se stessi, lo status
sociale che conta più dell’essenza sono tensioni che animano questa donna in
cui le parole nascondono sempre altro: l’ansia bruciante di identificarsi con
ciò che ha, fino all’autodistruzione. Diventa allora naturale che sia un attore
a interpretarla. La malattia chiamata avidità avvelena la natura umana in tutti
i suoi aspetti e chiunque può cadere nella trappola di essere posseduto, nella
più completa alienazione, da quelle che sono solo cose e prendono il posto
dell’anima.
Cosa c’è di più naturale di una tombola nella notte
di San Silvestro? A maggior ragione se gli spiriti tornano a visitare i vivi. Ha
riscosso grande successo presso il pubblico salernitano “La doppia vita dei
numeri”, lo spettacolo diretto da Brunella Caputo presso il Piccolo Teatro del
Giullare, tratto dall’omonima opera di Erri De Luca, che si avvale della
grafica di Andrea Bloise, del disegno luci e della selezione musicale di Virna
Prescenzo e dell’aiuto regia di Concita De Luca. Nell’immaginario del Sud
Italia vita e morte sono da sempre compagne di strada. L’una si mescola
all’altra, annullando ogni confine tra passato e presente. Il tempo della
coscienza è però vissuto in modo opposto dai fratelli protagonisti. Lei (Mimma
Virtuoso, che dissimula efficacemente nell’approccio ruvido la sua capacità di
difendere affetti e memorie) sa che quel che esiste nella mente è più forte di
quel che abita la carne, tanto da immaginare ancora per casa Italia, la
domestica morta (Geppina Giuliano) e da giocare con i genitori defunti (Teresa
Di Florio e Alfio Battaglia, amorose e tenere presenze). Lui (Augusto Landi,
credibile nel rendersi prigioniero dell’amarezza) è inchiodato a una fine che
non ha avuto la possibilità di farsi nuovo inizio (le macerie di Sarajevo, i
suoi bambini e le sue bombe) ed esorcizza nella scrittura la perdita dei suoi
punti di riferimento: si sente non a caso straniero in quella Napoli
eternamente in bilico tra essere e non essere, tra guerra e rinascita, che la
sorella ama con dolcezza di figlia. I due in effetti non sono mai affiancati,
ma sempre uno di fronte all’altra o disposti su una sorta di linea parallela
con cui guardano a quel che li coinvolge e creano un contrasto con i fuochi
pirotecnici dell’ultimo scorcio dell’anno. La festa che ubriaca la città non li
riguarda: vivono la gioia silenziosa di un’esistenza che trae senso dalla
fugacità. Il quotidiano non è misurabile in calcoli matematici e la tombola è
occasione per inventare storie ironiche e imprevedibili, per giocare con i
ricordi, per non temere il futuro. I numeri sono le anime evocate da chi non ha
smesso di attenderle e che sanno dare la pace come in sogno (il fratello
rasserenato quando comprende che raggiungerà presto il padre e la madre). Gli
antidoti al dolore restano l’amore e l’arte della parola, che rende possibile
tutto. E poco importa se Italia sottrae la vincita: l’unica cosa che non si può
sottrarre è il legame tra chi vive e chi muore.