Puro,
intangibile, assoluto. Ma anche pronto a lasciarsi contaminare, sempre teso a
sfuggire a quelle “gabbie stupide” che sono le definizioni. Il sacro si
richiude su se stesso nel momento in cui lo si cerca, spingendo a desiderarlo
dove nessuno spenderebbe sguardi e parole. Il pubblico diventa compagno di
strada in “Farsi silenzio”, la performance, progettata e interpretata da Marco
Cacciola su drammaturgia di Tindaro Granata, che ha aperto presso la Chiesa di
Sant’Apollonia di Salerno la IV stagione di Mutaverso, che ha in Vincenzo
Albano il suo direttore artistico. Il lungo sguardo silenzioso sugli
spettatori,l’interrogarli su un
concetto di sacro che non abbia nulla da spartire con la religione (proprio per
sottrarsi a categorie stantie), indossare cuffie per ascoltare i suoni che
hanno accompagnato il suo viaggio da Milano a Roma e percepire con lui il lento
cadere della pioggia all’esterno della chiesa sono passi che Cacciola compie con
la dedizione di un fratello con cui dividere fatiche e sogni, che cerca una ragione per vivere in ogni
esperienza e in ogni contesto. Tra le suggestioni di Vivaldi e di John Cage, le
parole della vecchia Alcea, musica antica in cui immergersi, e l’invito di Antonio Tarantino a cercare tra
gli ultimi la meta dell’itinerario, il protagonista diviene viaggiatore e
strada, occasione di epifanie e complice del mistero che si annida anche nei
gesti più semplici. Il silenzio diventa allora la dimensione in cui
riappropriarsi del respiro del mondo, creare nuove attese e nuove opportunità
di riscoprirsi umani. È naturale che il viaggio non abbia fine. Se è ugualmente
sacra la vita di chi si spegne e di chi si rimette in cammino, inizio ed
approdo possono finalmente essere la medesima cosa.
Che ne è
della sacra parsimonia se si osa accendere una stufa in pieno inverno? E che
dire dell’esosa pretesa di fare un regalo a un cugino in procinto di sposarsi?
Ma il rapporto con le cose, si sa, riflette quello con le persone ed è lì che
il buio dilaga. Dirette da un Pierpaolo Sepe innamorato del loro talento, tanto
da lasciarle padrone della scena, Isa Danieli e Giuliana De Sio sono “Le
signorine”, protagoniste dello spettacolo basato sul testo di Gianni Clementi e
applaudito calorosamente al Teatro Verdi di Salerno. Prendendo le mosse da un
copione decisamente inferiore alle potenzialità delle interpreti, Addolorata
(di cui Giuliana De Sio tratteggia con assoluta consapevolezza il grigiore a
doppio fondo) è il bersaglio dell’avarissima sorella Rosaria (Isa Danieli, che
punta tutto con sagacia su un sarcasmo velenoso), tanto da chiudersi
nell’armadio quando il minuetto di battibecchi, frustrazioni e critiche
raggiunge l’apice. La paralisi che costringe in carrozzella Rosaria è un
contrappasso: l’accumulo di cibo che le è fatale riflette la scelta di
incamerare più quattrini possibili e la “zitella” giovane, che ha sempre
trascorso il suo tempo tra televendite, fiction e previsioni di maghi, può
finalmente darsi a spese pazze. Chi opprime e chi è oppressa rappresentano
tuttavia due prigioni allo specchio. Addolorata non conosce una libertà che la
proietti altrove: far pesare le proprie scelte sulla sorella le dà più piacere
delle scelte stesse, incapace di definirsi al di fuori di questo conflitto.
Anche l’uccisione di Rosaria non è una scelta autonoma, ma un tentativo di
difendersi da chi le ingombra i giorni e le notti (i sogni in cui è intimorita
e sbeffeggiata). La sua rivalsa è grottesca perché asfittica come il contesto
delle “signorine”, immobili per sempre nel pantano dei pregiudizi su se stesse
e sugli altri, in particolare sugli stranieri. La donna impersonata da Isa
Danieli, che ha fatto della prepotenza la sua religione, è a sua volta irrisolta
tra paure infantili, che la spingono a cercare rifugio nella sorella, e un
rancore mai estinto verso i genitori che, non vaccinandola, l’hanno condannata
a essere zoppa. Nascondere il cadavere di Rosaria nell’armadio non è solo la
soluzione più rapida ma anche la più naturale: corpi e anime non hanno mai
abbandonato quel ventre che è la casa e in questo limbo cieco parlare alla
vittima come se nulla fosse non è più astruso dei giochi da bambine presenti
nel finale. Certi armadi, come certe coscienze, non possono e non vogliono
essere aperti.
“Si dice che i morti dormano. Non è
vero. Hanno gli occhi spalancati”, dice il pesce in cui si è trasformato un
bimbo appena venuto alla luce. Non potrebbe essere diversamente: vita e morte
vegliano l’una sull’altra tra le onde, dove un eterno presente muta ogni cosa e
la lascia com’è. Adattamento degli studi dell’antropologa Marilena Macrina Maffei, in particolare sulle pescatrici
delle Eolie nella prima metà del Novecento, “Mare - Mirabolanti Antichi Racconti Eoliani" ha concluso tra gli applausi “Teatri
in blu”, la manifestazione diretta da Vincenzo Albano. Sulla tonnara Maria
Antonietta al largo di Cetara, Francesca Pica si è affidata alla duttilità
della voce e del gesto, facendo rivivere tra passione e meraviglia un mondo di
miti, fiabe, simboli che rende inautentica e antiumana la cosiddetta normalità.
Nel sogno in cui si incontrano, prima di fondersi, la protagonista e la
pescatrice (visione ricorrente della metamorfosi di un bambino in pesce, perché
sulla spiaggia ogni fine è rinascita), l’invito a respirare un mondo di fatica
e mistero apre la natura a una dimensione che libera e incanta. Tra serpi dai
folti capelli, spiriti irridenti, tartarughe che diventano bambole, case che
vogliono restare vuote a mezzanotte, il ragno, ovvero la rete da tirare almeno
in quattro, il fantastico evidenzia per contrasto l’ottusità di un contesto
sociale modellato su uomini lontani dal punto di vista affettivo, soprattutto
quando sono mariti o padroni, e su donne viste unicamente come forza lavoro.
Ecco allora il carisma delle maiare, votate al diavolo e capaci di volare, ben
lontane nella leggerezza delle membra e dell’animo dalla violenza che riempie
le reti di corpi straziati. La zia Core, che nottetempo raggiunge in volo
l’America per vedere, anche solo addormentata, la figlia sposata laggiù, incarna
l’irriverente bisogno di essere semplicemente se stesse che le maiare provano e
che nessuno potrebbe mai benedire o imprigionare. Tra loro, che seducono e si
fanno beffe di tutto, si perderà la protagonista spossata da una vita di travagli
e ancora una volta sarà vano chiedersi dove sia il confine tra vivere e
sognare. Il mare, che rende stranieri e affratella, che nutre e scarnifica, che
culla e abbandona, ascolta con pazienza le storie di chi non può fare a meno di
lui e Francesca Pica esorta ad accendere i sensi: non accontentatevi, sembra
dirci, di una vita dal fiato corto.
“Sono passati
duecentoventi anni dalla sua nascita ma noi siamo ancora lì, nella foto che
Giacomo ci ha scattato”. Le parole accarezzate, misurate ma mai grigie di
Corrado Augias hanno guidato il pubblico del Teatro Verdi lungo il percorso
umano e poetico di uno dei più grandi autori di tutti i tempi nello spettacolo
“O patria mia-Leopardi e l’Italia” per la regia di Angelo Generali, racchiuso
nella voce suadente di Arnoldo Foà che recita “L’infinito” e “Canto di un
pastore errante dell’Asia”. Con una chitarra del XIX secolo, Stefano Albarello
ha eseguito dal vivo “En medio a mis colores” di Rossini, ricordando come “Il
Turco in Italia” fosse la prima opera che folgorò il giovane scrittore, tanto
da indurlo alle lacrime. Ha poi suonato e cantato il più antico stornello
romano a noi giunto, alludendo al senso di prigionia che suscitò in Leopardi la
Chiesa, “Una furtiva lagrima” a corredo del mondo di sentimenti attorno a
Silvia e a Nerina, né poteva mancare la prima versione dell’inno di Mameli, per
concludere con “Fenesta ca lucive”. Il nostro sapeva che amare una patria non è
semplice, specialmente se si è di fronte a qualcosa di improbabile come nel Bel
Paese: quel “divertimento scompagnato da ogni fatica dell’animo”, la stessa
fatuità nel passeggiare, andare a messa, assistere a una rappresentazione, il
non possedere costumi ma usanze. Le opinioni modellano i costumi che sono
regolati dalle leggi, ma, ricorda Augias, “Dove questa catena non è rispettata,
una legge nasce sul vuoto ed è puntualmente inefficace”. La tendenza tutta
italica alla prostrazione è dannosa ieri come oggi e offre occasione per
riflettere sull’attualità: “Avremmo dovuto essere meno entusiasti dinanzi
all’entrata in vigore dell’euro così come dovremmo essere meno depressi oggi,
dato che l’abbandono della moneta unica sarebbe per noi rovinoso”. Che inviti
ad avere “pietà di questa bellissima terra” o ne colga le molte pecche,
Leopardi, che trova nell’immaginazione il vero rifugio dell’uomo sensibile,
colpisce comunque nella sua implacabile lucidità, sia quando descrive il
deserto spirituale di sua madre (“un carattere sensibilissimo ridotto così
dalla religione”), sia quando ricorda la corruzione del clero (“il cardinale
Malvasia mette le mani in petto alle dame e condanna all’Inquisizione i mariti
di quelle che si ribellano”). Emerge anche la solitudine del padre Monaldo, che
teme di perdere i figli per le nuove prospettive aperte dal contatto con Pietro
Giordani. Chi è fuori dal coro è sempre osservato con sospetto. “Come
comportarci con le dottrine e le regole che ci circondano?” si chiede Augias.
Il recanatese saprebbe cosa rispondere: non sacrificare a nessun codice la
libertà dello spirito.
Se pensate
che una vecchia carcassa non abbia più nulla da offrire, vi sbagliate. Maisottovalutare un’anima non ancora assopita.
Rocco Manfredi e Francesco Napoli, diretti da Alessandra Ventrella, hanno
profuso tutte le proprie energie in “Homologia”, lo spettacolo della compagnia
DispensaBarzotti riproposto con successo al Centro Sociale a conclusione della
terza stagione di Mutaverso, diretta da Vincenzo Albano. Affidata interamente
al gesto e a maschere cupamente rugose, la messinscena esplora attraverso un
linguaggio da illusionista la possibilità di ritrovarsi. I trucchi da mago
mostrano che la realtà non può appartenere ai soli sensi né a una sola
prospettiva. Il foglio di giornale che si solleva sulla testa dell’anziano
legato a gesti ripetitivi allude allo smarrimento delle facoltà cognitive ma
anche al bisogno di giocare con la monotonia per darle scacco. La radio
sormontata da un minuscolo fuoco d’artificio per festeggiare il compleanno del
vecchio, con tanto di capellino e torta propri dell’infanzia, ha un grande
valore evocativo, perchè capta quelle “voci di dentro” che attendono il
risveglio. Le scatole da regalo che piombano sul palco sono al tempo stesso
beffarde e consolatorie: esprimono il carattere illusorio della vita, ma sono
anche esortazione a donarsi a se stessi, cercando un nuovo inizio (i simboli
del compleanno) e la forza di protrarlo (il giovane che emerge dalla scatola
più grande). La gioventù è tuttavia qualcosa di sclerotizzato nel passato (i
faticosi tentativi di animare il ragazzo da parte dell’anziano) e lo
sdoppiamento del protagonista culmina nel naufragio (le pose plastiche che li
rendono l’uno testimone della morte dell’altro). Solo incontrando un altro se
stesso infatti si può avere l’esatta misura del limite e dell’occasione di
varcarlo. L’abbandono dell’attempato fantoccio sulla poltrona mentre i due
giovani soffiano sulla candelina rimanda alla liberazione dal corpo, dalla
noia, dalla sterilità, ma non si può escludere che le due figure siano
l’ultimo, testardo sogno di chi ha dovuto arrendersi al nulla.