
domenica 28 aprile 2013
“Le voci di dentro” al Piccolo Teatro Grassi di Milano

sabato 27 aprile 2013
L'indiavolato Salemme al Verdi di Salerno

mercoledì 24 aprile 2013
Crudeltà e desiderio nel Rigoletto di Lorenzo Amato

domenica 21 aprile 2013
“Il visitatore” al Genovesi di Salerno

A chi affidarsi quando
tutto sembra crollare? Come eludere la terribile sensazione che il proprio
percorso sia stato vano? E vale davvero la pena di percorrere la strada che si
apre inaspettatamente davanti agli occhi nei panni di uno sconosciuto difficile
da decifrare? “Il visitatore” di Eric Emmanuel Schmitt è lo spettacolo che la Compagnia La Betulla allestirà
il 21 aprile alle 19 presso il Teatro Genovesi di Salerno nell’ambito della quinta
edizione del Festival Nazionale “Teatro XS”. Bruno Frusca dirige se stesso e Pino
Navaretta, Michele Bolognini e Mariasole Bannò in una vicenda che vede
contrapposti Sigmund Freud, oppresso dal pensiero che la Gestapo gli ha sottratto
la figlia, e un individuo che afferma di essere Dio. Il dissidio tra i
protagonisti diventa occasione per riflettere sul legame sempre irrisolto tra
materiale e trascendente, tra etica e cinismo, tra ragione e follia.
sabato 20 aprile 2013
“Il pendolo”, una trappola chiamata coppia

A Cava de’Tirreni “Le cinque rose di Jennifer”

sabato 13 aprile 2013
L’omaggio a Ruccello di Antonello De Rosa
La scrittura di Ruccello è
mossa dal bisogno di racontare l’inquietudine che si annida soprattutto lì dove
ci si illude di trovare delle certezze. “Mamme” ne è un chiaro esempio: le
protagoniste dei tre atti unici sono una donna appiattita dalla sua esisteza di
casalinga, una folle che si crede la
Vergine e parla con Marlon Brando, esorcizzando con il suo
linguaggio intemperante il trauma di uno stupro e di una maternità negata, e
una madre “cattolica, apostolica e romana” che colpevolizza a tal punto la
figlia incinta da spingerla al suicidio. “Traccia
di Mamma” è la versione dell’opera che il regista e protagonista Antonello De
Rosa proporrà il 13 aprile alle 21 presso la Sala Teatro Comunale “Luca Barba” di Cava de’ Tirreni nell’ambito della rassegna “Omaggio
ad Annibale Ruccello”. Puntando
tutto su di una corporeità scandalosamente sincera, De Rosa coglie nell’autore
l’aspetto disturbante della maternità: il bisogno d’amore frustrato da un mondo
chiuso in se stesso, la purezza della pazzia in quanto non allineata, il
rancore verso chi nasce e osa rifiutarsi di rispecchiare un’anima buia.
mercoledì 10 aprile 2013
Artaud, la carne e l’anima
Identificare il Figlio di Dio e Artaud? Scelta necessaria più che blasfema. In entrambe le figure il verbo si fa carne. Mentre però nel primo quest’ultima diviene fragile tramite per approdare al regno dello spirito, nel secondo il corpo diviene il centro di tutto, momento rivelatore della menzogna della lingua, troppo propensa a chiudersi in gabbie da lei stessa costruite. Su questo assunto si basa “Iosonogesucristo. Da, per e con Antonin Artaud” (come a dire: per Cristo, con Cristo e in Cristo), lo spettacolo del Golem Teatro diretto da Giovanni Granatina e interpretato da Francesca Iovine e Dimitri Tetta in programma il 12 aprile alle 20.30 alla Domus Ars di Napoli nell’ambito del Festival Diecilune.
Sulla scena compaiono fogli sparsi ovunque, una sedia rossa rovesciata, un uomo che sembra essere precipitato sul palco da chissà dove. Tutto è duplice nella messinscena in omaggio alla libertà critica dell’artista. Il disordine è la conseguenza della permanenza nei sanatori e la confusione del reale che legittima leggi e comandamenti. Il ceppo su cui l’uomo batte il martello ricorda l’attenzione al ritmo dell’autore del “Teatro della crudeltà”, ma rimanda anche alla visione monolitica di chi non tollera pensieri alternativi. I fogli riuniti e poi sparsi sono sì le opere di Artaud, ma anche i frammenti di un mondo che solo nell’azione scenica può ritrovare unità e senso, come la sedia allude a un potere calato dall’alto che va abbattuto. La donna che, in preda a spasimi su una sedia a rotelle, accusa l’uomo di non essere il regista e scrittore è Paule Thévenin, che lo conobbe e sostenne. Non basta rievocare, bisogna rivivere, come lei sta vivendo nella sua pelle i tormenti del suo idolo. La duplicità ritorna nel momento in cui i due si scoprono incarnazioni e testimoni di colui che ha cambiato per sempre l’arte teatrale. Si rivive il suo insegnamento come nella celebrazione di una messa: l’invito a cercare in se stessi e non nelle scuole la ragione per recitare, l’inseguimento continuo dell’essenza delle cose («A me non piacciono i baci, ciò che mi piace è il gusto dei baci nei baci») e che il protagonista vuole riconsegnare a se stessa, seguendo con un gessetto i contorni degli oggetti in scena. In una transustanziazione laica si mutano l’una nell’altro: lui diviene il corpo malato e lei la sua amorosa custode. Il teatro va agito, deve essere percepito fin dentro le ossa, e richiede un sacrificio da cui si risorge a nuova vita. Sembra che le parole di Antigone risuonino solo per Artaud: mi dicono folle, ma forse è folle chi di follia mi accusa.
Sulla scena compaiono fogli sparsi ovunque, una sedia rossa rovesciata, un uomo che sembra essere precipitato sul palco da chissà dove. Tutto è duplice nella messinscena in omaggio alla libertà critica dell’artista. Il disordine è la conseguenza della permanenza nei sanatori e la confusione del reale che legittima leggi e comandamenti. Il ceppo su cui l’uomo batte il martello ricorda l’attenzione al ritmo dell’autore del “Teatro della crudeltà”, ma rimanda anche alla visione monolitica di chi non tollera pensieri alternativi. I fogli riuniti e poi sparsi sono sì le opere di Artaud, ma anche i frammenti di un mondo che solo nell’azione scenica può ritrovare unità e senso, come la sedia allude a un potere calato dall’alto che va abbattuto. La donna che, in preda a spasimi su una sedia a rotelle, accusa l’uomo di non essere il regista e scrittore è Paule Thévenin, che lo conobbe e sostenne. Non basta rievocare, bisogna rivivere, come lei sta vivendo nella sua pelle i tormenti del suo idolo. La duplicità ritorna nel momento in cui i due si scoprono incarnazioni e testimoni di colui che ha cambiato per sempre l’arte teatrale. Si rivive il suo insegnamento come nella celebrazione di una messa: l’invito a cercare in se stessi e non nelle scuole la ragione per recitare, l’inseguimento continuo dell’essenza delle cose («A me non piacciono i baci, ciò che mi piace è il gusto dei baci nei baci») e che il protagonista vuole riconsegnare a se stessa, seguendo con un gessetto i contorni degli oggetti in scena. In una transustanziazione laica si mutano l’una nell’altro: lui diviene il corpo malato e lei la sua amorosa custode. Il teatro va agito, deve essere percepito fin dentro le ossa, e richiede un sacrificio da cui si risorge a nuova vita. Sembra che le parole di Antigone risuonino solo per Artaud: mi dicono folle, ma forse è folle chi di follia mi accusa.
mercoledì 3 aprile 2013
“Fratto_x” al Bellini di Napoli
Potete scegliere: voltargli le spalle infastiditi dalla sua voce stridula, dai suoi movimenti convulsi, dal rifiuto di una messinscena che appaghi le vostre certezze, oppure lasciarvi trascinare dalla sua energia che non fa sconti a nessuno, men che mai a se stessa. Uno spettacolo di Antonio Rezza è molto più che un viaggio nell’assurdo: è una risposta eversiva alle bieche incoerenze della vita e “Fratto_x”, di scena al Teatro Bellini di Napoli dal 5 al 7 aprile, nato dal sodalizio con Flavia Mastrella, non smentisce questa linea. Affiancato da Ivan Bellavista in non-spazi che sovvertono qualsiasi criterio geometico, Rezza capovolge tutti i punti di riferimento possibili della cosiddetta normalità per attuare una performance che fa della sfrenata creatività il suo epicentro.
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