La figura velata,
una luna antropomorfa, (il raffinato Luciano Dell'Aglio) accende lentamente le piccole luci
sulla scena e i personaggi iniziano ad assumere i propri gesti consueti, pronti
a creare per l’ennesima volta a suo beneficio un dramma che li inchioda a una
casa che ha “troppe stanze vuote e pensieri vacanti”.“Il sogno dei felici”, che Antonio Grimaldi
ha diretto presso la Chiesa
di Sant’Apollonia di Salerno, si basa su di un assunto chiarissimo: la follia è
l’unico rifugio di un’anima assetata di letizia e la solitudine che nasce dai
sogni spezzati spinge a una lotta tanto violenta quanto inutile. I figli
dementi che regalano la propria illogica allegria (Cristina Milito Pagliara e
Massimo Villani, in un’interpretazione di profonda intensità) vogliono
costruire un petardo che faccia esplodere tutto, esprimendo inconsapevolmente
la situazione in cui vivono, dove tutti gli equilibri –ammesso che siano mai
esistiti-sono saltati. Badoglio, l’uomo cane che dovrebbe essere una sorta di nume
tutelare della casa e che ne riflette invece l’inquietudine irrisolta in
un’aggressività che lo rende dolorosamente umano (un Alfonso Tramontano
Guerritore attentissimo al suo ruolo e autore dei testi insieme alla generosa
Elvira Buonocore, che impersona la madre), nutre un rapporto di amore e odio
verso la luna (“Tu sei la corda che attende l’impiccato” le urla), perché non
le perdona la sua distanza, il ribadire la segregazione di queste vite
interrotte attraverso la sua imperturbabilità. Alessandro Gioia impersona il
padre e ogni suo atto racconta con spudorata sincerità il peso di una vita che
non ha più la forza di difendere i propri ideali, la madre, che ha il nome
antifrastico di Gioia, vorrebbe essere pura e perfetta come la Vergine, perché nessuna
felicità può rassegnarsi ad annegare nel nulla. E quando le figure si avventano
le une contro le altre, lei si accanisce anche contro se stessa per non aver
saputo a sua volta difendere ciò che dava un senso all’esistenza. Eppure
neanche la volta celeste può fare a meno di una terra che si macera nel
rimpianto e nell’ansia di rinascere. Alla fine dello spettacolo, la luna si
accosta al nucleo familiare, come ad attendere a sua volta un motivo per
vivere. Del resto, “Chi ci pensa alla solitudine folle di chi sta sempre in
cielo?”.
Il passato è una terra straniera? Dovrete
ricredervi se assisterete alla performance di Saverio La Ruina
in “La borto”. Lo spettacolo, prodotto da Scena Verticale, chiuderà sabato 21 settembre alle 21 al Castello
Fienga di Nocera Inferiore la rassegna Centrale dell’Arte promossa dal Teatro
Grimaldello. Sono inoltre previste la mostra di Salvatore Illegittimo,
Bonaventura Giordano, Renata Frana e la messinscena di “Esercito d’amore”
(regia di Antonio Grimaldi, testi di Alfonso Tramontano Guerritore), tentativo
di opporre il desiderio a qualunque forma di dissoluzione. Diventa impossibile
relegare in tempi lontani il Sud chiuso a chiave nella propria minacciosa
immobilità fisica e psicologica che La
Ruina restituisce nel ritmo del dialetto calabro. Nella sua
lenta musicalità, il racconto si insinua, diventa familiare e ci si scopre
vicini alla donna che l’attore interpreta senza alcun trucco: non potrebbe
essere diversamente, perché nel mondo narrato un’idea femminile del vivere non
ha diritto a concretizzarsi in un corpo autonomo. Dove la prospettiva maschile
è totalizzante, la protagonista e le sue compagne non sono che vittime di una
maternità che non è apertura alla vita, ma esasperazione di una condizione claustrofobica.Ecco allora che l’aborto non è vissuto come
gesto d’odio, ma tentativo sofferto di vivere un’esistenza secondo una volontà
che non sia quella del padrone di turno. Perfino Cristo dovrà perdonare questa
peccatrice. E il dolore che si rinnova in un racconto a tratti perfino ironico
testimonia le ferite profonde inflitte da chi si preoccupa di colpire, ma non
di capire
In
uno schieramento serrato, sposi e spose avanzano lentamente, la mano sul cuore,
verso un’invisibile linea del fuoco, per poi disperdersi, teneri e sospesi,
sulle note di “Besame mucho”. Elogio del romanticismo? Niente di più sbagliato.
È una lotta senza quartiere “Esercito d’amore”, che il regista Antonio Grimaldi
ha proposto all’arena Ghirelli di Salerno nell’ambito della rassegna “La
fornace del Teatro”. Nella performance dedicata “alle vene e alle ossa del
corpo, a Pina Bausch e a Marta Graham”, gli interpreti rappresentano l’elemento
perturbatore, la forza che ha intima necessità di sprigionarsi attraverso un
coinvolgimento totale dell’anima e del corpo. Prendono possesso della scena
attraverso un linguaggio che esprime consacrazione (i gesti che mimano il testo
di “The man i love”) e rottura (lo schiaffo a uno sposo che sembra riverberarsi
su tutti gli altri), per far confluire in se stessi gli opposti e farli
esplodere, divendeno così rifugio e via di fuga di tutte le tensioni possibili.
Il corale protendersi verso gli spettatori, direttamente convolti nella danza o
anche solo abbracciati come compagni di viaggio, il bisogno di assediare lo
spazio come a ricordare che non esiste nulla di definitivo, se non l’eterna
tensione verso l’altrove, spingono gli sposi a fare dolce violenza a una
percezione assopita. I testi di Alfonso Tramontano Guerritore, che figura anche
tra gli attori, raccontano l’anarchia del desiderio (“Questo è il sangue…Era
nei baci e sarà ovunque nei pensieri”) che è tentativo ostinato di forzare atti
e coscienze, di aprire nuove possibilità. Ecco allora che morte e vita
diventano i due momenti dello stesso percorso, come mostra la resurrezione dei
due sposi coperti di terra e acqua che si destano felici, come a prendersi
gioco del concetto stesso di fine. Non esiste tuttavia desiderio che abbia la
strada spianata: i protagonisti sono raggelati dal suono di una sirena,
bloccati da una forza che impedisce loro di avanzare, costretti a muoversi in
un insensato andirivieni cme se un carcere invisibile li avesse di colpo
inghiottiti e spinti disperatamente gli uni nelle braccia degli altri. La scena
(cioè il mondo) non si lascia conquistare facilmente da una libertà così
accecante. E quando si ammassano prostrati, all’apparenza sconfitti, gli sposi
sanno, malgrado tutto, che l’unica fede è nei loro corpi così impudicamente
innocenti, pronti sempre a divenire, ma non a essere.