La misteriosa sensualità dell’Allegoria
della Notte e la sospensione del Pensieroso,
ovvero la statua del Magnifico, frutti del genio michelangiolesco; la grazia di
Raffaello nello “Sposalizio della Vergine”; la potenza di Dante; le suggestioni
di Listz, che fa respirare nelle sue composizioni la forza dei capolavori
italiani. Ha guardato allo strettissimo legame tra arte e musica il “Discorso a
due” condotto da Vittorio Sgarbi e dal pianista Nazzareno Carusi presso il
Teatro Verdi di Salerno. L’armonia inquieta che in Michelangelo nasce dal
conflitto volutamente irrisolto tra fragilità e persistenza del segno, come la
tensione del Canto quinto dell’Inferno avrebbero richiesto una dissertazione
capace di sedurre anche le pietre, ma si dà il caso che la sbandierata abilità
dialettica di Sgarbi si sia risolta in un vuoto gioco di prestigio, un’interpretazione
delle opere proposte che ha simulato profondità per poi arrestarsi ben prima di
quello che un buon manuale avrebbe potuto illustrare. Quelle del critico sono
state parole di sabbia, pronte a essere disperse da un ascolto che cercasse
qualcosadi più di un epidermico
approccio. Il colpo di grazia è stato inferto nel momento in cui l’”illustre” ospite
ha preteso di declamare il Canto di Paolo e Francesca. Il coinvolgimento emotivo
che attraversa la narrazione è scomparso sotto l’opprimente monotonia di un’esposizione
dovuta a insopportabile vanità. Chiunque può amare quel mistero generoso che è
l’arte, ma un parvenu che dà spettacolo di se stesso non conduce a questa meta,
anche se applaudito da un pubblico cieco.
Davvero curioso, il nuovo
essere dai capelli lunghi. Non solo parla in continuazione, rompendo la
meravigliosa quiete dell’Eden, ma ha la bizzarra abitudine di usare i verbi al
plurale. Carla Avarista rende omaggio al sottile umorismo di Marc Twain dirigendo“Il diario di Adamo ed Eva”, applaudito
presso il Piccolo Teatro del Giullare di Salerno. La messinscena presenta pochi
elementi essenziali, perché tutto è puntato sull’affiatamento dei protagonisti:
frutti e fiori sparpagliati ovunque, una nuda struttura che funge da capanna,
come nudo e visibile è il senso del possesso, l’altalena su cui appare la prima
donna, cioè il primo sguardo vitale sul mondo. Se Ciro Girardi è estremamente
attento a tratteggiare in ogni dettaglio l’ottusità di un Adamo a cui basta un
ferreo egoismo (gli atti sospettosi, lo sguardo sorpreso e infastidito, i gesti
scabri di chi non ha nessuna voglia di guardare oltre il proprio naso),
Brunella Caputo, che connota con amore il suo personaggio, è un’Eva
irresistibile, golosa della vita, pronta a dare nomi alle cose e dunque a
rivelarne con fanciullesca gioia l’essenza. Al di là delle facili associazioni
tra la Natura e lei, ciò che colpisce in Eva è la sua capacità di essere sistematicamente
altro, non allineata, sempre disposta a smascherare pochezze e pregiudizi
conla sua sola curiosità. Pur imparando
ad amare, Adamo resta distante dalla comprensione della realtà (i figli gli
sembrano buffamente un’anomalia biologica), mentre la compagna, peccatrice
nella dimensione cattolica, ma salvifica in quella umana, incarna l’amore tra
la parte e il tutto prima ancora che tra due individui. E solo aprendosi all’altro,
questo intruso che viene a dare un senso a ciò che non ne ha, si scopre quanto
sia ridicolo sentirsi il padrone del proprio mondo.
Uccidere, riservare al defunto il compianto
di prammatica, avanzare ipotesi su eventi di cui in realtà si sa ogni dettaglio
(“Cos’e femmen, cos’e sord!”). Tutto è
un rituale in un mondo immobile, mentre innocenza e fragilità sono incidenti di
percorso. Basato sui testi di Alfonso Tramontano Guerritore, prezioso
equilibrio tra concretezza e fascinazione evocativa, “Fiore ammazzato” è lo
spettacolo che Antonio Grimaldi ha diretto con successo presso il Centro
Sociale di Pagani. Appare una scelta naturale che i sicari al soldo del
criminale di turno e le donne raccolte in preghiera alle esequie della vittima
siano interpretati dagli stessi attori: lo stesso Tramontano Guerritore,
appassionato e coinvolgente, e Alessandro Gioia, che orchestra con saggezza
irruenza e dolore, entrambi comari ironicamente ipocrite. Dove infatti non è
prevista una via di fuga, si respira la stessa opprimente atmosfera al di là
del proprio ruolo. Schizzo e Capitone si muovono con circospezione, anche
strisciando sulla schiena, lungo i confini della scena (il contesto violento e
rigidamente predeterminato che li condiziona). Al centro di questa geometria,
Andrea Torre impersona il ragazzo ucciso per sbaglio, che con spudorato candore
racconta la totale immedesimazione nella natura, dove non esistono quei cappi
che sono le categorie. Il merlo a cui allude e con cui si identifica, nel
riferimento alle piume sparse dappertutto, è immagine della vita stessa,
energia inarrestabile e disposta a scompaginare ciò che sembra ferocemente
inerte. I due amici pagheranno molto caro l’errore, che in realtà prova come la
malavita non sia riuscita a trasformarli negli automi che voleva. Il passo
falso apre uno spiraglio sui ragazzi senza filtri né malizia che sono stati e
che possono tornare a essere solo dopo la morte. In una dimensione temporale
che si gioca su più livelli, tornando su se stessa e aprendo a un futuro che
finge prospettive,il loro passato di
abbandono e di abuso risorge come il giocattolo nascosto al cui interno c’è la
cocaina (inutile tentativo di dimenticare). Immobili per sempre nell’attimo struggente
in cui tutto era ancora possibile, rivivono la purezza che il giovane ucciso,
specchio suo malgrado di quel che è stato perduto, anima come un monito. Tra le
ciarle delle due donne, non è cambiato nulla, eppure è mutato tutto. Calpestare
non basta : lo sguardo innocente è un fiore caparbio, osserva impudico e manda
in pezzi i piani. Attenti a ciò che seppellite: tornerà a sbarrarvi la strada.