mercoledì 21 gennaio 2026

La passione civile di Danilo Napoli

 


Cinquantadue gradi rappresentano un clima mite, dopotutto. Che importa se il mondo, cioè il cosmato, è un deserto preda di carestie e catastrofi climatiche? Lo dice ininterrottamente anche la radio : bisogna passare “crono” con i propri “lovvati”, fare ciò che fa stare bene ed essere “feliz”. Sincero e caustico atto d’accusa al capitalismo e ai suoi frutti maligni, “Lo spettacolo è stato annullato- causa fine del mondo” di e con Danilo Napoli,  con l’aiuto regia di Antonietta Barcellona,  ha raccolto meritati applausi al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno ed è stato supportato dal Comitato Salute e vita per attirare l’attenzione sull’urgenza di un impegno ambientalista di ampio respiro. Le foto di scena sono di Emanuela Napoli, mentre Salvatore Parola firma la grafica. La performance dell’interprete e regista, che dà voce a tutti i personaggi, comunica slancio generoso, passione civile, necessità di chiamare continuamente in causa il pubblico, provocatoriamente sollecitato più volte a lasciare la sala, visto che siamo più che mai al “game over”. Non è un caso che la scenografia preveda un telo con su scritto “Il teatro non serve a un cazzo”, mentre improbabili lucine multicolori evocano una ribalta e pensieri amorosi sul filo della poesia di Prevert che non vogliono spegnersi nel buio desolante di un contesto accartocciato sull’egoismo e sulla solitudine. Il 2156, in cui è ambientata la vicenda, non è poi così astruso. Lo sconvolgimento dell’ecosistema prodotto dall’insaziabilità umana ha condotto a un divario profondissimo tra i terranei, costretti a resistere a mille difficoltà sulla terraferma, e i subacqui, gli “addollarati” che, forti di grandi capitali e di assoluta indifferenza ai mali altrui, si godono una noia dorata, mentre i teatranti che, come il protagonista e i suoi amici, tentato di vivere della propria vocazione, sono pagati in prodotti del suolo e in “puracqua”. Il personaggio principale riempirebbe volentieri di insulti e bestemmie questi ladri di ossigeno, ma una sua amica preferisce vivere con loro, abbandonando il gruppo che ha creduto a ogni costo nel palcoscenico: i quattrini contano più di qualsiasi dedizione. Il comun denominatore della produzione di Napoli è la guerra a tutto ciò che anestetizza lo spirito, in primis la religione, qui colpita con divertente implacabilità. Gli alieni, infatti, certo più umani di noi, avrebbero potuto salvarci dall’apocalisse, se il segnale più potente dell’universo non fosse stato quello di Radio Maria: circostanza che avrebbe fatto fuggire chiunque a gambe levate. Quando poi un sacerdote ammonisce gli astanti ad accettare senza riserve il disegno divino, gli viene risposto che farebbe meglio a consigliare al Creatore di unire i puntini, dal momento che il disegno non è ciò che gli riesce meglio. Il guinzaglio che si pretende di stringere al collo di chi pensa, tuttavia, non appartiene ai soli bigotti, ma a tutto quello che fomenta conformismo e stupidità. Ogni tanto, per l’appunto, giungono le voci degli immarcescibili Brooke e Ridge intervallate, come si può immaginare, da preghiere cantilenanti. Lui muore per l’ennesima volta, lei scopre di essere suo padre, Stephanie è pronta a incenerire tutti sparando laser dagli occhi. L’idiozia delle soap, in effetti, risulta perfetta in questo ambito.  La strategia per rendere gli individui “umanoidi lobotomizzati sorridenti” non conosce tregua e, di conseguenza, non può attribuire alcun valore ai sentimenti. La donna amata dal teatrante (Gaia, un nome che evoca la Terra), destinata a morire di cancro, è evocata da un manichino proprio perché le passioni vengono progressivamente ridotte a qualcosa di sterile. È, dunque, coerente che in scena compaia un unico attore: in un mondo in cui la morte prende il sopravvento, non si può che essere soli. Il teatro, tuttavia, nasce da un’urgenza caparbia : tentare di comprendere quello su cui nessuno vorrebbe soffermarsi. Ecco perché Gaia continua a recitare fino all’ultimo, anche quando la voce le è scomparsa e non può che affidarsi con fatica al movimento. Chi recita deve farsi corpo tra i corpi nel modo più disturbante possibile. Deve essere lì, sotto gli occhi di chiunque, a non lasciarsi imbrigliare in asfittiche categorie. Deve farsi cuore di un nuovo campo di forze, dove entrare a occhi finalmente aperti. Proprio nelle ultime battute, quindi, lo spettacolo inizia. Forse è davvero troppo tardi. Forse il “cosmato” è arrivato al capolinea, ma almeno il teatro saprà darci quello che nessun capitalista potrebbe comprare o ipocritamente concedere.           

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