Cinquantadue
gradi rappresentano un clima mite, dopotutto. Che importa se il mondo, cioè il
cosmato, è un deserto preda di carestie e catastrofi climatiche? Lo dice
ininterrottamente anche la radio : bisogna passare “crono” con i propri
“lovvati”, fare ciò che fa stare bene ed essere “feliz”. Sincero e caustico
atto d’accusa al capitalismo e ai suoi frutti maligni, “Lo spettacolo è stato
annullato- causa fine del mondo” di e con Danilo Napoli, con l’aiuto regia di Antonietta Barcellona, ha raccolto meritati applausi al Piccolo
Teatro del Giullare di Salerno ed è stato supportato dal Comitato Salute e vita
per attirare l’attenzione sull’urgenza di un impegno ambientalista di ampio
respiro. Le foto di scena sono di Emanuela Napoli, mentre Salvatore Parola
firma la grafica. La performance dell’interprete e regista, che dà voce a tutti
i personaggi, comunica slancio generoso, passione civile, necessità di chiamare
continuamente in causa il pubblico, provocatoriamente sollecitato più volte a
lasciare la sala, visto che siamo più che mai al “game over”. Non è un caso che
la scenografia preveda un telo con su scritto “Il teatro non serve a un cazzo”,
mentre improbabili lucine multicolori evocano una ribalta e pensieri amorosi
sul filo della poesia di Prevert che non vogliono spegnersi nel buio desolante
di un contesto accartocciato sull’egoismo e sulla solitudine. Il 2156, in cui è
ambientata la vicenda, non è poi così astruso. Lo sconvolgimento dell’ecosistema
prodotto dall’insaziabilità umana ha condotto a un divario profondissimo tra i
terranei, costretti a resistere a mille difficoltà sulla terraferma, e i
subacqui, gli “addollarati” che, forti di grandi capitali e di assoluta
indifferenza ai mali altrui, si godono una noia dorata, mentre i teatranti che,
come il protagonista e i suoi amici, tentato di vivere della propria vocazione,
sono pagati in prodotti del suolo e in “puracqua”. Il personaggio principale
riempirebbe volentieri di insulti e bestemmie questi ladri di ossigeno, ma una
sua amica preferisce vivere con loro, abbandonando il gruppo che ha creduto a
ogni costo nel palcoscenico: i quattrini contano più di qualsiasi dedizione. Il
comun denominatore della produzione di Napoli è la guerra a tutto ciò che
anestetizza lo spirito, in primis la religione, qui colpita con divertente
implacabilità. Gli alieni, infatti, certo più umani di noi, avrebbero potuto
salvarci dall’apocalisse, se il segnale più potente dell’universo non fosse stato
quello di Radio Maria: circostanza che avrebbe fatto fuggire chiunque a gambe
levate. Quando poi un sacerdote ammonisce gli astanti ad accettare senza
riserve il disegno divino, gli viene risposto che farebbe meglio a consigliare
al Creatore di unire i puntini, dal momento che il disegno non è ciò che gli
riesce meglio. Il guinzaglio che si pretende di stringere al collo di chi
pensa, tuttavia, non appartiene ai soli bigotti, ma a tutto quello che fomenta
conformismo e stupidità. Ogni tanto, per l’appunto, giungono le voci degli immarcescibili
Brooke e Ridge intervallate, come si può immaginare, da preghiere cantilenanti.
Lui muore per l’ennesima volta, lei scopre di essere suo padre, Stephanie è
pronta a incenerire tutti sparando laser dagli occhi. L’idiozia delle soap, in
effetti, risulta perfetta in questo ambito. La strategia per rendere gli individui
“umanoidi lobotomizzati sorridenti” non conosce tregua e, di conseguenza, non
può attribuire alcun valore ai sentimenti. La donna amata dal teatrante (Gaia,
un nome che evoca la Terra), destinata a morire di cancro, è evocata da un
manichino proprio perché le passioni vengono progressivamente ridotte a
qualcosa di sterile. È, dunque, coerente che in scena compaia un unico attore:
in un mondo in cui la morte prende il sopravvento, non si può che essere soli.
Il teatro, tuttavia, nasce da un’urgenza caparbia : tentare di comprendere
quello su cui nessuno vorrebbe soffermarsi. Ecco perché Gaia continua a
recitare fino all’ultimo, anche quando la voce le è scomparsa e non può che
affidarsi con fatica al movimento. Chi recita deve farsi corpo tra i corpi nel
modo più disturbante possibile. Deve essere lì, sotto gli occhi di chiunque, a
non lasciarsi imbrigliare in asfittiche categorie. Deve farsi cuore di un nuovo
campo di forze, dove entrare a occhi finalmente aperti. Proprio nelle ultime
battute, quindi, lo spettacolo inizia. Forse è davvero troppo tardi. Forse il
“cosmato” è arrivato al capolinea, ma almeno il teatro saprà darci quello che
nessun capitalista potrebbe comprare o ipocritamente concedere.

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