Accanirsi sui conti, fronteggiare la varia umanità in cerca
di denaro “semp c’o palpito”, dover attendere che i debiti siano saldati e mai
una volta che ciò avvenga nel modo desiderato. Come diavolo evitare un attacco
di cuore in queste condizioni? Opera sull’avidità e sull’ipocrisia, sorretta da
un ineguagliato ritmo comico, “Morte di Carnevale” di Raffaele Viviani è il
copione proposto con successo dal Teatro Popolare Salernitano presso il Piccolo
Teatro del Giullare. Atto d’amore verso la migliore tradizione partenopea, ma
anche verso i genitori Alessandro Nisivoccia e Regina Senatore, che l’allestirono
nel 1988 per la regia di Umberto Zampoli, la commedia è diretta da Roberto
Nisivoccia con un’attenzione meticolosa alle potenzialità degli interpreti e
all’equilibrio tra amarezza e farsa, tra esilarante messinscena delle assurdità
umane e zone d’ombra dei personaggi. La vicenda è nota. Pasquale Capuozzi,
detto Carnevale, è inesorabile nell’elargire come nel riscuotere e la distanza
che pone tra sé e gli altri, oggetto di una visione puramente strumentale, è
evidente nella piccola pedana che non si limita, appunto, a indicare lo spazio
d‘azione del protagonista, ma anche il sentimento di superiorità che traspare
dalle sue azioni. Il suo cuore, però, fa le bizze al punto da spingerlo a fare
testamento. Le speranze di arricchirsi dominano il cuore di Ntunetta, che vive
con lui fin da quando era ragazzina, e di Rafele, l’unico nipote dell’usuraio,
abilissimo nel perdere il lavoro più che nel trovarlo e sfaccendato dalla
straordinaria faccia tosta. Le ultime volontà di Carnevale, tuttavia, lasciano spiazzati:
trenta lire mensili alla donna e il resto alle opere pie. Il nipote e la
moglie, quindi, che hanno deciso, in un primo momento, di convolare a nozze
appena possibile per spartirsi le sostanze del defunto, intendono comunque
mantenere fede al proposito, soprattutto perché Ntunetta ha avuto la
lungimiranza di mettere da parte ben centomila lire. La notizia è accolta con
tanto fervore da Rafele che è a un passo dallo svenimento. I progetti vanno miseramente
in fumo nel momento in cui si scopre che quella del caro estinto è stata solo
una morte apparente, tanto è vero che il primo pensiero del redivivo, come
dimostra la voce fuori scena, è quello di chiedere informazioni sui debitori.
Nel sostituire all’occorrenza l’efficace Tonino Peluso nel ruolo di Carnevale,
Nisivoccia è carismatico nel restituirne la brutale sete di quattrini e il
sarcasmo corrosivo, ma anche il turbamento per le troppe malefatte accumulate
negli anni. Giovanni Caputo si trova perfettamente a proprio agio
nell’impersonare lo sfortunato nipote, tanto abile nel cogliere le occasioni
che gli si presentano quanto falso nell’ostentare un affetto inesistente. Uno
dei momenti più coinvolgenti dello spettacolo, infatti, è il pianto bugiardo di
Rafele, quando vede le donne del vicinato invocare la Vergine intorno allo zio
per proteggerlo da ogni male: è convinto che sia finalmente passato a miglior
vita, per poi ritrovarlo in perfetta salute. Vederlo, inoltre, spogliarsi e
rivestirsi alle continue esitazioni della vedova, incerta tra il concedersi e
la perenne attenzione all’occhio della gente, dimostra, sia pur con un
sorriso, quanto i desideri siano catene
pronte a imprigionarci più che slanci liberatori. Buffo e spregiudicato,
fragile ed egoista, questa figura è ben distante dallo stereotipato ritratto
del napoletano che si arrangia proprio per la versatilità con cui manifesta i
propri stati d’animo. Rosa Ricciardelli, Anna Scarpetta, Giovanna Cicalese e
Cristiana Piraino ritraggono con cura le comari che assistono alla vicenda,
Francesco Petti profonde a piene mani la propria ironia nel ruolo del notaio e
del signor Federico, ossessionato dal fantasma del suocero, mentre Ludovica
Pecoraro Scanio è una Sisina piena di fanciullesca energia. Buona padronanza
del palco si ravvisa in Armando Incolingo (addetto alle pompe funebri e garzone
del bar), Renato Del Mastro (becchino e guardiano del camposanto), Maurizio
Barbuto, il cantante del vico e nel “guardaporte” Gennaro Lopardo. Anna
Nisivoccia crea una Ntunetta degna di nota: la sua femminilità sgualcita e
scaltra e il buonsenso che maschera un opportunismo che renderebbe fiero suo
marito sono evidenziati con una conoscenza perfetta dei tempi scenici. Vedere
lei e Rafele sconfitti nella luce blu del finale ricorda l’affascinante
ambiguità della dimensione comica: ridere della natura umana è anche scoprirne
i lati che si preferirebbe lasciare in un buio immemore.


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