È una vera seccatura che un cliente si presenti proprio quando il bar sta per chiudere, ma quell’aria gentile e un po’ impacciata ha la meglio anche su un barista burbero come Fedor. Non è mica una guardia di frontiera, come gli viene a più riprese domandato. Ha chiesto solo una birra, in fondo, e il dialogo inizia con la massima tranquillità, prima che tutto si trasformi in un incubo. Copione teso fino allo spasimo e interpretazione ipnotica dei due protagonisti, “Richiamo per fagiani” di Igor Chierici, che ha firmato la drammaturgia ed è regista insieme a Luca Cicolella, ha ottenuto un pieno successo presso il Piccolo Teatro del Giullare. La narrazione procede all’insegna di un implacabile coinvolgimento dello spettatore in una trama, in cui il furore della vendetta disumanizza chi lo prova e chi lo subisce. Nella Svizzera del 1977, il cliente che si presenta come Josip e che si rivelerà essere David (lo stesso Chierici, carismatico nel passare dall’innocente semplicità al sarcasmo, all’aggressività con crescente energia) smaschera il barista, il cui nome in realtà è Branislav (Cicolella, che catalizza l’attenzione del pubblico senza mai un attimo di cedimento). La posta in gioco è altissima: il visitatore, che spara nelle gambe all’altro uomo pur di avere risposte, vuole a tutti i costi ritrovare Elena, la figlioletta rapitagli, ed è convinto che la chiave per giungere a lei sia proprio Branislav. Non si sbaglia: quest’ultimo ammette la sua complicità con Teresa, la criminale di cui si ode solo la voce registrata, come una lontana e beffarda divinità maligna, in un mostruoso traffico di adozioni illegali e soprattutto nella vendita di organi, che possono giungere a prezzi esorbitanti nei luoghi più lontani del mondo. Il titolo dello spettacolo allude proprio al segnale scelto appositamente per evitare intercettazioni telefoniche e indicare ora e luogo della consegna del bambino di turno. L’ambiguità caratterizza la vicenda fin dall’inizio, disseminandola di allusioni. Quando, prima che tutto vada in pezzi, il barista racconta al cliente la storia del vecchio sciroccato del suo paese, che non trova niente di meglio da fare che urinare su un barbone addormentato, l’episodio rivela dimestichezza con una dimensione brutale della vita, ma anche con la doppiezza di Branislav, le cui colpe avvengono sempre nei momenti più impensati, quando le vittime si sentono al sicuro. Nella circostanza in cui David, con una calma tagliente come un coltello, finge di accusare l’interlocutore (che gli ha chiesto se abbia figli) di avere un campionario di frasi adatte a rimestare nella vita degli altri, per poi ridere con lui dello scherzo, gli sta dimostrando di non essere da meno nel campo della menzogna. Fino all’ultimo istante della messinscena, si ha un sentimento ambivalente nei confronti di Branislav. Afferma che i rapimenti dei bambini sono stati per lui una costrizione, una sorta di moneta di scambio per assicurare alla propria figlia gli organi che la salvassero da una malattia degenerativa. Nega, tuttavia, di aver strappato Elena ai suoi genitori e sostiene di trovarsi in Svizzera con la sua piccola e una nuova compagna per sfuggire proprio alla vendetta di Teresa, che gli ha ucciso la moglie come avvertimento per non aver ricevuto la somma pattuita. Sostiene che chiunque si spingerebbe dove è giunto lui per salvare un figlio e sembrerebbe che, pur essendo imperdonabile, Branislav meriti un briciolo di pietà. David, a sua volta, non ha esitato a rapire la compagna dell’avversario e ad accordarsi con Teresa pur di raggiungerlo. La suspense non si attenua: il padre disperato sembrerebbe riconoscere proprio Elena nella foto della figlia del ferito, ma quest’ultimo sostiene che la bambina sia ormai morta perché sfruttata dal mercato di organi. Come se non bastasse, sta per giungere la figlia di Branislav di ritorno da una festicciola e lui supplica l’aggressore di fingere una rapina per non rivelarle un’orrenda verità. Solo un padre può comprenderne un altro e David, in un moto di compassione, sta per assecondarlo, quando scopre l’ennesima menzogna del barista. Un rumore sospetto lo attira nel retrobottega, dove trova una bambina in fasce, appena lasciata da qualcuno, e a quel punto non può che uccidere Branislav per sottrargli l’ennesima preda e fuggire con lei. Sarà un nuovo, doloroso inizio, sia pur all’insegna del sangue, ma vi è qualcosa di inesorabile nelle più cupe decisioni. Calpestare l’innocenza, infatti, significa la morte di ogni etica e il male non può che distruggere chi lo sceglie

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