La
scrittura di Enzo Moscato non fa prigionieri: o la si lascia entrare sotto
pelle fino a contaminare nel profondo il lettore, o la si ripudia. "Foto
di bordello con Nanà", interpretato da Rosalia Terrana e Margherita Rago
per la regia di Giancarlo Guercio, in scena presso il Teatro Nuovo di Salerno
il 27 aprile alle ore 20.00, è una coraggiosa prova di interpretazione che
guida il pubblico alla scoperta di un mondo buio e affascinante, in cui non c’è
posto per moralismi o per approcci razionali. Il copione fonde tre opere di
Moscato ("Luparella", "
'O casino d'a signora Zina" e "Ragazze sole con qualche
esperienza"), facendo di Nanà, personaggio particolarmente caro
all’autore, una sorta di filo conduttore tra diversi percorsi. In bilico tra
disperazione e ironia, ansia di riscatto e voluttà della degradazione, la Napoli che emerge in questo
spettacolo mescola la vita e la morte in un abbraccio che non si può
sciogliere, mentre i travestiti che vivono le loro contraddizioni diventano gli
unici in grado di vivere fino in fondo un legame con le persone e le cose che
attinge alla parte più autentica dell’essere.
Una
pietanza che pretenda di dettare legge su come debba essere cucinata non si era
mai vista: un giacobino imprigionato impone di essere preparato in salsa
francese. Accade anche questo, quando il mondo ha deciso di precipitare nel
buio. “Il baciamano”, il testo carnale e iconoclasta di Manlio Santanelli,
diventa uno spettacolo, a cura dell’Associazione Culturale Erre Teatro e
diretto da Antonio Grimaldi, che toglie il respiro per l’intensità
dell’interpretazione. In scena il 24 apile alle ore 20.30, nella Chiesa di Santa Croce e Purgatorio al
Mercato in Piazza Mercato a Napoli (l’ingresso è gratuito fino ad esaurimento
posti) Anna Rita Vitolo e Vincenzo Albano gareggiano nella capacità di
coinvolgere il pubblico senza mai cadere nelle trappole di una recitazione
artificiosa. I protagonisti donano fascino al legame tra vittima e carnefice:
un legame in cui non si può dare nulla per scontato. Se Janara è spinta dal
degrado al cannibalismo, è a sua volta schiacciata da un contesto che la relega
nella sua animalità; il giacobino, che tenta di vincere l’istinto con la
razionalità, non sarà immune da quella violenza a cui ha riservato il suo
aristocratico orrore. L’essenzialità della scenografia riflette il deserto che
il fallimento della rivoluzione del 1799 lascia a Napoli: una cornice impressa
su di un tendaggio (la donna non ha sbocchi o prospettive) un tavolo, un baule
dove riporre quasi con amore i resti di altre vittime (un crudo realismo
assolutamente necessario dato il carattere del testo, che rende di fatto la
morte una pratica usuale), una bacinella e un coltello.La maschera di
maiale che la donna indossa a un certo punto della messinscena, così come la
cupa fiaba di Ficuciell, sono chiari riferimenti a quel bisogno di
sopraffazione che diventa naturale come respirare. La messinscena del
baciamano, un momento in cui scoprirsi persone e non pedine, tenta di
esorcizzare l’incubo della violenza (è questo che fa il teatro: allontana il
male di vivere), ma i due potranno solo comprendere l’uno nell’altra il proprio
bisogno di felicità fatto a pezzi. Quando i sogni muoiono, è l’anima, non solo
il corpo, a essere divorata.
Quanta sicurezza in
una fede incrollabile. Che gioia vivere lontani dal veleno del dubbio. Eppure è
quel veleno a generare una vita che valga la pena di vivere. Basato sul
brillante testo di Giovanna Castellano,“Caro Dio”, per la regia di Angelo
Ruocco, ha raccolto molti applausi al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno.
Se Matteo Amaturo, un sacerdote che risponde alle inquietudini con frasi convenzionali,
interpreta perfettamente l’ottusità del pensiero a senso unico, Cinzia Ugatti è
un’ energica donna alla ricerca della verità, un personaggio che l’attira
perche fonde passione e razionalità e le permette dunque di porre in campo il
meglio della sua energia interpretativa. Sulle note di Fabrizio De Andrè, cantore
del senso del mistero che circonda la fede oltre che degli ultimi, l’ecoscenografia
di Olga Marciano e Geppino Gorga,
interamente realizzata con i rifiuti, si caratterizza per pochi elementi che
alludono a una visione estremamente chiara dei fatti, troppo chiara per non
attirare su di sé delle ombre: un serpente, il gigantesco libro della Bibbia,
il seggio dorato del sacerdote a rappresentarne l’autorità, una mappa del mondo
che sembra ritratto da una mano giovane (perché è sempre giovane la mente che si
interroga). Rivolgendosi direttamente all’Ente supremo, la donna esamina tutto
con una lucidità che non scende mai a compromessi. Dio ci ha creato per amore?
Guai però a manifestare liberamente gli istinti di cui ci ha dotato. Ha voluto
il libero arbitrio? E questo basta a giustificare il male che stritola il
mondo? Il suo è un disegno a favore della vita? E allora perché troppo spesso
percorre la via della morte? Le acrobazie verbali dei “portavoce” (il clero e
tutti i sedicenti cristiani) non bastano a far tacere le inquietudini.
Mescolando ironia e amarezza, dolcezza e audacia, la protagonista smaschera
tutto quel che di inverosimile e assurdo si cela nei testi sacri, mettendo a
nudo la grossolana caparbietà di chi non si spinge oltre il proprio naso. L’intento
della messinscena non è però quello di fare a meno del divino, ma di
recuperarne l’autenticità. Ecco allora che, superando d’un balzo norme, dogmi e
divieti, la narratrice andrà in cerca di Dio nel cuore e negli occhi di chi ama
e di chi soffre. Quando la mente si sbarazza di vincoli e nevrosi, ciò che
appare lontano diviene insospettabilmente vicino. E se anche la ricerca si
rivelasse vana, meglio inseguire un miraggio che nasce da un’esigenza interiore
che farsi schiavi di una volontà basata sulle nevrosi, ma incapace di parlare
all’anima.
Termini dialettali che hanno
il fascino di formule magiche. Nessun diaframma tra essere umano e paesaggio.
Una salda fiducia nella capacità di costruire propria delle mani e del
linguaggio in quel continuo oscillare tra disperazione e speranza che è la
vita, anche se non c’è posto per le illusioni. Ha convinto del tutto la platea
del Piccolo Teatro del Giullare “N’hanno fatto crerere paravisi”, lo spettacolo
diretto e interpretato da Andrea Paolotti, che ha recitato insieme a Michele Di
Stio e Maria Scorza, autrice della drammaturgia. La messinscena è avvenuta
nell’ambito dell’iniziativa “Tra scrittura e performance” ideata da Vincenzo
Albano, direttore artistico di Erre Teatro e già ideatore del progetto
Teatrografie 2013. In
quella che si presenta a tutti gli effetti come una fiaba, il titolo allude ai
miraggi di un egoismo senz’altra prospettiva che se stesso che ha
progressivamente distrutto il mondo, ripiombando tutto e tutti in un contesto
primitivo, si potrebbe dire pre-logico. Nei momenti cruciali i personaggi
emergono come fotogrammi nel buio attraverso una parete divisoria trasparente,
come se la loro individualità dovesse lottare per imporsi sull’oblio che
rischia a ogni passo di inghiottirli. Asteria (un Michele Di Stio che affascina
perché costruisce nei minimi dettagli la credibilità del personaggio) è una
donna che strappa alla terra i suoi frutti grazie alla nipote Demetra (la
stessa Scorza, che interpreta anche la scaltra Leto) e Glauco (Paolotti, che
esprime tutta la fresca esuberanza della gioventù e la sfrontatezza del Soldato
che tenta continuamente di depredarli). La pagnotta venerata da Asteria rimanda
a un’era pagana, lontana dalle trappole della modernità. Poiché però il bisogno
di sopraffare riemerge ciclicamente, la vecchia si scopre nemica della più
naturale delle forze, l’amore, perché tutta protesa verso l’esigenza di
accumulare. Si assottiglia dunque la differenza rispetto a Leto, che pretende
di leggere il futuro nelle carte ma è efficacemente mostrata come una figura
dalla vista incerta, perché concentrata solo su di sé. E quando i perosnaggi in
lotta saranno travolti dal fiume, simbolo della forza cieca e irresistibile
della natura, rimarrà Demetra a fare del racconto la base per costruire il
futuro. In questo elogio dell’oralità e della concretezza, non c’è posto per la
retorica o il buonismo. La parola, madre e figlia del pensiero e delle arti,
genererà di nuovo la luce dove rabbia e rapacità hanno portato le tenebre.