Un’equilibrista del
linguaggio, un’esploratrice del significato capace di trasformare vocaboli e
forme in occasione di gioco, denuncia, smascheramento graffiante. Ribaltando
gli stereotipi che si fossilizzano (ieri come oggi) in una netta distinzione
tra maschile e femminile, Tomaso Binga, al secolo Bianca Pucciarelli Menna, ha
sempre fatto dell’arte un momento di confronto e di rottura di ipocriti
equilibri. In omaggio a una coerenza capace di rinnovarsi continuamente, l'Accademia di Belle Arti di Macerata le
assegnerà il 24 ottobre alle 10.30 nell’Aula Svoboda la Laurea Honoris Causa nel corso di una giornata che vede
la collaborazione con la Fondazione Filiberto Menna di Salerno, il Dispac /
Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell'Università degli
Studi di Salerno e la
Fondazione Carime.
La mostra “Tomaso Binga. Scritture Viventi”, curata da Antonello Tolve e
Stefania Zuliani, sarà inaugurata nel giorno del prestigioso conferimento e
sarà visitabile fino al 24 novembre presso la Galleria Galeotti
in Piazza Vittorio Veneto 7, dove è prevista alle 18.30 la performance a cura
di Pierfrancesco Giannangeli “Con 40°
all'ombra e 98° di umidità”: qui l’ambiguità della lingua diviene sagace
prospettiva conoscitiva. La tematica femnminista, particolarmente cara a questa
amante del futurismo e dell’innovazione espressiva, ha rappresentato un motivo
conduttore per la necessità di sottolineare la forza benevolmente eversiva
della differenza. La ricerca sulla voce, sul gesto, sul corpo, aspetti diversi
della medesima energia, ha condotto Binga a una militanza artistica che è
dialogo con l’assurdo, cifra inaggirabile del vivere, e incitamento a non
lasciarsi irretire dalle trappole di un’anestesa percettiva. La sensazione,
madre della conoscenza, è facilmente schiacciata da un’omologazione che pervade
la quotidianità sotto ogni punto di vista e di fatto la priva di senso, mentre
proprio ad essa l’artista vuole resituire l’attitudine a ridisegnare confini e
concezioni. Di qui l’importanza della condivisione e del coinvolgimento degli
spettatori nelle performance di Binga, che ha sempre visto in chi dà corpo
all’arte un mezzo per approdare a una consapevolezza più profonda. È lei stessa
a descrivere il suo lavoro: “Ironiaegrottesco,denunciaedissacrazione,nonsenseeluogocomuneeilsonoropiùstereotipatodelmondotecnologicosonostatigliingredientiprincipalidellemiepoesieperformativeche,conlapoesiasonora,sisonoarricchitedellaenergiacorporeanecessariaastabilireuntramitepiùdirettotrailtestoeilfruitore”.
La
vita è sogno, dicono i poeti. Ma un sogno oscuro, contraddittorio, da cui è
impossibile evadere. Nel suo allestimento de Le voci di dentro, l’opera più crudele dell’amato Eduardo in scena
fino al 20 ottobre al Teatro Verdi di Salerno, Toni Servillo, regista e
interprete, si mostra particolarmente attento alla dimensione onirica del testo
che contribuisce a rendere indecifrabile un qualsiasi punto di riferimento. Le
scene di Lino Fiorito prediligono una
nudità evocativa in cui far muovere il cast (Chiara Baffi,Betti Pedrazzi, Marcello Romolo, Gigio Morra,
Lucia Mandarini, Vincenzo Nemolato, Marianna Robustelli, Antonello Cossia,
Daghi Rondanini, Rocco Giordano, Maria Angela Robustelli, Francesco Paglino, su
cui primeggia Peppe Servillo, un Carlo Saporito credibilissimo nel suo viscido
egoismo): il primo atto presenta solo ciò che è strettamente funzionale al
racconto, una credenza e un tavolo con delle sedie, per porre in maggiore
risalto, con la luce tendente all’opaco di Cesare Accetta, gli ambigui
comportamenti dei personaggi. Il divisorio che nel secondo atto separa dal
proscenio la soffitta di Zi’Nicola (che nella sua muta saggezza al vetriolo non
potrebbe che guardare tutto dall’alto) e il gioco di chiaroscuri rendono sempre
più sfuggenti gli interlocutori di Alberto, il cui isolamento spirituale è
tanto più evidente quanto più le altre figure lo incalzano. Nella luce
abbagliante della conclusione, quando le macerie dell’etica sono più chiare del
sole, il protagonistasi slancia verso
l’ingresso buio della sua casa nel tentativo di interpretare il segnale
rivelatore che ha udito (o si è illuso di udire) da parte dello zio ormai
defunto, come a rintracciare nell’inconscio, dove tutto ha avuto inizio con il
sogno mostruoso, un’impossibile risposta alla logica malata degi uomini. E
quando Carlo si addormenta nella medesima posizione della cameriera di casa
Cimmaruta all’inizio sotto gli occhi smarriti di Alberto, non resta che
contemplare l’amara verità: la comprensione e la giustizia sono più evanescenti
di un sogno, proprio come chi le desidera disperatamente.
Davvero
irritante trovarsi di colpo fuori casa. Soprattutto se ci si accorge di essere
esclusi da tutta una concezione del vivere. In scena al Teatro Ghirelli di
Salerno fino al 20 ottobre, Renato Carpentieri è regista e interprete con Valeria Luchetti e Stefano Patti di “Fuori”, lo
spettacolo prodotto da Fondazione Salerno Contemporanea Teatro Stabile di
Innovazione tratto dal romanzo di Vincent Delecroix À la porte. Al centro della vicenda, l’irrimediabile solitudine di
chi non può e non vuole riconoscersi in un contesto immiserito dalla superbia e
dalla vacuità. Quando uno studente chiude distrattamente la porta della sua
abitazione, un professore di filosofia impegnato in un articolo sul Fedone, dove non a caso l’ansia di
liberarsi dalla bieca materialità è particolarmente viva, si abbandona ai suoi
pensieri in un contesto urbano ricostruito con pochissimi elementi: tre
ingressi, il tavolino di un bar, un manifesto strappato. L’essenzialità della
scenografia isola ancora di più il protagonista in un’omologazione che toglie
riconoscibilità a luoghi e persone: la cameriera che, cambiando parrucca, muta
anche l’atteggiamento nei confronti del professore, allude a una visione della
vita come scambio di maschere incongrue. In un mondo che pullula di geni morti e
viventi pur annegando in una spaventosa ignoranza, che obbedisce al calcolo,
all’ipocrisia, alla moda, il dialogo con chi non c’è più sembra offrire un
minimo di conforto, subito spento (il rumore insopportabile che impedisce al
professore di udire il fantasma di suo padre, la figlia morta che potrebbe
incarnare la filososfia stessa, amata sopra ogni cosa). Non c’è da stupirsi se
quadri splendidi appaiono dietro la porta di un bagno: l’Arte, medicina
dell’anima, ormai lontana da occhi incapaci di coglierne la forza, rifugge le
morte strutture che fingono di ossequiarla (i musei) e si apre,
inaspettatamente, oltre le convenzioni, a chi sa desiderarla. È la bellezza
l’unico antidoto al morbo di una civiltà crudelmente ottusa. Gli infermieri che
sbarrano la strada al docente, impedendogli il ritorno nella sua casa, sono
emblema di una visione borghese che non perdona la differenza. L’uomo porrà
dinanzi al volto un ritratto di Van Dick, mentre i fantasmi dei genitori lo
contemplano da lontano, come ad attenderlo: una morte che vuole essere una
rinascita, fuori da una società che è a sua volta già morta senza saperlo.
Frasi vuote e gesti che ostentano normalità
sullo sfondo di un deserto. Un’immobilità fisica e psichica che non è poi così
diversa dallo strisciare senza avanzare di fatto di un millimetro. La vita
borghese è un inferno in cui non si sfugge a se stessi in “Giorni felici” di Samuel
Beckett, che Andrea Renzi dirigerà fino al 13 ottobre presso il Teatro Ghirelli
di Salerno. Affiancata da un intenso Roberto De Francesco che sa rendere
concreta l’oppressione della presenza come dell’assenza, Nicoletta Braschi gioca
la sua interpetazione sui toni carezzevoli e melensi della donna perfettamente
integrata in un contesto sociale mentre è sepolta fino alla vita tra i massi (ma
ciò che la imprigiona potrebbe far pensare alle fortificazioni di una trincea:
dopotutto quella che si combatte è una guerra contro la logica e l’equilibrio).
Il paravento che riproduce in modo stilizzato uno scenario perso tra sabbia e
nuvole, dietro cui il marito della protagonista si rintana muovendosi carponi, rispondendole
a monosillabi o con frasi lette da un giornale, contribuisce a rendere irreale un
contesto in cui un tempo pietrificato è scandito dal suono di una sveglia e
dagli sguardi di chi ha un disperato bisogno di riempire di parole il suo
nulla. La borsa da cui sono tratti spazzola, pettine, cappellino e tutto quel
che si addice a una figura rispettabile allude a una vita legittimata dal
possesso, ma avvelenata da una tendenza ad autodistruggersi, come mostra il
racconto della bimba che possiede una bellissima bambola ma è assalita da un
topo e la pistola che la
Braschi posiziona davanti a sè .Frammenti di versi, ricordi,
tendenza a concentrarsi su particolari all’apparenza irrilevanti come una
formica, che è, lei sì, viva, rinviano a uno spaesamento dell’anima,
all’impossibilità di riconoscersi e di rintracciare un significato nel
protrarsi delle ore. “E’ questo che trovo meraviglioso” ripete Winnie nel
tentativo di esorcizzare il malessere rincorrendo il miraggio della
felicità.Anche la coppia curiosa e
polemica che la donna ricorda non è che immagine della propria condizione di
solitudine e naufragio. Willie e Winnie, speculari nella loro deriva, non
possono che celebrare una sorta di rito di congedo quando quest’ultima, sepolta
fino al collo, lo vede avanzare verso di lei con un abito da cerimonia, mentre
lei intona “La vedova allegra”, come a voler ricordare, se è esisito, il
momento felice in cui un contatto umano poteva ancora contare qualcosa.
“Che
dolcezza vivere ed essere felici!”, ma il sorriso diventa una smorfia amara
sulle sue labbra. La Nora
di Ibsen è una delle figure più complesse della drammaturgia nella sua fragilità
e la Compagnia
dell’Eclissi offrirà un convincente allestimento di “Casa di bambola” il 12 e
13 ottobre presso il Teatro 99 Posti di Mercogliano. Col suo volto mobilissimo
e la sua passione, Marianna Esposito è il vero fulcro della scena, la figura
che fa emergere sensazioni e limiti di chi l’attornia anche quando è lontana.
Il regista Uto Zhali opta per una leggibilità che non impoverisce il copione.
Due immagini fotografiche appese alla parete alludono a ciò che si chiede a una
donna in un asfittico contesto borghese. In una, un corpo femminile nudo si
ripiega su se stesso senza che se ne possa scorgere il volto: la sensualità di
chi è desiderata, ma non ha il diritto di desiderare. In un’altra, una signora
che sembra uscita da una stampa dell’Ottocento spinge lontano lo sguardo: è
evidente la compostezza e l’equilibrio della mater familias. L’arredamento
ridotto all’essenziale (un tavolino, tre divani), rimanda alla provvisorietà
della moglie di Torvald (un efficace Ernesto Fava, disposto a misurarsi con
tutti i toni della crudeltà), pronta a improvvisare una performance a seconda
dei desideri del marito, senza essere nulla per se stessa. Il furioso
ondeggiare del suo corpo alla fine del primo atto che la lascia prostrata al
suolo è metafora dell’oscillare tra forze contrastanti che la imprigionano. In
questo dramma del possesso in cui bisogna avere per essere, la protagonista
tenta di esorcizzare il suo destino di oggetto senz’anima rincorrendo la
prosperità. Mentre Kristine (Viola Di Caprio) sa, per averlo sperimentato, che
è assai facile essere in vendita, Nora si crede sostegno di un contesto
familiare che la fagocita, divenendo vittima e carnefice delle proprie
illusioni. I due ruoli si mescolano nel misurato Felice Avella, che incarna il
destino sempre pronto a far saldare i conti in sospeso. Non a caso si giunge
alla verità attraverso la menzogna (la donna ha falsificato la firma su di
un’obbligazione) che è ben gradita alla borghesia, finchè non ne comprometta i
piani. Da questo gioco di maschere si esce attraverso la morte fisica (un
dolente Roberto Lombardi) o sociale (Nora abbandona tutto e tutti e si dirige
verso la luce dorata sul fondo che è la vita vera ed è l’unica a imboccare
quella via). Meglio essere privi di certezze che della propria identità.
La
tensione irrisolta si percepisce fin dall’inizio, nell’andirivieni nervoso dei
personaggi che, come sorpresi da uno sguardo indiscreto, spariscono dietro il
sipario, mentre fumo e luce disegnano un’atmosfera irreale. Nell’allestimento
de “Gli altri fantasmi” di Maurizio De Giovanni, per la rega di Brunella
Caputo, in programma al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno fino al 27
ottobre, la morte che non si rassegna a essere archiviata e la vita che si scopre
fragile si scambiano continuamente le parti, fino ad annullare la distanza tra
chi resta e chi è solo all’apparenza scomparso. Ciò che sta particolarmente a
cuore al cast (Cinzia Ugatti, Caterina Micoloni, Augusto Landi, Michele Landi,
Rocco Giannattasio, Mimma Virtuoso, Teresa Di Florio, Andrea Bloise) è
restituire credibilità alle anime sul palco: una ragazza che vive tra degrado e
violenza, mentre lo spirito della madre conduce a morte il padre abbrutito, un
uomo costretto da un cieco a ricordare il proprio suicidio per la morte
dell’amatissimo figlioletto, marito e moglie che, anche dopo essersi uccisi a
vicenda, continuano a nutrire il proprio rancore nella casa oggetto delle loro
mire borghesi. Le musiche e le coreografie
di Virna Prescenzo creano un clima di attesa che non si apre mai a una vera
pacificazione dei protagonisti, mentre la scenografia di Michele Paolillo,
giocata su pannelli che evidenziano la dimensione onirica di Napoli o
ingigantiscono oggetti, conducono subito lo spettatore nell’esasperata
soggettività di queste figure che solo narrando fino allo sfinimento possono
intravedere –ma mai cogliere- una tregua dalle passioni che le hanno
condizionate. Il racconto riapre ferite, porta a galla motivazioni nascoste,
permette a un sentimento di rifiorire: è la dimensione in cui vita e morte
possono riconoscersi, sapendo che l’una non potrà mai sussistere senza l’altra.
E le frasi che tornano a echeggiare nel finale esprimono il bisogno lancinante
di protrarre l’inganno dell’esistenza e i suoi sogni che non vogliono
scomparire.
“Se
non c’è un elemento dissonante e visionario nei miei testi, non riesco a
riconoscermi, è come se non mi appartenessero”. Oscilla tra il sogno –fragile
difesa contro la sofferenza- e la disarmonia –ciò che incrina e sfalda la
cosiddetta normalità-il percorso
dell’attore, scrittore e regista Francesco Silvestri che Vincenzo Albano,
fondatore dell’associazione culturale Erre Teatro, ricostruisce e analizza in “…E
poi sono morto. La drammaturgia non postuma di Francesco Silvestri” (Libreria
Dante & Descartes). Il volume, corredato dalla introduzione del giornalista
e critico teatrale Paolo Petroni e dalla postfazione di Antonia Lezza, docente
di Letteratura Italiana e Letteratura Teatrale Italiana dell’Università di
Salerno, fa parte della collana di Quaderni sul Teatro dell’Associazione Centro
Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo. Albano, che ha dedicato
all’artista la prima edizione a Salerno di Teatrografie, prende le mosse da
“Piume”, finalista nel 2001 al Premio Ater Riccione e qui pubblicato per la
prima volta, ultimo testo di Silvestri da ogni punto di vista, poichè
rappresenta la summa del suo mondo drammaturgico. Se, come dice Bontempelli,
“pubblicare è come seppellire”, visto che la scrittura è un dato definitivo a
meno che l’autore non scompagini le carte, in quell’ambiguo teorema della
mancanza che è “Piume” lo scrittore ha proiettato le proprie tensioni in modo
così assoluto e profondo da non potersi spingere oltre, sancendo, per così
dire, la propria morte, ovvero il proprio silenzio. Interrogando questa
assenza, Albano entra nell’immaginario di Silvestri attraverso un appassionato
studio dei suoi testi che permette allo specialista come al lettore comune di
coglierne affinità e peculiarità. Ogni copione rivela a suo modo la versatilità
espressiva che rende feconda la lingua dell’autore, che spazia con la stessa
freschezza dal dialetto più aggressivo al registro più sofisticato, e in tutti
si coglie una marginalità intesa come redde rationem di forze in contrasto e
luogo in cui coltivare un’impossibile felicità. La donna di “Mon enfant” che
crea un dialogo fittizio col suo amante assente, Edoardo e Antonio che in “Saro
e la rosa” tramano per avere un figlio proprio, la “stoltezza patentata” del
protagonista ne “La guerra di Martin” che illumina l’idiozia autentica delle
armi, l’amoroso Gildo che veglia sul fratello, entrambi fuori posto perché
l’uno è ritardato e l’altro malato di aids in “Fratellini”, sono tutte immagini
di un’incompletezza che non si rassegna, malgrado tutto, a non desiderare
quella pace che resta un’illusione.
Guardarlo
con sospetto o ammirazione era naturale. Nessuno aveva desiderato con tanta intensità
un radicale cambiamento dell’anima, nessuno gli era alla pari nel carisma. Il
santo d’Assisi rivive in tutta la sua forza destabilizzante in “Francesco”, lo
spettacolo, che vede Alessandro Sparacino nella duplice veste di regista e
interprete al fianco di Alessandro Romano, Adriano Gurrieri, Giada Lasagna
Liuzzo e Francesco Silvestri, in programma il 4 e 5 ottobre alle 21 presso la Chiesa di San Niccolò a
Modica, sede dell’Accademia Teatrale Clarence. Mentre la voce fuori campo di
Giorgio Sparacino introduce il pubblico al mondo dei Fioretti e tre artisti di
strada ricostruiscono il percorso di questo outsider della fede, il regista,
sulla base di testimonianze spesso trascurate dalla cultura ufficiale, sceglie un approccio anticonvenzionale per
raccontare l’amore per la vita in un uomo restituito alle sue fragilità e
debolezze. Non è il ritratto agiografico a prendere forma, ma un Francesco
esposto alla sofferenza e all’errore, mosso da una passione che lo porterà a
fare del teatro la dimensione privilegiata per diffondere il suo messaggio di
fratellanza. Un omaggio a una figura chiave del mondo medievale e alla capacità
del palcoscenico di rendere tutto possibile.