mercoledì 20 maggio 2026

“456”, la grottesca trappola della famiglia

 


Una pentola che borbotta tenace e una tavola apparecchiata semplicemente (posate, tre mele, un po' di formaggio) evocano subito intimità e concordia. Peccato che i tre che si presentano alla spicciolata si squadrino come se il duello e il conseguente annientamento fossero nell'aria. Anche il salame appeso a una lunga corda rischia di diventare un'arma. Cupo ed esilarante, “456” è lo spettacolo, scritto e diretto da Mattia Torre, che ha ottenuto un pieno successo alla Sala Pasolini di Salerno nell’ambito del programma del Teatro Pubblico Campano, grazie ad attori di notevole carisma ed eccezionali conoscitori dell'equilibrio tra comicità e ferocia. Ovidio (Massimo De Lorenzo) è il padre ansioso che si sente il fulcro di tutto e ha fatto del controllo maniacale la sua priorità. Maria Guglielma (Cristina Pellegrino) scalpita con parole acuminate e atteggiamenti di sfida in un contesto patriarcale non certo per smantellarlo, ma per dominarlo a propria volta. Riavere una “tiella”, per esempio, è per lei vitale : le cose devono riflettere la sua mentalità. Ginesio (Carlo De Ruggieri) è un fascio di nervi, perché il fioretto portato avanti per smettere di fumare sta diventando un'autentica tortura e la tensione ininterrotta della scena consumerebbe anche un maestro zen. Un comportamento all'apparenza accogliente si muta in attacco, il sorriso diventa ghigno, il dialogò è una gara di resistenza, per cui lo spettatore è costantemente divertito e colpito da questo clima di polveriera in procinto di scoppiare. Perfino la ninna nanna, che calma per pochi istanti il figlio, narra del tenero ghiro, ma soprattutto del modo migliore per cucinarlo: perché rinunciare a un piatto per stomaci forti, ma che previene l'infarto? Non è solo la trepidazione per l'arrivo di Treti Gargiulo (Giordano Agrusta, viscido e ieratico al tempo stesso) a spingerli l'uno contro l'altro, ma l'ineludibilità di una condizione che hanno voluto e che si presenta come una grottesca trappola. Il mondo in cui si muove la più inquietante delle famiglie è sigillato in se stesso con orgogliosa ottusità,  tanto che, quando tutti e tre declamano le caratteristiche del luogo che li ospita, ne descrivono l'isolamento con un'ipnotica  litania. Nel momento in cui, dopo aver dato le spalle alla scena, si ripresentano, si slanciamo all'indietro come se un elastico invisibile li facesse rimbalzare al centro delle relazioni tra consanguinei. Anche l'inginocchiatoio nei pressi della tavola ribadisce l'essere ancorati a un quotidiano di piombo. Le preghiere dei protagonisti, in effetti, non sono certo un’apertura a una più ampia dimensione spirituale, ma riguardano esclusivamente le richieste più immediate di chi le formula ed è significativo che siano puntualmente disattese. Il cielo invocato si riduce a vuote formule, a parole usurate, dato che, come è spesso detto nel corso della vicenda, la morte è dappertutto: nulla di nuovo può fiorire. Ginesio, non a caso, chiama pater e mater i genitori. Il latino promette immutabilità almeno quanto il sugo di nonna Merda, che sta cuocendo da quando la signora è passata a miglior vita, cioè da ben quattro anni. Il sugo perpetuo, difatti, racchiude lo spirito della defunta e va continuamente curato a tutela della casa. In altre parole, è l'equivalente domestico del fuoco custodito dalle Vestali. Anche il siciliano parlato dalle figure sul palco presenta suoni aspri, involuti, frutto di una pronuncia quasi compiaciuta dalla propria sgradevolezza. Non c’è sistema, tuttavia, che non conosca la dissonanza, l'intoppo, lo squilibrio. Ginesio vorrebbe raggiungere un conoscente a Roma per lavorare ind' u situ, qualunque cosa significhi, e se la madre dichiara malignamente al padre le sue intenzioni, è più che mai chiaro che la prigione in cui vivono non va mai scardinata. Ovidio mostra gli infiniti pericoli che attendono chi osi lasciare la casa: tra “ricchiuni, assassini” chi potrebbe mai salvarsi? Il padre arriva a esaltare la scolopendra, che ha il buon gusto di non desiderare altro che starsene su un muro. “Si pote sulu sognari”, sostiene, ed è esattamente ciò che accade tra presentimenti di “tragedeide” e maledizioni alla Forestale, rea di imporre un ordine che non sia quello dei tre. Il desiderio di fuga di Ginesio è vanificato, appena si scopre che il prezioso ospite, pronto a farsi prete per non pagare tasse, ha assicurato alla famiglia tre loculi di alto pregio, corrispondenti ai numeri del titolo: impresa che ha richiesto l’intero gruzzolo conservato. I familiari si uccidono tra loro e il sugo continua a cuocere. La morte è sicuramente in ogni luogo, ma solo il cieco ripiegamento su se stessi la supera in tenacia. 

 

 

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