Un’inflessione della voce, uno sguardo, una pausa più lunga
tra una parola e l’altra. Una scena ripetuta più volte cambia a seconda di un
dettaglio, di una maggiore o minore vicinanza dei corpi e tutto ciò che nasce da
quel cambiamento è in ogni caso vivo e presente. Ha dunque senso chiedersi se
esista un’unica verità? Attenti a ogni sfumatura e all’emozione mai capziosa,
gli artisti di Mutamenti-Teatro civico 14, presso il Piccolo Teatro del
Giullare, hanno segnato con “Costellazioni”, liberamente tratto dall’omonima
opera di Nick Payne, una nuova tappa di Mutaverso, il progetto culturale targato
Ablativo che ha in Vincenzo Albano il suo direttore artistico. Il regista e
interprete Roberto Solofria e Ilaria Delli Paoli hanno raccontato
al giornalista Michele Di Donato le ragioni della messinscena : “Vi era la
necessità di parlare d’amore, ma anche di esplorare le possibilità dell’essere
e, avvalendoci della traduzione di Valerio Piccolo e delle musiche di Paky Di
Maio, abbiamo rispettato la tessitura del testo, ma facendo in modo che più di quaranta scene avessero
ognuna un diverso ambiente sonoro e il tappeto specchiato nero, dove ci
muoviamo a piedi nudi e che è precisamente delimitato, è funzionale a creare il
vuoto in cui i nostri protagonisti si muovono”. Guardando, infatti, alle
innumerevoli variabili della fisica quantistica – di cui, non a caso, la donna
in scena è un’esperta- la vicenda si basa sulla teoria del multiverso. Come lei
stessa afferma, “Nessuno ha scelta, siamo solo particelle governate da energia
a cazzo. È come tirare un dado seimila volte”. Ciò che accade in un presunto
spazio-tempo, quindi, può andare incontro altrove ai più svariati esiti. In
questa antinarrazione, le strade di Marianna e Rolando si intrecciano nelle
modalità più disparate. Se, per esempio, si incontrano per la prima volta,
l’impossibilità di leccarsi il gomito, che è a suo avviso il segreto
dell’immortalità, sarà per lei l’occasione giocosa per iniziare un flirt, per
trovarsi dinanzi a un uomo distrutto perché abbandonato dalla compagna, per sentirsi
più sola o per trovare un inaspettato complice. Se vivono il primo momento di
intimità, saranno di volta in volta più uniti che mai o su pianeti lontani. Se
si consuma un tradimento, ogni cosa assumerà un peso diverso a seconda della
reazione di chi ha inflitto la ferita all’altro. La sfida di essere sempre gli
stessi e sempre diversi rende gli attori particolarmente intensi: Solofria
attraversa tutte le declinazioni dell’uomo fragile, buffo, appassionato; Delli
Paoli ha un raro carisma nel percorrere i mille volti di una donna abituata
alla razionalità, ma bisognosa di sentirsi unica. A punteggiare questo
ventaglio di opportunità vi è un evento traumatico: un tumore al lobo frontale
sta impedendo inesorabilmente a Marianna di controllare il linguaggio (la
parola crea e distrugge mondi) e lei desidera farla finita prima di terminare i
propri giorni come già accaduto a sua madre, ridotta a una larva. In un altro
contesto, naturalmente, il male è guaribile. In un ulteriore frammento di
universo, Rolando convince l’amata a non sottrarsi prematuramente alla vita, cioè
a quella dimensione assurda e incongrua, in cui, malgrado tutto, si può
costruire qualcosa. Le categorie, le classificazioni, i principi ordinatori non
possono ingabbiare o fronteggiare l’energia vitale. Quando Marianna illustra le
nozioni del proprio lavoro, Rolando le contrappone il proprio desiderio. Quando
lui, che si dedica all’apicultura, le chiede di sposarlo, le descrive le
caratteristiche degli animali che ha studiato da sempre, non solo per mostrarsi
deciso partendo da ciò che sa, ma anche per attingere a un dato certo la forza
per quel balzo nell’ignoto che è respirare l’esistenza dell’altro fino a
fondersi con essa. La commozione nasce da abili sottigliezze: quando Marianna
si arrende alla scelta di non affrettare la morte, vengono riproposte le scene
di ciò che i due hanno precedentemente vissuto. Se il qui e ora si frammenta
all’infinito, perdendo la sua unicità, a maggior ragione diventa prezioso ogni
attimo in cui ci si è sentiti vivi. E quando lui, nella conclusione, le propone
di prendere qualcosa insieme, dicendo “Dopo, se vuoi, non mi vedrai mai più”, si
avverte con struggimento che quel mai più è vero e contemporaneamente
illusorio. Tutto finisce, niente è mai iniziato. Eppure da quel nulla sta già
fiorendo la spudorata tenerezza dell’inizio, scrutando ancora in altri occhi ciò
che non si credeva esistesse.

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