mercoledì 20 maggio 2026

“Costellazioni”, l’amore nel multiverso

 


Un’inflessione della voce, uno sguardo, una pausa più lunga tra una parola e l’altra. Una scena ripetuta più volte cambia a seconda di un dettaglio, di una maggiore o minore vicinanza dei corpi e tutto ciò che nasce da quel cambiamento è in ogni caso vivo e presente. Ha dunque senso chiedersi se esista un’unica verità? Attenti a ogni sfumatura e all’emozione mai capziosa, gli artisti di Mutamenti-Teatro civico 14, presso il Piccolo Teatro del Giullare, hanno segnato con “Costellazioni”, liberamente tratto dall’omonima opera di Nick Payne, una nuova tappa di Mutaverso, il progetto culturale targato Ablativo che ha in Vincenzo Albano il suo direttore artistico. Il regista e interprete Roberto Solofria e Ilaria Delli Paoli hanno raccontato al giornalista Michele Di Donato le ragioni della messinscena : “Vi era la necessità di parlare d’amore, ma anche di esplorare le possibilità dell’essere e, avvalendoci della traduzione di Valerio Piccolo e delle musiche di Paky Di Maio, abbiamo rispettato la tessitura del testo, ma facendo in  modo che più di quaranta scene avessero ognuna un diverso ambiente sonoro e il tappeto specchiato nero, dove ci muoviamo a piedi nudi e che è precisamente delimitato, è funzionale a creare il vuoto in cui i nostri protagonisti si muovono”. Guardando, infatti, alle innumerevoli variabili della fisica quantistica – di cui, non a caso, la donna in scena è un’esperta- la vicenda si basa sulla teoria del multiverso. Come lei stessa afferma, “Nessuno ha scelta, siamo solo particelle governate da energia a cazzo. È come tirare un dado seimila volte”. Ciò che accade in un presunto spazio-tempo, quindi, può andare incontro altrove ai più svariati esiti. In questa antinarrazione, le strade di Marianna e Rolando si intrecciano nelle modalità più disparate. Se, per esempio, si incontrano per la prima volta, l’impossibilità di leccarsi il gomito, che è a suo avviso il segreto dell’immortalità, sarà per lei l’occasione giocosa per iniziare un flirt, per trovarsi dinanzi a un uomo distrutto perché abbandonato dalla compagna, per sentirsi più sola o per trovare un inaspettato complice. Se vivono il primo momento di intimità, saranno di volta in volta più uniti che mai o su pianeti lontani. Se si consuma un tradimento, ogni cosa assumerà un peso diverso a seconda della reazione di chi ha inflitto la ferita all’altro. La sfida di essere sempre gli stessi e sempre diversi rende gli attori particolarmente intensi: Solofria attraversa tutte le declinazioni dell’uomo fragile, buffo, appassionato; Delli Paoli ha un raro carisma nel percorrere i mille volti di una donna abituata alla razionalità, ma bisognosa di sentirsi unica. A punteggiare questo ventaglio di opportunità vi è un evento traumatico: un tumore al lobo frontale sta impedendo inesorabilmente a Marianna di controllare il linguaggio (la parola crea e distrugge mondi) e lei desidera farla finita prima di terminare i propri giorni come già accaduto a sua madre, ridotta a una larva. In un altro contesto, naturalmente, il male è guaribile. In un ulteriore frammento di universo, Rolando convince l’amata a non sottrarsi prematuramente alla vita, cioè a quella dimensione assurda e incongrua, in cui, malgrado tutto, si può costruire qualcosa. Le categorie, le classificazioni, i principi ordinatori non possono ingabbiare o fronteggiare l’energia vitale. Quando Marianna illustra le nozioni del proprio lavoro, Rolando le contrappone il proprio desiderio. Quando lui, che si dedica all’apicultura, le chiede di sposarlo, le descrive le caratteristiche degli animali che ha studiato da sempre, non solo per mostrarsi deciso partendo da ciò che sa, ma anche per attingere a un dato certo la forza per quel balzo nell’ignoto che è respirare l’esistenza dell’altro fino a fondersi con essa. La commozione nasce da abili sottigliezze: quando Marianna si arrende alla scelta di non affrettare la morte, vengono riproposte le scene di ciò che i due hanno precedentemente vissuto. Se il qui e ora si frammenta all’infinito, perdendo la sua unicità, a maggior ragione diventa prezioso ogni attimo in cui ci si è sentiti vivi. E quando lui, nella conclusione, le propone di prendere qualcosa insieme, dicendo “Dopo, se vuoi, non mi vedrai mai più”, si avverte con struggimento che quel mai più è vero e contemporaneamente illusorio. Tutto finisce, niente è mai iniziato. Eppure da quel nulla sta già fiorendo la spudorata tenerezza dell’inizio, scrutando ancora in altri occhi ciò che non si credeva esistesse.  

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