“Certo, le guerre sono brutte, ma un po’ meno brutte, se le facciamo noi”.
Non è certo difficile immaginare quale prestigiosa firma del giornalismo italiano pronuncerebbe una frase simile, accennando a un sorriso di viscida supponenza. E come può restare inoperoso chi ama la verità e l’etica? Copione surreale basato su una nerissima vena satirica, “Ho rapito Paolo Mieli” di e con Diego Frisina ha rappresentato, presso il Piccolo Teatro del Giullare, una nuova tappa di Mutaverso, il progetto artistico targato Ablativo, che ha in Vincenzo Albano il proprio direttore artistico. L’interprete, intervistato dal giornalista Michele Di Donato dopo lo spettacolo, ha scelto una narrazione che non fa prigionieri. Il gioco sembra leggero, semplicemente ironico, per poi rivelarsi acuminato. Se, infatti, la mistificazione dei media è giunta a un livello osceno e il sistema somiglia sempre più a una morsa da cui urge liberarsi, bersaglio dell’opera è anche tutto quello che pretenderebbe di opporsi ai dettami di coloro che contano e che si scontra con le proprie contraddizioni. Frisina interpreta se stesso, pronto a discutere a Otto e mezzo del legame tra il teatro off e le lavatrici: tutti, infatti, sono coinvolti senza filtri nella grottesca corsa alla terza guerra mondiale e non meno grottesco può suonare un genere artistico che preferisce arroccarsi su se stesso invece che aprirsi alle urgenze contemporanee. Costretto a sostituire Lucio Caracciolo, infortunatosi alla ricerca di telline, il protagonista deve opporsi con decisione a Paolo Mieli, più che possibilista riguardo a un conflitto su larga scala, tra la melliflua accondiscendenza a orologeria di Lilli Gruber e l’aggressività ipocrita di Sallusti. La sua posizione –basata anche su dettagli disturbanti, perché la realtà lo è altrettanto- attira l’attenzione di Andrea Scanzi, che, distraendosi eccezionalmente da se stesso, lo reputa l’eletto tanto atteso per salvare il pianeta e a questo punto si squaderna l’immaginario pop – cibernetico- messianico tra visioni e senso del sacrificio. Esilarante la descrizione della casa di Scanzi, creata con materiali organici del proprietario e con tanto di acquario in cui gli spermatozoi nascono dall’eccitazione di assistere a orge in cui tutti i partecipanti hanno la faccia del giornalista: l’ego smisurato, dopotutto, accomuna i ribelli al potere guerrafondaio come i sostenitori del potere stesso. Alla presenza dei tre Massimi, cioè Recalcati, Cacciari e Giletti (“logos, eros e l’amico un po’ stupido”) Frisina è spinto ad agire, ma il fatto di non possedere nulla di eroico non aiuta. Tra Alexa che gli propone una fuga romantica (e che lui dovrà disattivare in modo dolceamaro, dato che il dovere chiama) e un questionario al pubblico in cui appurare quanta terapia sia necessaria a chi ha le stesse idee di Italo Bocchino, fonda il Movimento Terroristico Pacifista, ma l’unico che lo contatta è un feticista che ha frainteso la sigla. Rapito Paolo Mieli su un monopattino, manda a tutti i giornali una lettera-manifesto sulla necessità di impedire il disastro bellico, ma la Cia attribuisce alla Cina la colpa del rapimento, mettendo a soqquadro le relazioni internazionali. Il prigioniero, intanto, spacciando per antichissimo mito egizio la storia del coccodrillo e del cobra, che replica quella della rana e dello scorpione, illustra la sua ideologia: l’importante è imparare a stare a galla, dimostrando come l’opportunismo sia l’unico credo. Frisina, per scongiurare il peggio, decide di materializzarsi nello studio ovale, accessibile solo dopo aver pronunciato il nome di Mentana al contrario davanti a uno specchio, e non solo Giletti, desideroso di avere una volta di più i riflettori puntati addosso, otterrà il Nobel per la pace come salvatore del collega, ma il vero manovratore di tutto, Mario Draghi, inviterà sardonicamente l’attore a coltivare la propria passione e a lasciarla bruciare. Cosa che avverrà metaforicamente quando, al concerto di Taylor Swift, in cui si ritrovano i grandi della Terra, che danno appunto solo spettacolo, davanti all’immarcescibile Mieli, Frisina lascerà che un piccolo petardo si spenga nel buio che avvolge il palco. L’arte è stata sconfitta e noi con lei? Assolutamente sì, ma solo fino al prossimo attacco. È impossibile fingere che la normalità decisa dall’alto sia l’unica accettabile. Piegare il potere è una corsa sul posto: non conduce da nessuna parte, ma non si può fare a meno di correre.
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