Un allestimento dal successo ininterrotto. Una tournée che, in duemila anni, non ha mai subito una battuta d’arresto. Nessuna compagnia potrebbe mai competere con quella messinscena che è la messa. Ma cosa fare quando tutto, linguaggio e azione, diventa un vuoto rituale? Applaudito al Teatro Mascheranova di Pontecagnano, “Vita di San Genesio” del collettivo Ctrl+Alt+Canc ha trovato in Mattia Lauro, Raimonda Maraviglia e Francesco Roccasecca, diretti dall’autore del copione Alessandro Paschitto, interpreti capaci di fare immediatamente presa sul pubblico grazie a una rara dedizione a ruoli cangianti e carismatici. Il rito cattolico è parodiato in ogni aspetto. Gli spettatori ricevono all’ingresso un foglio simile a quello che si trova in ogni chiesa, dove tuttavia predomina sarcasticamente la consapevolezza della sostanziale solitudine del genere umano tra mille contraddizioni. Gli attori sono vestiti come calciatori (le tenebre si contrastano tifando per Gesù, è noto) con divise dal colore viola (la contrizione quaresimale) e cifre e numeri sulle loro schiene, se affiancati, danno la parola Dios. Supercalifragilistichespiralidoso e la colonna sonora di Harry Potter sono cantati con la raffinata solennità del canto gregoriano, l’acqua santa è spruzzata da una bottiglietta di platica, ma solo dopo che chi l’ha lanciata sull’altare è riuscito a farla ricadere perfettamente dritta. Le offerte sono raccolte in un maialino dorato, mentre la dipartita e il matrimonio, celebrati con spettatori scelti a caso, non obbediscono certo all’ottimistica visione religiosa, ma ricordano, con un sorriso al vetriolo, l’ineluttabilità della fine e i compromessi e tradimenti di sé e dell’altro che attendono la coppia felice. L’atto parodico, in ogni caso, ha un duplice scopo: smascherare l’ipocrisia cattolica e interrogarsi sulla possibilità di restituire un senso a ciò che si vive. San Genesio, infatti, patrono dei teatranti, si convertì al tempo di Diocleziano proprio mentre parodiava il rito cristiano, ritrovandosi “con un cuore leggerissimo”. Visse, dunque, un miracolo: lo stesso che i protagonisti vorrebbero sperimentare e che consiste nel sanare la ferita dei nostri tempi, ovvero il fatto che “le parole hanno smesso di abitare nei pressi delle cose”. Se, quindi, le tre figure, battezzate e rivestite come richiesto dall’esibita grandiosità del momento, interpretano le vicende di Genesio, inseguono l’epifania in cui il sé e la propria manifestazione si presentino nella loro nuda essenzialità, così che le parole non siano più inutili suoni, ma scrigni da aprire per cambiare realmente ciò che ci attornia. E se è la scena il luogo in cui attivare ciò che resta sopito nel quotidiano, risulta tutt’altro che incongruo immaginare il messaggero di Roma, che vuole far recitare Genesio, come un alieno proveniente da un’astronave, con tanto di sintetizzatore vocale e guanti e visiera illuminati. È l’araldo del sistema che livella tutto in nome dei quattrini, immaginati mentre turbinano elettrici e cambiano il volto a tutto. L’apparato del potere, inoltre, non vede che le proprie esigenze, per cui, quando l’altare si trasforma in una postazione da discoteca con ipnotici laser sparati ovunque (l’onanismo del sistema nell’esibirsi), ciò a cui Roma assiste non le basta: vuole sempre di più. Non meno straniante è l’amaro incontro del santo con un amico, che gli rimprovera la vanità del teatro, il non sapere far altro che fingere, ricordando che “la realtà è una condanna a rimanere ciò che si è”. A questo punto, dovrebbe accadere qualcosa. Il palco dovrebbe rivelare, oggi come allora, “l’anello che non tiene”, la via verso una rinascita che si lasci alle spalle ogni aridità e artificio, ma non accade nulla, neppure se si palesano un panino e un cartone di Tavernello. L’attrice non sa rassegnarsi alla vacuità dei gesti e delle frasi e inizia a pregare il Dio lontano, bugiardo, ridicolo in cui non crede, dicendo di aver fatto di tutto: ha cioè attraversato l’esistenza in ogni sua fibra, ha cercato il vocabolo che fiorisse, l’umano che avesse il coraggio della propria fragilità. Al fondo della disperazione, quando il dolore diventa consapevolezza, il suo cuore si fa di colpo leggerissimo: ha fatto davvero tutto quello che ha potuto. Nel lasciare rabbiosamente il palco dicendo “Ora tocca a te”, chi assiste sa che la frase è rivolta a lui. Il cielo è vuoto. Spetta a noi cercare nuovi linguaggi, nuovi corpi, nuovi motivi per aprire gli occhi contro il nulla.

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