“Se aspettassimo sempre, saremmo infiniti” dice Cri
all’amato Pe. Eppure l’attesa non può bastare a se stessa: il desiderio deve
aprirsi un varco verso chi non ne riconosce la forza. Riflessione tenera e
ironica sul peso dell’istante, sui sentimenti, sulla libertà, “Due passi sono” di e con Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi ha convinto il pubblico del
Piccolo Teatro del Giullare di Salerno nell’ambito di Mutaverso, il progetto
artistico targato Ablativo, che ha in Vincenzo Albano il proprio direttore
artistico. “Questo spettacolo, che si rifà a modo proprio anche al Simposio
platonico nel rapporto tra amante e oggetto d’amore, nella tensione verso
l’infinito, nasce da un problema di salute sofferto da Giuseppe oltre sedici
anni fa, che lo ha costretto all’immobilità -ha detto l’attrice nell’incontro
con il pubblico moderato dalla giornalista Erminia Pellecchia-e, replica dopo
replica, è progressivamente diventato la metafora di una condizione
esistenziale: quella dei quarantenni i cui sogni non si sono realizzati, anche
se siamo tutti in una gabbia dalla quale l’arte può farci evadere”. “Ciò che accade – ha aggiunto il protagonista–
è l’amarsi nell’oggi, pensando che l’eternità sia in questo momento: una crasi
tra il presente e il per sempre”. Nella scenografia di Cinzia Muscolino, gli
spettatori li trovano di spalle, fianco a fianco, seduti sulle stesse seggiole
con le stesse borse, in un palco che ricorda una scacchiera e con un fiore, il
cui gambo sarà progressivamente allungato dalla protagonista, segno di una crescita
dolcemente inesorabile, per quanto tutto appaia immobile. È un contesto,
infatti, in cui l’uno trae linfa dall’altro, ma secondo regole ben radicate: la
volontà di uscire non può essere soddisfatta, non si deve pensare, le pillole,
che corrispondono a un pasto completo, devono essere assunte secondo una
posologia non negoziabile, l’abbraccio non è consentito. Cristiana Minasi
catalizza ogni attenzione nel suo essere ossessiva, giocosa, fragile, buffa
guardiana di una dimensione a senso unico, ma sensibile alle crepe che
sbocciano in essa e la sua Cri sorregge infaticabile un legame che, sia pur sul
filo dell’assurdo, è cura e dedizione. “Sono così piena di vita che me la
toglierei”, afferma con lucidità spiazzante e la sua danza sul posto sulle note
di “Mon amour, mon ami” con una bottiglia di plastica (perché tale è l’esistenza
che non esce mai dai binari), gli esercizi neurologico-creativi, che consistono
nel fare ginnastica con un quotidiano, il ricordare, con diligenza quasi
infantile, i confini in cui restare sono tutte azioni volte a preservare
l’amato. Quest’ultimo, tuttavia, sa che “l’uomo è uomo perché desidera” e desiderare
significa da sempre eccedere il limite, spingere lo sguardo dove non si
immaginava che si potessero aprire gli occhi. Ecco perché lui le chiede se
abbia mai visto le stelle e lei risponde che si è sempre preoccupata di contare
le mattonelle ovunque andasse: quel che è concretamente definito non può
disorientare e poi se concretizzare un’idea significa vederla morire, perché
non trarre gioia dall’attendere? Si ha, dunque, un’evidente antitesi tra uno
slancio amoroso che rende l’uno approdo dell’altra e il sogno di una
prospettiva in cui l’assodato, finalmente, si sgretoli. Non è comunque facile
vincere la paura, come nell’esilarante momento in cui, dinanzi alla possibilità
di avere una bimba e un cane, si teme il pensiero di una bambina con la rogna
appesa al lampadario, né sottrarsi al laccio invisibile dei condizionamenti
propri e altrui. Quando, per esempio, per esercitare la propria intelligenza Cri
sollecita Pe a leggere con lei la pubblicità di un’agenzia disposta a
finanziare matrimoni (ed è qui evidente la critica a una visione che vuole solo
consumatori, non esseri umani), non vi è decisione che non sia presa da “loro”:
agire, di conseguenza, significa ritrovarsi in un perimetro disegnato da altri,
dato che le catene, in ogni ambito, sono fin troppo numerose. Eppure i due
passi oltre la soglia di questo microcosmo si compiono in un respiro. Cri si
ritrova oltre il consueto perimetro, con lo smarrimento della solitudine, ma il
compagno la raggiunge. Dal cuscino su cui dormiva un sonno nervoso, emerge un
velo per lei, un papillon per lui e il cuscino stesso diviene un abito da sposa,
tra promesse di amare la vita e la natura, cercando anche di amarsi in modo
particolare. Esisterà sempre una linea che non si vuole varcare, uno spazio totalizzante.
Anche l’altrove, però, sarà lì ad attendere. Ciò che vuole essere sognato è
tenace.

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