“Normalità, che brutta parola” dice la luminosa Ilaria Occhini nel film “Mine vaganti”. È, in effetti, il vocabolo meno inclusivo che esista: rende ciechi su quel mondo di sensazioni annidato in un imbarazzante tic. Grande successo al Piccolo Teatro del Giullare, di Salerno, “Aspettando il doc”, tratto dalla commedia “Toc toc” di Laurent Baffie, è lo spettacolo diretto e interpretato da Roberto De Angelis. Gli attori risultano pressoché perfetti nel costruire un sagace equilibrio tra comicità e dramma e in una caratterizzazione accurata dei personaggi che reinventa, con sano senso del gioco, gli stereotipi da sempre legati a chi soffre di disturbi compulsivi. Mentre hanno saltuarie e insoddisfacenti informazioni sul luminare che li sta facendo attendere da una dottoressa che rimpiange di aver lasciato il campo veterinario (Rosaria La Femina, ironica e abile conoscitrice dei tempi comici), sei personaggi in cerca di pace si ritrovano a condividere ciò che li rende indesiderabili ai più. Federico (interpretato dallo stesso De Angelis, completamente a proprio agio in tutto ciò che è esilarante) è angosciato dalla sindrome di Tourette, che crea uno spiazzante contrasto tra la sua raffinata sensibilità e il turpiloquio che esplode senza preavviso. Lilly (l’accattivante Sonia Di Domenico) ripete le frasi o le ultime sillabe e ciò la rende comprensibilmente nervosa. Lucia Falciano domina l’attenzione degli spettatori nelle vesti della nosofobica Bianca, che è tale di nome di fatto non solo per l’abbigliamento, ma perché fa guerra a tutto ciò che somigli anche solo vagamente a un granello di polvere. Maria Virginia Benedetta Immacolata (una grande prova di Tonia Filomena, credibile anche nei comportamenti iperbolici) è vittima di un disturbo ingombrante quanto il suo nome: il bisogno di controllare tutto la conduce a un rapporto paranoico con la propria borsa, le chiavi, la luce, il gas e la benchè minima intemperanza la spinge a un forsennato gesto della croce, senza tuttavia escludere una misteriosa fascinazione per la violenza, che la spinge a pensare che in lei sussista più di una persona. Otto (un Daniele Alfieri che non si dimentica per la sua tenerezza e caparbietà) ha un’ossessione per la simmetria e il terrore di calpestare le linee e Nando (il mattatore Fiorenzo Pierro, artista di straripante energia) è condotto dall’aritmomania all’urgenza di contare di tutto di più in ogni occasione. Tra il timore e il bisogno di aprirsi, la curiosità reciproca, la necessità di essere considerati finalmente persone e non sbagli e una liberatoria partita a monopoli, i pazienti decidono di avviare un percorso di autoconsapevolezza che li porti almeno a ipotizzare una via d’uscita, arrivando perfino a concentrare le energie del gruppo su ognuno di loro per tre minuti a testa. Poiché però evolversi non è mai una strada lineare né priva di inciampi, i loro tentativi sembrano naufragare tutti attraverso gag e situazioni che assicurano il divertimento del pubblico. La leggerezza, tuttavia, mostra in controluce la fatica della quotidianità, quando non si è padroni della propria mente : Bianca pensa alle briciole di vita che la costante pulizia di ogni oggetto le lascia, Nando avverte su di sé l’ombra del divorzio in caso di mancata guarigione e, quando tutti devono scegliere un colore che li rappresenti, Federico lo identifica con struggimento in Isabella, la donna amata e perduta a causa della propria sindrome. Eppure, ciò che sembra un’inezia diventa salvifico. Per un attimo, infatti, concentrandosi sugli altri, incoraggiandoli, ascoltandoli, ogni paziente ha dimenticato la propria patologia e questo basta a dar loro forza per il futuro. Emerge, dunque, il valore della malattia come mezzo per comprendere quel che di oscuro e di vitale si cela dietro un atteggiamento fuori norma. Quel che dovrebbe condannare alla solitudine, di conseguenza, si muta nel riconoscimento dell’altro e nella piena accettazione di sé. Rimasto solo, è proprio Federico a essere il fantomatico dottore atteso invano. È diventato, così, complice di una maieutica buffa e fertile: trovare nella propria individualità una chiave per sottrarsi al buio dell’emarginazione. Nuove mete attendono il dottore, nuovi individui da coinvolgere in un metodo antidogmatico. Dalla sindrome di Tourette, come è noto, non si guarisce. Per fortuna, però, anche la voglia di scommettere su quel mistero assurdo che sono gli altri è inguaribile.

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