mercoledì 20 maggio 2026

“Cantanti”, spettacolo scomodo e necessario


 Macellai, senza dubbio. Gente a cui chiunque augurerebbe –come minimo-di pendere da una forca. Ma come reagire quando si rivelano indispensabili e, come se non bastasse, scomodamente umani? Narra la vicenda di Enzo e Giovanni Brusca “Cantanti”, lo spettacolo della compagnia Le scimmie che, presso il piccolo Teatro del Giullare, ha segnato il quinto appuntamento di Mutaverso, il progetto artistico targato Ablativo, che ha in Vincenzo Albano il proprio direttore artistico.  Carlo Geltrude, che ha ideato e diretto il copione in cui ha diviso il palco con Giuseppe Brunetti, autore delle musiche con Luigi Bignone, ha raccontato, nell’incontro con il pubblico, il rapporto con un’opera scritta da Mario Gelardi con la consulenza di Roberto Saviano e del magistrato Roberta Cafiero sulla scorta, oltre che di documenti giudiziari, anche delle inchieste del giornalista Saverio Lodato. “Mettere in scena i fratelli Brusca senza giudicarli è stato difficile-ha detto Geltrude-ma poiché non c’è metodo migliore di uno che accusa un altro per scoprire e colpire certe dinamiche, è giusto riflettere sulla legge riguardante i collaboratori di giustizia fortemente voluta da Falcone, anche se di questa legge hanno beneficiato proprio i suoi assassini. Non difendiamo questi malviventi: abbiamo solo voluto raccontare nel modo più onesto possibile la storia di due uomini che non hanno mai visto il mare e sono stati condizionati da una dimensione terribile, tramutando le loro deposizioni in testi da cantare”.  “La musica- ha aggiunto Brunetti, che interpreta Giovanni- riflette lo stato d’animo e l’atmosfera del momento: il brano dedicato al prete smascherato per uno scherzo, clonandogli il cellulare, ha un andamento operistico-macchiettistico, mentre quello dedicato all’omicidio di Chinnici si rifà a un registro rock, data la concitazione del momento”. L’equilibrio tra verosimiglianza e amore per il grottesco non subisca alcuna sbavatura. Oltre a dominare con versatile sensibilità ogni momento canoro, gli attori caratterizzano i propri personaggi in modo chiaroscurale, rendendone ugualmente credibile la vulnerabilità e la ferocia ed evidenziando con raffinatezza il peso di ogni gesto e di ogni silenzio. Un tempo, il canto era memoria collettiva, costruzione di un’identità. Nell’allestimento, invece, l’atto di cantare, cioè di rivelare allo Stato i meccanismi mafiosi, viene al tempo stesso preso alla lettera con microfoni e chitarra, ma anche risemantizzato. Niente resta più impresso di una canzone, niente si diffonde con altrettanta rapidità. Una forma espressiva, che nasce con intento estetico, si fa mezzo etico. Se tutti noi, parafrasando una battuta del copione, abbiamo visto con le nostre orecchie ciò che ci viene cantato, non potremo più fingere che non ci riguardi. Quando gli spettatori sono invitati a battere le mani a tempo o vissuti, per un momento, come se fossero parte del quadro narrato, è evidente l’ineluttabilità di un coinvolgimento comune: nessuno può chiamarsi fuori da una realtà che condiziona scelte e coscienze, bollando semplicemente come mostri gli artefici di un contesto orrendo. Le scelte sono dunque proposte in tutta la loro perturbante concretezza. L’omicidio di Giuseppe Di Matteo è l’unico cantato da Enzo senza base musicale per inchiodare in modo ancora più netto il singolo alla colpa di un assassinio atroce. All’inizio, Giovanni è seduto di spalle, limitandosi a battibeccare coll’ingombrante fratello. Il mondo in cui sta maturando gli basta: perché volgere lo sguardo altrove? La luce rossa che investe la scena, quando toglie la bambagia dal cuscino e ne fa cadere acqua, sollevando quel materiale con lo sgomento e la caparbietà dell’iniziato, allude al massacro, ordinato dal padre, delle pecore che proprio lui gli aveva donato per abituarsi da subito a una logica di piombo: non esistono che carnefici e vittime e i veri uomini appartengo alla prima categoria. Il secchio in cui Giovanni lava il sangue del suo primo omicidio segna il suo battesimo nella criminalità, i rapporti tra Riina e Andreotti ricordano i toni di una commedia nera, l’eccentrica vestaglia indossata da Giovanni a San Valentino per la moglie ricorda l’assurdo mito della virilità che circola nei suoi ambienti, il liberatorio godersi il sole, affermando che sono diventate “brave persone”, possiede un’ambiguità che inquieta, mentre le slide alle spalle ricordano la legge del 1991, i richiami alla giustizia, tra gli altri, di Luigi Ciotti, gli oltre trecento arresti ottenuto con essa al tempo del maxiprocesso. Certi atti restano imperdonabili, ma una cosa è certa: prima o poi il male trasforma in un cadavere anche se stesso.   

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