mercoledì 20 maggio 2026

“Extra moenia”, dove scompare il limite

 


L’extraterritorialità del corpo e del linguaggio come elemento di forza e (malgrado tutto) di inaudita bellezza. È questo il cuore di “Extra moenia”, lo spettacolo di Emma Dante che ha inaugurato la stagione di prosa del Teatro Verdi di Salerno nell’ambito del cartellone promosso dal Teatro Pubblico Campano. In una messinscena spudoratamente ibrida tra dimensione circense, coreografia e recitazione, dove le parole evocano, più che comunicare e sconfinano nella lirica e nell’onomatopea, le scelte registiche risultano limpide, ma ben lontane dalle secche del didascalico anche grazie a un cast che seduce nel restituire energia all’uno e al molteplice. A trovarsi fuori dalle mura del pregiudizio e delle facili risposte è un’umanità quanto mai eterogenea, che appare sul proscenio in piedi e al tempo stessa persa in un sonno inquieto, a dimostrazione di come il confine, a ridosso del quale è sempre spinta, cominci dalla percezione di sé. Quando tutti si rivestono al ritmo sempre più forsennato di “Bella ciao”, si attua un capovolgimento sarcastico: non è il risveglio di chi cerca la libertà, ma lo stato di allerta di chi sa che sarà percepito come invasore e pure deve prendere posto nel mondo. La famiglia tesa a mettere in guardia dall’apocalisse imminente perché portatrice di verità (Ivano Picciallo, David Leone e Leonarda Saffi, che impersona anche la vittima dello stupro), la meridionale alla ricerca compulsiva di un appartamento che non la costringa a vendersi anche gli occhi (Italia Carroccio), la signora impicciona, desiderosa di tenersi il pallone lanciatole dai giovani calciatori per sentirsi meno sola (Giuditta Perriera) sono una parte di quegli individui su cui non si sofferma mai lo sguardo e che nel loro buffo affannarsi, nel continuo ciarlare, rappresentano il pulsare della vita autentica. Il migrante in fuga dal Congo, dove è stato costretto a mangiare i capezzoli di sua madre uccisa per evitare la tortura (Verdy Antsiou), e il ferroviere che annuncia assurdi ritardi e innumerevoli divieti, soprattutto quello di azzardarsi anche solo a pensare in modo non conforme all’autorità di turno (Adriano Di Carlo) rappresentano i due estremi tra cui il sentire comune si ostina a muoversi: coloro che sono considerati reietti e quelli che pretendono di indirizzare le coscienze. Non è tuttavia indirizzabile o categorizzabile quello per cui i parametri borghesi non valgono. Se gli interpreti, in effetti, si muovono all’unisono, ciò accade perché stanno respirando lo stesso stato d’animo, non perché si riconoscano in una qualsiasi etichetta. E che la libertà sia ormai una bestia rara è evidente nel momento in cui la donna iraniana bollata come pazza, perché si è spogliata in un’università (Silvia Giuffrè), è inseguita dai cellulari mentre si aggira nel gruppo, sola e ostinata. Ugualmente caparbia è l’esaltazione del bellicismo come nemico del dubbio da parte del militare (Roberto Burgio), mentre Antsiou, il volto coperto da una testa di cavallo, simbolo di tutte le vittime in tutti i conflitti, è inseguito da uomini armati di frustino. I profughi esausti che si trasformano in una folla colorata, mentre abiti di scena pendono dal soffitto, creano una zona franca di condivisione: l’arte permette ogni metamorfosi. La sopraffazione, però, non tollera una mente non recintata ed ecco che i soldati scacciano tutti e stuprano una donna. Rimasta sola tra i singhiozzi, recita le parole della prima lettera ai Corinzi: tutto è vano senza l’amore, perché nulla è sacro quanto il diritto a vivere e ad accogliere. In questo catalogo delle pulsioni inarginabili (le acrobazie e le scaramucce dei calciatori Gabriele Greco e Giuseppe Marino) e delle ferite aperte, troviamo la prostituta ucraina segnata dal dolore (Francesca Laviosa) e l’inquietante allegria della coppia di sposi (Angelica Di Pace e Daniele Savarino), che oscilla tra manipolazione e simbiosi fino a quando lui è colto da convulsioni al momento di giurare che non cederà agli istinti più brutali: troppo arduo dominare la propria parte selvaggia. Le bottiglie di plastica lanciate dagli attori (la reificazione dei rapporti) diventano il mare da cui si innalza ancora Antsiou, che, simile a un Cristo attorniato da discepoli, esprime la sofferenza di tutti gli ultimi e i salvagenti gonfiati attorno alle braccia accomunano gli attori nel naufragio sulle parole di Santissima dei naufragati di Vinicio Capossela. Il buio scende sul frusciare della plastica. Morte e vita si mescolano dove i limiti non hanno più senso. 

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