Essere un modello di velocità ed efficienza tra un’empatia di plastica, tirannie gerarchiche e il rimprovero di temere la vita per non saper preparare il tiramisù. Quanto costa adeguarsi alle aspettative degli altri? A distanza di oltre vent’anni, non perde il proprio smalto “Migliore”, il monologo di Mattia Torre interpretato da un Valerio Mastandrea al culmine delle proprie potenzialità espressive e accolto con grande favore dagli spettatori del Teatro Verdi nell’ambito del cartellone proposto dal Teatro Pubblico Campano. La mimica e il mutevole timbro dell’interprete sono sufficienti a popolare il palco di personaggi che rimangono vividamente impressi, compreso l’alano Ilario, e lo spettacolo non avrebbe potuto essere strutturato diversamente, data la sostanziale solitudine del protagonista. In questo contesto, è molto facile incorrere nella sorte di Mario, il suo collega che, vista la distanza dal posto di lavoro, teme ogni sera di non ritrovare la strada di casa: nella dinamica tra coloro che sono considerati vincenti e quelli che restano indietro, infatti, è fin troppo facile essere scollegati dall’essenziale e dalla quiete. A prima vista, Alfredo risulta l’uomo giusto al momento giusto. È il segretario di ricchi e annoiati detentori di una card, che permette di soddisfare ovunque e sempre le più strampalate richieste, dal cuoco messicano a Lampedusa alla collana di fiori hawaiani rigorosamente originali. È, inoltre, all’occorrenza il tuttofare di Sofia, la desideratissima e prepotente figlia del capo. Partecipa a un’associazione tutta dedita al “pane buono di una volta” e ai “dolci buoni di una volta”, dove si è sempre pronti a vedere il bello nelle disgrazie altrui in nome di un irritante ottimismo e dove, a detta dell’implacabile signora Inge, un tiramisù mal fatto denuncia la paura di vivere. Alfredo, però, ha una personalità “bucata”, come la definisce lui stesso, in cui i malanni fisici riflettono una vulnerabilità continuamente bersagliata da una vita arida. Quando provoca involontariamente la morte di una vicina disabile, che ha preso in braccio per evitarle le scale (l’ascensore è guasto), ed è assolto dall’accusa di omicidio colposo, non sa perdonarsi. È paradossale che proprio un eccesso di generosità lo spinga alla deriva, finchè la risposta aggressiva a un commensale molesto genera un’onda di ammirazione nei suoi confronti. È il primo passo verso una metamorfosi che gli assicura il pieno successo. Alfredo diventa insensibile a ogni empatia: è indifferente alla sorte di Mario, licenziato e destinato, come tanti colleghi, a un viaggio premio in luoghi ad alto rischio terrorismo; sta per staccare un braccio all’addetto alla nettezza urbana che disturba ogni mattina il suo sonno; diventa a dir poco brusco coi clienti che lo cercano proprio per questo, anche a costo di incoraggiare il suicidio di uno di loro; dà una lezione all’insopportabile Farone, sempre alla ricerca dell’umiliazione altrui tra proverbi e citazioni colte; impicca nelle scale Ilario, colpevole di aver defecato sul suo zerbino. Dulcis in fundo, ottiene la mano di Sofia dopo aver minacciato di possederla e prepara il tiramisù al capo, che ormai l’ha promosso, dopo aver preso l’occorrente da una valigietta calata dall’alto, quasi un’incoronazione per essere diventato finalmente “migliore”. Sarcasmo e amarezza si mescolano a un ritmo calibrato in una vicenda che risulta tanto più vicina quanto più si scioglie la briglia del paradosso. “Non è un testo sociologico, ma vuole comunicare che, per essere accettato, devi rinunciare a te stesso – ha affermato Mastandrea a Giù la maschera, l’incontro con il pubblico moderato dal giornalista Peppe Iannicelli- Quando l’opera è stata scritta, Instagram non esisteva. Adesso la rappresentazione di sé, la scelta di mostrarsi belli, eleganti, è legalizzata. I tanti figli di puttana che vediamo in tv sono figli di questi tempi e il mio personaggio vive la nuova condizione con rammarico, ma si prende tutto ciò che gli dà perché non avrebbe trovato spazio. A me, del resto, che mi sono avvicinato al teatro per caso e che ho capito la realtà grazie a esso, piace incarnare una persona più che un ruolo: per questo, a un nuovo attore che prendesse il mio posto, direi di ripartire liberamente da zero. Sono contento se chi assiste esce non sollevato davanti a uno dei lavori meno consolatori che ho affrontato. Dopo tanto tempo, questo monologo continua a darmi tanto, anche perché ogni sera Mattia è con me, a rompere le scatole come al solito”.

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