“Sono un cane da difesa”, afferma con grinta inossidabile
l’avvocatessa di successo che ha fatto del lavoro la propria fede. Non sa
ancora che l’attende la prova più ardua: difendersi da un contesto che ha
contribuito a creare. Ha meritato convinti applausi, presso il Piccolo Teatro
del Giullare, “Dobermann”, spettacolo scritto e diretto da Carmen Di Marzo,
prodotto da Circuito Totale e che si avvale dell’aiuto regia di Francesca La
scala, degli elementi scenografici di CT Fotografia di Valerio Lorito e di
Alessandra De Concilio come assistente di produzione. Antonella Valitutti offre
un’interpretazione magistrale per rigore e intensità e crea una notevole
tensione emotiva, dando spessore a ogni momento della messinscena. Il pubblico
è subito chiamato in causa dalla protagonista: non tollera che la stia
guardando nell’intimità della propria casa, perché, da vera dominatrice, ha
sempre saputo controllare gli sguardi altrui, motivo per cui non intende esserne
semplicemente oggetto. Subito dopo,
però, afferma “Ottengo sempre il consenso che cerco e voi ne siete una prova”,
dimostrando, in tal modo, che i propri occhi sul mondo sono gli unici a
cogliere nel segno. Deborah, la protagonista, difende gli stupratori,
consapevole del fatto che il proprio genere si rivela una carta vincente in
tribunale. Una donna accusata da un’altra donna, infatti, rischia più
facilmente un’emorragia di credibilità e Deborah, convinta graniticamente che
il diritto a essere difesi non conosca eccezioni, colleziona una vittoria dopo
l’altra. I dubbi compaiono, ma non bastano a farla desistere. È perfettamente
calata nei tempi in cui viviamo: l’etica, lo dice a viso aperto, è
apprezzabile, ma non certo sufficiente ad affrontare il mondo violento e
caotico che abbiamo attorno. Darwin non ci ha insegnato niente, forse? La lotta
per la vita non è, appunto, il copione immutabile che si ripete da sempre e che
bisogna affrontare con armi affilate? Non
è mai indulgente con le vittime: chi non perde il controllo – ne è sicura- non
si mette nei guai o diversamente fa una scelta che le presenta il conto. “Il percepito fa la differenza nella vita e in
tribunale”, ricorda, e il clamore mediatico è funzionale a corroborare il suo
senso di potenza. Quando, in effetti, si mostra sorridente ai flash dopo una
causa condotta con sapiente strategia, sembrerebbe perfettamente appagata.
Eppure non tutto è come appare. Si aprono crepe anche nella più salda armatura
e Deborah ammette di aver imparato la spregiudicatezza da un padre non abituato
a perdere, che l’ha modellata a suo piacimento, e che Diego, l’ex marito che
ormai ha divorziato da lei, non cessa di inquietarla con la sua tenerezza, come
se la vulnerabilità fosse una colpa. La svolta nella sua esistenza arriva nel
peggiore dei modi: durante un appuntamento galante, un magistrato le usa
violenza e dimostra fino in fondo l’arroganza del potere quando le lascia un
messaggio telefonico in cui la esorta, con il tono mellifluo del serpente, a
non denunciarlo. La voce fuori campo di Paolo Triestino non può che riempire il
palco nel buio completo: lo stesso buio in cui il predatore vorrebbe far
scomparire l’accaduto. È significativo che la poltrona rossa in scena abbia la
forma di una grande scarpa : un chiaro riferimento al simbolo dei femminicidi
che si sono susseguiti a ritmo spaventoso negli ultimi anni. La metamorfosi di Deborah riesce, in ogni
caso, a evitare la tentazione della retorica e del didascalico. Mentre si
interroga sulla propria responsabilità, sul fianco che ha offerto in buona fede
all’aggressore, sente, forse per la prima volta, che le ragioni del corpo e
dell’anima sono superiori a mille cavilli e a mille trappole tese da un uso
distorto della legge. Il dolore che la sta mangiando viva la pervade nei conati
di vomito, leggibili anche come metafora dei vili attacchi della
vittimizzazione secondaria, nel volto spento eppure non domo, nella ricerca di
Diego, che tuttavia, pur accogliendola, non è certo l’eroe salvatore. La
salvezza non può che essere una conquista interiore. Nulla può restituire
all’avvocatessa la pace, ma può decidere finalmente da quale parte schierarsi.
Può comprendere che la più odiosa delle violenze va combattuta fino in fondo. E
quando, avanzando con cautela (sa benissimo quali pregiudizi gravino su una
donna stuprata) si siede per deporre, giurando di dire tutta la verità, il suo
volto diventa, per un momento, luminoso. Non sappiamo se avrà giustizia, ma non
si è piegata. E viene da pensare a Simone de Beauvoir, quando afferma che
“Donna non si nasce, si diventa”. Anche a costo di sfidare il lato mostruoso
della vita.

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