mercoledì 20 maggio 2026

“In the mood for Marilyn”, la parabola di una diva

 

Quando rivolge alla platea un sorriso di plastica, tipico di una bambola di lusso, si ha comunque il desiderio di stare al suo gioco e farsi guidare dove voglia. Basta però il lampo cupo degli occhi per comprendere che Norma non può trovare pace, anche se il mondo intero la desidera. “In the mood for Marilyn” di Letizia Rita Amoreo, diretto da Roberto Galano, è lo spettacolo che ha riscosso un meritato successo presso il Piccolo Teatro del Giullare. Profondendo tutte le proprie energie in un personaggio controverso, in cui percezione degli altri e dissidio interiore si mescolano fino a diventare indistinguibili, Maggie Salice dona vivida concretezza a una diva che avrebbe voluto, prima di ogni altra cosa, vedersi pienamente riconosciuta come essere umano. L’ambiente in cui si trova è interamente giocato sulla tonalità del bianco, il colore di un suo indimenticabile vestito, ma anche la cromia che fa immediatamente pensare a una casa di cura. La scena iniziale tornerà poco prima della conclusione, perché non si evade mai da un ruolo che Hollywood cuce sulla pelle: Marilyn riceve una telefonata e afferma che la scena osservata al televisore riproduce esattamente la conversazione in corso. Ciò dimostra come il confine tra privato e pubblico sia di fatto inesistente. Dal televisore provengono spiegazioni di parole ed eventi perturbanti, come paranoia o stuzzichino, inteso come corpo appetibile e la narrazione della morte dell’attrice. Non a caso, Norma dice a stessa, dopo aver indossato la nota parrucca bionda, che quello che deve temere è l’interferenza, qui intesa nel doppio significato di perdita di controllo e di scomoda autoconsapevolezza. La donna afferma di aver scongiurato la crisi dei missili a Cuba, dato che è l’unica vera bomba sexy in circolazione, di essere pronta per un nuovo film, di essersi imbattuta nella censura e il telefono occasionalmente squilla per ricordarle di non avventurarsi lungo chine pericolose, come la religione o il libero pensiero. Guai, infatti, a manifestare una spudorata e inequivocabile autonomia. Si ha, dunque, un continuo oscillare tra la condizione di burattina di una legge di mercato (un cinema che punta sul corpo come merce non può essere inteso diversamente) e il bisogno di comprendersi, di ritrovarsi, anche a costo di osservare in modo spietato le proprie ferite. La ricerca di Dio, per esempio, è un percorso tortuoso, sofferto, che sbocca in un vicolo cieco, ma non sa rinunciare alla propria forza.  Quando afferma che avrebbe voluto farsi suora, ma peccato che il buon Dio non esista oppure cita Platone e Nietzsche, non sta solo dimostrando di avere un cervello, ma vuole evidenziare come tutti i tentativi della ragione per dare un senso alla vita non possano fare a meno di misurarsi con l’assurdità. L’ostilità verso un contesto sostanzialmente cieco riemerge tra parole falsamente rassicuranti o in silenzi di piombo, in cui la solitudine è palpabile. Ricorrere al linguaggio della danza, inoltre, si rivela una scelta efficace sul piano narrativo. Se la corporeità è stata la fortuna e la condanna di Marilyn, è alla coreografia che risulta naturale affidare le pulsioni, le angosce, i bisogni di chi si è ritrovata tra occhi che non sono mai davvero a riusciti a coglierla nella sua intima essenza. Il primo momento coreutico è percorso dalla frenesia ansiogena di soddisfare le richieste che provengono dai “registi” della protagonista: prepararsi per la scena, correre da un punto all’altro del palco per mille incombenze, lasciarsi travolgere da ritmi più che serrati, inghiottire farmaci cercando la forza di andare avanti. Avere, in una parola, appena il tempo di respirare. “Il cinema è nato per sognare a occhi aperti quando le notti non passano mai”, dice, ma pochissimi sanno cosa si nasconda dietro quel sogno. Nel proseguire, però, una riflessione su di sé e su ciò che l’ha tradita o su quello che sembrerebbe farla felice, la danza della protagonista diviene sempre più rarefatta, allusiva, affidando l’intensità a un pensiero che preferisce nascondersi in gesti delicati, armoniosi, che comunicano l’affidarsi a un altrove. È una sorta di riscatto, un momento solo suo dove non sia necessario dimostrare nulla e sia finalmente possibile accogliere, senza il frastuono di mille miraggi, quella parte di sé troppo a lungo dissimulata. “La verità mi ossessiona – afferma - Sarà per questo che sono brava a mentire, ma io non mento mai”. Marilyn è un ossimoro non adatto ai poveri di spirito. E quando chiude con sguardo vitreo il televisore (cioè la pretesa di inquadrarla in uno schema), sta tornando a fantasmi meno inquietanti di chi ha voluto solo usarla.

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