Un’affittacamere arcigna, circondata dal ferale odore del pesce bollito e dei suoi gatti odiosi e stolidamente estranea a ogni più piccolo sentimento di ironia. La propria stanza che sta per essere ceduta per sempre alla sorella maggiore, acuendo la solitudine. Un lavoro da impiegata che annulla e obnubila. La condizione piccolo-borghese può essere un abisso più profondo di quel che si creda e Annibale Ruccello lo aveva compreso con spudorata chiarezza. Il capolavoro del drammaturgo napoletano ha riscosso un pieno successo presso la Sala Pasolini, nell’ambito della stagione promossa dal Teatro Pubblico Campano, nell’allestimento diretto da Claudio Tolcachir con Valentina Picello. Rendere credibile un personaggio dalle passioni estreme non è mai impresa da poco, ma l’attrice, straordinariamente versatile nel connotare una figura che vuole essere stanata proprio mentre si nasconde in un’ammorbante routine, le restituisce profondo spessore nel momento della frustrazione e del dolore, senza dimenticarne il sarcasmo mai innocuo. L’efficace ambiguità del monologo può spingere lo spettatore a dubitare che ciò che questa donna sperimenta sia vero: dopotutto si desume il comportamento altrui sempre e solo attraverso il suo punto di vista, quando gli altri le appaiono come fantasmi, ma che la protagonista sia di fatto confinata in se stessa da un’esistenza a dir poco arida resta indubitabile e ciò è dimostrato da una serie di dettagli. La scena di Cosimo Ferrignolo è invasa da cenere vulcanica e, fin dai primissimi momenti della rappresentazione, Anna si muove da un punto all’altro parlando tra sé mentre gli oggetti che la circondano (il lampadario in terra, il frigorifero posto in orizzontale, la lavatrice, uno specchio e la poltrona su cui si siede) sembrano emergere come reperti da questo inquietante mare. Lei stessa si ritrova di colpo a contemplare per un attimo con sgomento questo materiale che si sfalda tra le mani, non a caso quando ricorda un colloquio col padre (amato, ma evidentemente lontanissimo non solo fisicamente) che non dà i frutti sperati. Se da un lato ciò prefigura l’esito della vicenda, cioè l’incendio che Anna vuole appiccare, dall’altro esprime subito qualcosa di antico e sterile: una vita che seppellisce i desideri senza che da questo possa davvero fiorire un’opportunità di rinascita. Anna è fragile, buffa, tendenzialmente comica, ma anche piena di rancore verso la signora Tavernini, che le cede una stanza in affitto al prezzo di osservazioni ostili su tutto quello che fa, verso i familiari che, approfittando della sua lontananza, la stanno dimenticando, verso la polvere delle scartoffie che la impregna. La via verso la felicità, o quello che più le somiglia, è il possesso: avere qualcosa che appartenga esclusivamente a lei, infatti, abbatterebbe la frustrazione di sentirsi invisibile, le darebbe un potere, colpirebbe chi non l’ha mai apprezzata. Quando, perciò, il ragioniere Tonino Scarpa, che ha l’immenso merito di avere una casa con dodici stanze e una tata, la corteggia, il futuro appare subito radioso, ma nel momento in cui si concede a lui, gli canta “Sassi”, cioè una canzone sul fallimento di una relazione: nella lotta per emergere, evidentemente, anche un traguardo cela il veleno della sconfitta. Fare l’amore con Tonino la fa pensare a quanto creperebbe d’invidia la signora Tavernini, il che dimostra come l’ansia di emergere sul piano materiale sia tutto per la protagonista. All’annuncio della sospirata convivenza, danza sulle note di un’allegra canzone spagnola della Carrà: esiste forse qualcosa di più caro a un’ottica nazionalpopolare di due cuori e una capanna? Pur di difendere questo primato, Anna spingerà l’amante a chiudere in un ospizio la vecchia tata: chi si identifica con ciò che possiede, infatti, non tollera che qualcuno possa anche solo intaccare un simile legame. È inoltre interessante che il nuovo status sia sottolineato da una camicia e gioielli alla moda indossati su una sottoveste, come se ciò che ha non riuscisse mai ad allontanare un’aura di precarietà. Di colpo, il dramma: Tonino vuole lasciarla e, quel che è peggio, vuol vendere la casa. Lei è in preda alla disperazione e gli dedica il canto di chiesa “Tu sei la mia vita” perché la devozione a quello che sente come proprio ha la stessa intensità di una vera e propria consacrazione. Il frigorifero in cui è nascosto il corpo di Tonino (ucciso, pronto per essere divorato prima che la casa vada distrutta tra le fiamme) diventa un sepolcro in cui Anna scenderà, addolorata ma anche terribilmente ironica: meglio iniziare dal cervello, che non è mai stato suo, nonostante gli sforzi di farne “una scatola vuota” che nessuno le portasse via. Tutto inizia e finisce con ciò che si domina: difficile immaginare un inferno più cupo.
mercoledì 20 maggio 2026
Anna Cappelli, il delirio del possesso
Un’affittacamere arcigna, circondata dal ferale odore del pesce bollito e dei suoi gatti odiosi e stolidamente estranea a ogni più piccolo sentimento di ironia. La propria stanza che sta per essere ceduta per sempre alla sorella maggiore, acuendo la solitudine. Un lavoro da impiegata che annulla e obnubila. La condizione piccolo-borghese può essere un abisso più profondo di quel che si creda e Annibale Ruccello lo aveva compreso con spudorata chiarezza. Il capolavoro del drammaturgo napoletano ha riscosso un pieno successo presso la Sala Pasolini, nell’ambito della stagione promossa dal Teatro Pubblico Campano, nell’allestimento diretto da Claudio Tolcachir con Valentina Picello. Rendere credibile un personaggio dalle passioni estreme non è mai impresa da poco, ma l’attrice, straordinariamente versatile nel connotare una figura che vuole essere stanata proprio mentre si nasconde in un’ammorbante routine, le restituisce profondo spessore nel momento della frustrazione e del dolore, senza dimenticarne il sarcasmo mai innocuo. L’efficace ambiguità del monologo può spingere lo spettatore a dubitare che ciò che questa donna sperimenta sia vero: dopotutto si desume il comportamento altrui sempre e solo attraverso il suo punto di vista, quando gli altri le appaiono come fantasmi, ma che la protagonista sia di fatto confinata in se stessa da un’esistenza a dir poco arida resta indubitabile e ciò è dimostrato da una serie di dettagli. La scena di Cosimo Ferrignolo è invasa da cenere vulcanica e, fin dai primissimi momenti della rappresentazione, Anna si muove da un punto all’altro parlando tra sé mentre gli oggetti che la circondano (il lampadario in terra, il frigorifero posto in orizzontale, la lavatrice, uno specchio e la poltrona su cui si siede) sembrano emergere come reperti da questo inquietante mare. Lei stessa si ritrova di colpo a contemplare per un attimo con sgomento questo materiale che si sfalda tra le mani, non a caso quando ricorda un colloquio col padre (amato, ma evidentemente lontanissimo non solo fisicamente) che non dà i frutti sperati. Se da un lato ciò prefigura l’esito della vicenda, cioè l’incendio che Anna vuole appiccare, dall’altro esprime subito qualcosa di antico e sterile: una vita che seppellisce i desideri senza che da questo possa davvero fiorire un’opportunità di rinascita. Anna è fragile, buffa, tendenzialmente comica, ma anche piena di rancore verso la signora Tavernini, che le cede una stanza in affitto al prezzo di osservazioni ostili su tutto quello che fa, verso i familiari che, approfittando della sua lontananza, la stanno dimenticando, verso la polvere delle scartoffie che la impregna. La via verso la felicità, o quello che più le somiglia, è il possesso: avere qualcosa che appartenga esclusivamente a lei, infatti, abbatterebbe la frustrazione di sentirsi invisibile, le darebbe un potere, colpirebbe chi non l’ha mai apprezzata. Quando, perciò, il ragioniere Tonino Scarpa, che ha l’immenso merito di avere una casa con dodici stanze e una tata, la corteggia, il futuro appare subito radioso, ma nel momento in cui si concede a lui, gli canta “Sassi”, cioè una canzone sul fallimento di una relazione: nella lotta per emergere, evidentemente, anche un traguardo cela il veleno della sconfitta. Fare l’amore con Tonino la fa pensare a quanto creperebbe d’invidia la signora Tavernini, il che dimostra come l’ansia di emergere sul piano materiale sia tutto per la protagonista. All’annuncio della sospirata convivenza, danza sulle note di un’allegra canzone spagnola della Carrà: esiste forse qualcosa di più caro a un’ottica nazionalpopolare di due cuori e una capanna? Pur di difendere questo primato, Anna spingerà l’amante a chiudere in un ospizio la vecchia tata: chi si identifica con ciò che possiede, infatti, non tollera che qualcuno possa anche solo intaccare un simile legame. È inoltre interessante che il nuovo status sia sottolineato da una camicia e gioielli alla moda indossati su una sottoveste, come se ciò che ha non riuscisse mai ad allontanare un’aura di precarietà. Di colpo, il dramma: Tonino vuole lasciarla e, quel che è peggio, vuol vendere la casa. Lei è in preda alla disperazione e gli dedica il canto di chiesa “Tu sei la mia vita” perché la devozione a quello che sente come proprio ha la stessa intensità di una vera e propria consacrazione. Il frigorifero in cui è nascosto il corpo di Tonino (ucciso, pronto per essere divorato prima che la casa vada distrutta tra le fiamme) diventa un sepolcro in cui Anna scenderà, addolorata ma anche terribilmente ironica: meglio iniziare dal cervello, che non è mai stato suo, nonostante gli sforzi di farne “una scatola vuota” che nessuno le portasse via. Tutto inizia e finisce con ciò che si domina: difficile immaginare un inferno più cupo.
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