Una situazione tutt’altro che inusuale. Ricorrendo
all’appellativo del titolo, un vagabondo senza nome chiede una sigaretta a un
giovane a “uno schifoso incrocio”, dove la pioggia non cessa di cadere. Dietro quella
richiesta, però, si spalanca un mondo di rancore e di amarezza. Vibra di forza
iconoclasta “Bro”, lo spettacolo, in programma per tutto il fine settimana al
Piccolo Teatro del Giullare, diretto da Aniello Mallardo, di cui Mario Autore
ha curato l’aiuto regia e le musiche e Virna Prescenzo le luci, su testo di
Francesco Maria Siani, liberamente tratto da “La nuit just avant les forets” di
Bernard Marie Koltés. Corpo fremente, pronto a declinare ogni sfumatura del
malessere, della solitudine, del sarcasmo, Antonio Stoccuto dedica con passione
ogni energia alla caratterizzazione di un personaggio disturbante, violento e
tenero, fanciullesco e implacabile, che non si dimentica facilmente. La scritta
Bro campeggia sui fusti che non rappresentano un semplice elemento scenico, ma
diventano di volta in volta arma in procinto di essere scagliata, confini da
cancellare e ridefinire, immagine della situazione vissuta. Sono disposti in
cerchio quando il protagonista cerca di avere dalla propria parte l’interlocutore,
in file parallele al racconto dell’aggressione in metropolitana, creano una
svastica quando avviene l’incontro fatale con la Zarina, la neofascista che
adora vedere picchiare gli immigrati o diventano le basi di un immaginario
pontile, quando si muove alla ricerca dell’unica creatura che abbia senso nella
sua vita. L’antieroe della messinscena non può fare a meno, infatti, di proiettare
se stesso nelle cose, mettendo a nudo un ego che oscilla tra lirismo, rabbia
cieca e lucida consapevolezza dell’alienazione della nostra epoca. La voce
registrata che si ode fuori campo, per esempio, racconta il desiderio
incessante di una figura chiamata Amore, un uomo vestito da donna che unisce
tutte le contraddizioni del più misterioso dei legami: non possono esistere
categorie quando due corpi si scelgono. Non è certo un caso che i due si
incontrino su un ponte, un fattore, cioè, che annulla le distanze. Anche Amore,
tuttavia, è vittima di un mondo che non si volta a vedere chi ha calpestato (è
morto? È fuggito? È impazzito? Fa davvero differenza?) ed è anche per lui che il
ragazzo vuole reagire e vendicarsi del male che ha sperimentato e vede
compiere. Vuole essere “un esecutore” come il padre, che lo ha escluso dalla
vita familiare; vede nel lavoro la trappola che il sistema tende all’individuo;
considera coloro che reggono le fila (qualunque sia il loro campo) nemici
violenti di ogni forma di libertà e perversi manipolatori senza remore. È per
questo che vuole creare un sindacato internazionale che protegga gli smidollati
come lo sconosciuto a cui sta parlando e che non ha la “fortuna” di essere,
come lui, carne e ossa, cioè saldo e forte nel perseguire un obiettivo. Il
pubblico, da parte sua, non è certo estraneo a questo attacco. Quando racconta
di essere stato derubato e picchiato da chi lo chiamava “frocio” tra l’indifferenza
generale e dice “Che ve ne fotte, quando siete dalla parte giusta?”, ricorda
come sia facile preferire l’indifferenza all’etica. Se avanza sul proscenio,
pur senza giungere al coinvolgimento diretto degli spettatori, pone sotto gli
occhi di tutti ciò che si preferirebbe ignorare: un contesto prevaricatore
genera violenza. L’aridità che soffoca deve essere investita dal fuoco della
rivalsa. Il personaggio principale vuole distruggere, uccidere, anche a costo
di sacrificare degli innocenti al suo sogno di sangue. Vuole parlare il linguaggio
che gli è stato insegnato, maledicendo il Dio che ha maledetto Amore,
rendendogli impossibile vivere. Risulta quindi naturale che tra le mani gli compaia
una pistola e che la punti ora contra chi lo ha incontrato, ora contro di sé:
in un gioco al massacro, è chiaro, non ci si può mai considerare vincitori. Si
è tutti esposti al medesimo, cupo delirio. Si assiste, quindi, a una scomoda
ambiguità: il protagonista non vuole essere complice della realtà che schiaccia
e vanifica, ma ne introietta l’indole rovinosa. È pronto a rendersi
indistinguibile dagli assassini che deturpano ciò che di bello esiste, ma al
tempo stesso ne rivela l’oscena natura. Si lascia, dunque, attraversare da ciò
che denuncia e scarnifica. Su uno dei fusti ha scritto la domanda “E tu?”. E
noi sappiamo che, anche a luci spente, nella tranquillità delle nostre case e
delle nostre certezze, non potremo fare a meno di rispondere.

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