mercoledì 20 maggio 2026

“Bro”, la furia iconoclasta di un emarginato

 


Una situazione tutt’altro che inusuale. Ricorrendo all’appellativo del titolo, un vagabondo senza nome chiede una sigaretta a un giovane a “uno schifoso incrocio”, dove la pioggia non cessa di cadere. Dietro quella richiesta, però, si spalanca un mondo di rancore e di amarezza. Vibra di forza iconoclasta “Bro”, lo spettacolo, in programma per tutto il fine settimana al Piccolo Teatro del Giullare, diretto da Aniello Mallardo, di cui Mario Autore ha curato l’aiuto regia e le musiche e Virna Prescenzo le luci, su testo di Francesco Maria Siani, liberamente tratto da “La nuit just avant les forets” di Bernard Marie Koltés. Corpo fremente, pronto a declinare ogni sfumatura del malessere, della solitudine, del sarcasmo, Antonio Stoccuto dedica con passione ogni energia alla caratterizzazione di un personaggio disturbante, violento e tenero, fanciullesco e implacabile, che non si dimentica facilmente. La scritta Bro campeggia sui fusti che non rappresentano un semplice elemento scenico, ma diventano di volta in volta arma in procinto di essere scagliata, confini da cancellare e ridefinire, immagine della situazione vissuta. Sono disposti in cerchio quando il protagonista cerca di avere dalla propria parte l’interlocutore, in file parallele al racconto dell’aggressione in metropolitana, creano una svastica quando avviene l’incontro fatale con la Zarina, la neofascista che adora vedere picchiare gli immigrati o diventano le basi di un immaginario pontile, quando si muove alla ricerca dell’unica creatura che abbia senso nella sua vita. L’antieroe della messinscena non può fare a meno, infatti, di proiettare se stesso nelle cose, mettendo a nudo un ego che oscilla tra lirismo, rabbia cieca e lucida consapevolezza dell’alienazione della nostra epoca. La voce registrata che si ode fuori campo, per esempio, racconta il desiderio incessante di una figura chiamata Amore, un uomo vestito da donna che unisce tutte le contraddizioni del più misterioso dei legami: non possono esistere categorie quando due corpi si scelgono. Non è certo un caso che i due si incontrino su un ponte, un fattore, cioè, che annulla le distanze. Anche Amore, tuttavia, è vittima di un mondo che non si volta a vedere chi ha calpestato (è morto? È fuggito? È impazzito? Fa davvero differenza?) ed è anche per lui che il ragazzo vuole reagire e vendicarsi del male che ha sperimentato e vede compiere. Vuole essere “un esecutore” come il padre, che lo ha escluso dalla vita familiare; vede nel lavoro la trappola che il sistema tende all’individuo; considera coloro che reggono le fila (qualunque sia il loro campo) nemici violenti di ogni forma di libertà e perversi manipolatori senza remore. È per questo che vuole creare un sindacato internazionale che protegga gli smidollati come lo sconosciuto a cui sta parlando e che non ha la “fortuna” di essere, come lui, carne e ossa, cioè saldo e forte nel perseguire un obiettivo. Il pubblico, da parte sua, non è certo estraneo a questo attacco. Quando racconta di essere stato derubato e picchiato da chi lo chiamava “frocio” tra l’indifferenza generale e dice “Che ve ne fotte, quando siete dalla parte giusta?”, ricorda come sia facile preferire l’indifferenza all’etica. Se avanza sul proscenio, pur senza giungere al coinvolgimento diretto degli spettatori, pone sotto gli occhi di tutti ciò che si preferirebbe ignorare: un contesto prevaricatore genera violenza. L’aridità che soffoca deve essere investita dal fuoco della rivalsa. Il personaggio principale vuole distruggere, uccidere, anche a costo di sacrificare degli innocenti al suo sogno di sangue. Vuole parlare il linguaggio che gli è stato insegnato, maledicendo il Dio che ha maledetto Amore, rendendogli impossibile vivere. Risulta quindi naturale che tra le mani gli compaia una pistola e che la punti ora contra chi lo ha incontrato, ora contro di sé: in un gioco al massacro, è chiaro, non ci si può mai considerare vincitori. Si è tutti esposti al medesimo, cupo delirio. Si assiste, quindi, a una scomoda ambiguità: il protagonista non vuole essere complice della realtà che schiaccia e vanifica, ma ne introietta l’indole rovinosa. È pronto a rendersi indistinguibile dagli assassini che deturpano ciò che di bello esiste, ma al tempo stesso ne rivela l’oscena natura. Si lascia, dunque, attraversare da ciò che denuncia e scarnifica. Su uno dei fusti ha scritto la domanda “E tu?”. E noi sappiamo che, anche a luci spente, nella tranquillità delle nostre case e delle nostre certezze, non potremo fare a meno di rispondere.      

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