Inseguire una
meta contro ogni ostacolo e spesso contro ogni logica. Mettersi in gioco totalmente, fino a rendere le nuove terre
spazio della propria anima. Opporre ingegno a crudeltà, ansia di vivere a
distruzione. L’Odissea è il cardine di ogni immaginario e sarà Giancarlo
Giannini a far rivivere il fascino di Omero stasera alle 21.30 con lo
spettacolo “Il mio nome è Nessuno” nell’ambito del Festival di Teatro Antico di
Veleia presso l’area archeologica nazionale di Veleia Romana a Lugagnano Val d’Arda.
L’ingresso è gratuito e senza prenotazione. Accompagnato dal violoncello di Gianni
Cuciniello e dall’arpa celtica di Roberta Procaccini, l’artista renderà vivide
e concrete le vicende del più famoso viaggiatore di ogni tempo, guidando gli
spettatori a sperimentare l’ebbrezza del rischio e della passione.mercoledì 29 luglio 2015
“Il mio nome è Nessuno”, l’Odissea secondo Giannini
Inseguire una
meta contro ogni ostacolo e spesso contro ogni logica. Mettersi in gioco totalmente, fino a rendere le nuove terre
spazio della propria anima. Opporre ingegno a crudeltà, ansia di vivere a
distruzione. L’Odissea è il cardine di ogni immaginario e sarà Giancarlo
Giannini a far rivivere il fascino di Omero stasera alle 21.30 con lo
spettacolo “Il mio nome è Nessuno” nell’ambito del Festival di Teatro Antico di
Veleia presso l’area archeologica nazionale di Veleia Romana a Lugagnano Val d’Arda.
L’ingresso è gratuito e senza prenotazione. Accompagnato dal violoncello di Gianni
Cuciniello e dall’arpa celtica di Roberta Procaccini, l’artista renderà vivide
e concrete le vicende del più famoso viaggiatore di ogni tempo, guidando gli
spettatori a sperimentare l’ebbrezza del rischio e della passione.venerdì 24 luglio 2015
“Scoppiato amore” al Giffoni Film Festival
Se il gioco spensierato e
caustico è per voi l’essenza del teatro, “Scoppiato amore” è senz’altro lo
spettacolo che fa al caso vostro. Diretto e interpretato da Antonio Grimaldi,
andrà in scena stasera alle 22.15 nell’ambito del Giffoni Film Festival. È un
omaggio brioso alla Commedia dell’Arte, un’esaltazione del virtuosismo, un
catalogo felicemente irrazionale delle possibilità espressive dell’attore. Il
coinvolgimento amoroso, comicamente enfatizzato da una recitazione surreale e
dall’inserto di musiche moderne, è oggetto di una sistematica decostruzione. Se
è vero che nulla è irrazionale quanto il legame tra due amanti, Cristina Milito
Pagliara (una Colombina tenera e abilissima nel creare con il pubblico l’empatia)
e lo stesso Grimaldi (un Arlecchino e in seguito un Pulcinella che traboccano
energia) lo dimostrano senza ombra di dubbio, celebrando, per esempio, il loro
matrimonio in ginocchio tra due ali di
pupazzetti: l’amour fou ha in fondo la spensieratezza dell’infanzia. I pupazzetti spinti gli uni verso gli altri
come in una curiosa partita a scacchi dagli sposi che declamano in modo buffo
”La costruzione di un amore” esprimono la difficoltà di comunicare quando il rapporto
mostra la corda. Il desiderio può cambiare pelle, ma la sua forza resta
intatta, come mostra l’inconsolabile (solo all’apparenza) vedova interpretata
con felice ironia da Gemma De Cesare, che mostra il suo dolore, ovvero le sue
pregevoli gambe. Gli spettatori sono a più riprese coinvolti nelle schermaglie
dei tre, perché ogni gioco teatrale trae forza da chi lo fruisce. Se fate a
meno di desiderare, sembrano dire gli attori, allora potete anche fare a meno
di respirare. Il grigiore di un corpo senza stimoli è davvero tempo perso.venerdì 17 luglio 2015
A Maiori " Gli Echi ... Mai Sopiti "
Un luogo non è solo se
stesso. Accoglie memorie, voci, suggestioni, legami tra quel che appare
distante e intessere un dialogo tra lo spazio e un artista è da sempre una
preziosa occasione per ridefinire prospettive e coordinate. "
Gli Echi ... Mai Sopiti
" è la mostra del fotografo Nicola Guarini e del ceramista Sergio
Scognamiglio, curata da Vincenzo Ruocco, che si terrà presso lo studio Adele
Filomena Photography dal 20 luglio al 15 settembre in Via Casa Mannini a
Maiori. Istantanee e corpi di argilla interrogano il paesaggio fino a
riconoscersi in esso, creando sotterranee analogie tra artificiale e naturale e
proponendo nel corpo dell’opera stessa il segno di un linguaggio che diventa
empatia e liberazione di energie. L’ambiente in cui le opere sono collocate
amplia la percezione fino a condurre lo spettatore a distruggere ogni mediazione
tra sé e il suo attorno.martedì 16 giugno 2015
Geografie, bilancio positivo
Testi di forte impatto e
interpreti che hanno messo in campo le proprie energie senza respiro. Si è
conclusa all’insegna del pieno successo Geografie, la rassegna, presso il
Piccolo Teatro del Giullare di Salerno, ideata e diretta da Vincenzo Albano sul
teatro calabrese contemporaneo in partnership con la rivista Puracultura e la
webradio d’Ateneo Unisound con il patrocinio del “Centro studi sul Teatro
napoletano, meridionale ed europeo” presieduto da Antonia Lezza. Emanuela Ferrauto, critico teatrale, ne è stata consulente generale.
Abbiamo chiesto ad Albano di
tirare le somme.
Ora che il sipario è calato, qual è la sua opinione?
“Sono soddisfatto dei
numeri. Non si è verificato nessun calo nell’affluenza del pubblico, un dato
positivo. Il lavoro della mia associazione culturale Erre Teatro, che ha curato
l’organizzazione generale della manifestazione, è sempre migliorabile e occorre
cercare di attrarre nuovi flussi di spettatori”.
Quali sono a suo avviso gli ostacoli con cui la
drammaturgia contemporanea deve fare i conti e quali i suoi punti di forza?
“Gli
ostacoli riguardano la circuitazione delle compagnie, la difficoltà di
garantire loro condizioni dignitose, non solo economiche. Un delicato
equilibrio di oneri nel quale il pubblico gioca un ruolo fondamentale. A
maggior ragione in quel segmento del presente teatrale che va avanti in maniera
indipendente, se non pionieristica. Geografie ha incontrato e parlato di queste
realtà, non solo in teatro, “on stage”, ma anche – per così dire – “on air”,
assieme a tutto lo staff di Unisound. Mi sembrava interessante la chiave
monografica regionale; una sorta di censimento, seppur parziale. Sui punti di
forza, mi piace annoverare la sollecitazione all’ascolto, che sia di una storia
intesa come “plot”, che sia di un frammento di essa nel quale io riconosco la
mia. Siamo disabituati all’ascolto. Vediamo, basta. Ma quanto può renderci
“visionari” una parola, abbandonandoci ad essa!”.
Quali progetti ha per il futuro?
“Penso alla seconda edizione
di “Per voce sola”, che non è un progetto, ma un taglio offerto a una proposta
che mi permette di proporre drammaturgie interessanti, e alla terza edizione di
Teatrografie, che è un tentativo di narrare il teatro anche attraverso forme
espressive diverse, nonché alla seconda edizione di Geografie. Sarebbe inoltre
auspicabile contare su un proprio spazio. Il Giullare ha offerto un sostegno
insostituibile, ma un luogo gestito autonomamente permette di connotare una
precisa identità artistica”.
Le suggestioni di Erri De Luca
È allergico alla
retorica, ma fa avvertire sulla pelle il dolce peso di un ricordo. Odia le
maschere che la violenza costruisce per legittimarsi (“La divinità non può
perdonare chi giura il falso in suo nome, come chi giura di uccidere per ordine
di Dio”), ma non ama salire in cattedra. Pensa alla scrittura come a un “tempo
festivo”, un modo per farsi compagnia e ricorda con devoto affetto Izet Sarajilic,
“maestro di fedeltà amorosa” a una donna e a una città, la Sarajevo che ascoltava i
poeti negli scantinati per dimenticare almeno per un momento il dolore della
guerra. Il pubblico che ha affollato il Piccolo Teatro del Giullare di Salerno è
stato sedotto da Erri De Luca nella serata condotta dal giornalista Paolo
Romano in cui Brunella Caputo e Cinzia Ugatti hanno proposto un’appassionata
lettura di stralci tratti dalle opere più note dello scrittore napoletano. Uno
scrittore più che mai attratto dalla capacità del linguaggio di generare la
vita: il motivo che lo ha spinto ad accostarsi alla Bibbia.“Mi piaceva molto il
fatto che non fosse letteratura, che non si preoccupasse di avere un lettore,
dato che esistevano ascoltatori, tramandatori della parola –ha detto-Che quella
divinità si manifestasse fisicamente con la parola mi ha riguardato come uno
che ha messo tutte le sue uova nel cesto del vocabolario da cui trarre parole
per i miei scritti. Quel dire precede, procura e determina il creato. La parola
al suo vertice si porta dietro la responsabilità di chi la pronuncia”. De Luca
sa che le parole possono uccidere e che il razzismo ne fa un’arma impropria a
cui bisogna opporre una sensibilità non allineata. “Mi sento cittadino del
Mediterraneo, un intruglio dei nostri sangui. Sarebbe interessante analizzare
quanto nel nostro sangue ci sia di fenicio, ebreo, normanno. Assistiamo al
peggor commercio marittimo della storia dove la merce umana ha una sorte
peggiore della tratta degli schiavi, dove contava che il prodotto, pagato alla
consegna, arrivasse illeso, cosa che non conta affatto oggi. Facile immaginare
cosa diranno di noi quelli che verrano dopo”. E se la parola rivoluzione ha
ormai esaurito la sua funzione storica, non resta che resistere dal basso a
ogni minaccia alla salute pubblica. Il diritto all’integrità fisica è una priorità
assoluta. Senza dimenticare l’importanza dell’anarchia, “una delle formule
della disobbedienza di cui Charlie Hebdo è stato l’ultimo sfiato sulfureo”.lunedì 8 giugno 2015
“L’Italia s’è desta”, il sonno dell’etica
Gli abitanti del piccolo paese della Calabria-non
occorre un nome, potrebbe succedere ovunque-possono ridere quanto vogliono al
passaggio di “quella”, ”la scema”, “scarpe strane”. Non mostrano certo la stesa
sfrontatezza se si allude alla loro vita apparentemente immobile, dove “ogni
tanto sparisce qualcuno”. “L’Italia s’è desta”, il monologo di Dalila Cozzolino
per la regia dell’autore del testo Rosario Mastrota, ha chiuso tra gli applausi
del Piccolo Teatro del Giullare di Salerno Geografie, la rassegna ideata e diretta da
Vincenzo Albano sul teatro calabrese contemporaneo. L’ironica naturalezza con
cui la Cozzolino
connota il suo personaggio, un’idiot sauvant in gonnella che possiede, in tutti
i sensi, una vista ben più acuta dei compaesani, innesca immediatamente un
meccanismo di complicità con questa creatura generosa e fragile, sulla quale
gli sguardi tacciono se non per deridere o cercare goffamente di proteggere,
come mostrano le allusioni a una madre spenta dalla lontananza del padre. Carla
Libonati è invisibile come le vittime degli “ndranghetisti” che ordinano ai
“brutti” di “appicciare” i negozi di chi non paga il pizzo e rapiscono e
uccidono, come accade a Maria, l’unica amica della protagonista. Lo spettacolo
si regge su una denuncia sociale tanto più feroce quanto più mediata dalla
leggerezza. La violenza non è confinata in una terra che si costruisce da sola
le sue trappole, ma è sistemica. La statua di Garibaldi per cui sono stati
abbattuti alberi secolari e i contrasti tra il prete “vecchio” e quello
“giovane” esprimono uno scempio dell’etica di cui la sola Carla sembra rendersi
comicamente conto, avvolta in un silenzio che è limite e arma. Quando però a
sparire è la sola cosa che stia a cuore al Paese, ovvero la Nazionale di Calcio
sequestrata dalla malavita, sarà “scarpe strane” a indicare il dirupo in
cui è nascosta con un mezzo, non a caso,
tipico dei criminali: la lettera scritta con ritagli di giornale. E la frase
“L’Italia è nel burrone!” si carica di sensi ulteriori, dato che la legalità si
è schiantata da tempo al suolo. Tutta la felicità di Carla esplode nel sentire
il suo nome alla radio, dato che il Presidente “Sergio Mattarello” la insignirà
di una medaglia, ricevendo in cambio una bella pagnotta. I doni si ricambiano,
non certo come gli “ndranghetisti”
che ripagano il bene col male. Con buona pace di Giulietta, un nome è ciò che
indica, ne legittima l’esistenza. Ma il nome che dovrebbe distinguere
definitivamente dal contesto la giovane ne ribadisce le catene. Libonati, il
padre sparito e desiderato, è il boss assassino di Maria. L’innocenza non basta
a salvarsi dal marcio. E mentre si allontana su una bici dove ha posto un
tricolore con la spensieratezza di una bambina, Carla avverte l’amarezza di
come sia terribimente facile perdere quel poco in cui si crede in un’Italia che
si desta per il calcio, ma non per scrivere una storia diversa. mercoledì 3 giugno 2015
“Bollari”, il canto della natura e della violenza
Il palco è
ancora al buio quando risuona il canto del rematore. L’uomo emerge dall’ombra e
in un movimento circolare scandisce il ritmo battendo sul petto. Sul mare il
tempo ricade di continuo su se stesso e corpi e onde sono parte dello stesso
respiro. Presso il Piccolo Teatro del Giullare di Salerno, in una scena
riempita solo dal suo carisma, Carlo Gallo ha guidato il pubblico di Geografie,
la rassegna ideata e diretta da Vincenzo Albano sul teatro calabrese
contemporaneo, nel mondo primitivo, eppure vicinissimo, di “Bollari”, il nome
che i pescatori crotonesi danno ai tonni, salutati con gioia come una promessa di felicità. Su quella
parola, urlata con tutta la disperata
energia di chi sogna un altrove, si chiuderà la messinscena strutturata come un
intreccio di storie di uomini dediti da sempre alla pesca in un contesto a cui
sembrano bastare i propri confini, ma che non sfugge alla violenza della
storia. A figure delineate con realismo spiazzante (Mastu Rafele, padre nel
narratore, orgoglioso e devoto conoscitore delle insidie dello Jonio che si è
giocato una mano per una delle molte bombe fabbricate per uccidere i tonni;
Suricicchio, che riscatta dinanzi alla morte la sua fragilità) si contrappone
la tronfia prepotenza del fascismo, che oscilla tra retorica (la frase
mussoliniana sul passo avanti a cui la Calabria è destinata) e prove di forza dal fiato
corto. La realtà dei pescatori è percorsa da tensioni e contrasti, come mostra
la lotta alla fame e il desiderio di controllare la Cicella, la più grande
imbarcazione del tempo, ma possiede una forza e una dignità che nessun potere
costituito può anche solo lontanamente immaginare. L’episodio, realmente
accaduto, del cammello impigliato tra le reti, probabilmente gettato in mare da
una nave fascista, diventa metafora dell’assurda pretesa, che puntualmente
naufraga, di spingersi oltre tutti i limiti e che è propria di chi sceglie la
via della guerra. La bomba che uccide Rafele e i tonni è una prefigurazione
della frattura tra natura e uomo che il conflitto porta con sé. E se esplosioni
ben più selvagge vogliono cancellare racconti e memorie, Carlo Gallo, moderno
aedo, fa rivivere i sogni e il coraggio di chi insegue i bollari (e dunque, la
vita) a dispetto di quel veleno che è l’ansia di ditruggere.
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