mercoledì 14 febbraio 2018

“Il servo”, storia di una seduzione

La chiave di volta è nella scena iniziale. Dando le spalle al pubblico, l’uomo avanza lentamente verso il padrone abbandonato sul divano e, un attimo prima che lo raggiunga, il sipario si chiude, per poi riaprirsi così che la vicenda cominci. Una prefigurazione dei rapporti di forza che è in fondo naturale: l’assedio psicologico  ha l’urgenza di manifestarsi, come qualcosa che pulsa sotto la carne e pervade ogni cosa. Applaudito al Teatro Verdi di Salerno, “Il servo” di Robin Maugham,  diretto da Andrea Renzi e Pierpaolo Sepe, presenta una salda coesione narrativa che fa emergere con raffinata chiarezza la complessità delle relazioni tra i personaggi. Les Barrett (un Lino Musella di raro carisma) sembra il servitore perfetto per il viziato e gaudente avvocato Tony Williams (Renzi, credibile e attento). Le sue premure sono tuttavia un mezzo per soggiogare il suo principale, che si lascia lentamente irretire. Non si tratta però di una dinamica asimmetrica: Tony non è la vittima ingenua delle manovre di un manipolatore. Vuole Les nella sua vita con la stessa forza con cui quest’ultimo lo attrae a sé e in vista di questo scopo, agli occhi del servo, le donne sono ostacoli da rimuovere, come la fidanzata  Sally (Emilia Scarpati Fanetti, che costruisce con tenace energia il suo ruolo) oppure diversivi che rafforzino il legame tra i due uomini, che si tratti della donna di Les, Vera, o della seducente Mabel. Non è un caso che la passionale Maria Laila Fernandez rivesta entrambi i ruoli: le figure femminili non sono che pedine e dunque hanno tutte lo stesso volto e lo stesso valore in questo gioco che fa emergere tensioni e desideri. Il protrarsi di Sally verso qualcosa che la liberi all’inizio del secondo atto narra l’impossibilità di sottrarsi a questa visione. La scenografia (una casa racchiusa in una sorta di gigantesca scatola) evidenzia la prigionia dell’ossessione. Che appaia o meno, Barrett riempie della sua presenza il palco negli sguardi che posa su Tony o nello spingere i mobili sul proscenio, a indicare il controllo su tutto ciò che circonda il padrone. Neppure Richard (un Tony Laudadio misurato e intenso), legato all’avvocato da qualcosa che travalica l’amicizia, può infrangere la simbiosi che, nella conclusione, pone di fronte i protagonisti a torso nudo prima di congiungersi a Mabel. Si guardano sapendo che si perderanno l’uno nell’altro. Il desiderio non subisce leggi: può solo imporle.


giovedì 8 febbraio 2018

“Smith & Wesson”, l’ostinazione dei sogni

Raccogliere cadaveri dalle acque non è certo un lavoro per mammole. Ipotizzare le future condizioni climatiche attraverso i racconti di chiunque non è da meno. Ma nulla vale la forza e il bisogno di raccontare storie. Tratto dall’omonima piece di Alessandro Baricco, “Smith & Wesson” è lo spettacolo applaudito al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno. Brunella Caputo dirige il cast all’insegna di un perfetto senso del ritmo e di un’ ironia che sa diventare nostalgia senza alcuna retorica, mentre le luci e le musiche di Virna Prescenzo assecondano con amorosa attenzione le fasi salienti della vicenda. Smith è un metereologo decisamente fuori dal comune, un mix di genialità e stravaganza perfettamente creato da Andrea Bloise, autore anche della grafica,  mentre Wesson difende con orgoglio il suo ruolo di conoscitore perfetto del fiume (il ruvido e lapidario Renato Del Mastro che suscita subito empatia nel pubblico). La svolta della loro curiosa sintonia è segnata da Rachel (la spumeggiante Teresa Di Florio), giornalista così ossessionata dall’idea di uno scoop da decidere di ottenere gloria e quattrini con l’aiuto dei due uomini, spinti a farla uscire viva da una botte lanciata nelle cascate del Niagara. L’esito sarà tragico, come narra la signora Higgins (la sensibile Cinzia Ugatti) in cui non è difficile leggere un’immagine del destino, dato che li ha fatti incontrare. Il ricordo però sa indispettire la morte. La strana coppia vivrà tutte le esperienze che Rachel sognava. I due diverranno storie viventi in cui realizzare i desideri di chi non c’è più. Ecco allora che la bizzarria dei personaggi non è fine a se stessa, ma tentativo di lasciare un segno, fiducia nell’immaginario lontano da condizionamenti incarnati da padri ingombranti. Se le cascate del Niagara sono luogo di morte, dato il tasso di suicidi, bisogna ripartire da lì, dove il senso stesso del vivere si smarrisce. Ogni narrazione, come ogni esistenza, nasce dall’intreccio di più voci e da diverse ansie di vincere il tempo. Per chi lo dimentica, come ricorda la signora Higgins, “la saggezza è un rito inutile”.


I “Sei personaggi” secondo Luca Fusco



Il malumore del capocomico (l’attento e calibrato Paolo Serra) è comprensibile: dover mettere in scena, in mancanza di meglio, “Il giuoco delle parti”, che sembra studiato apposta per scontentare tutti. Non sa ancora che il teatro è uno spazio da violare perché le categorie vadano in pezzi. Nutrita dalle suggestioni del cinema, di cui Pirandello aveva colto le potenzialità, la versione di “Sei personaggi in cerca d’autore”, allestita presso il Teatro Verdi di Salerno per la regia di Luca Fusco, si propone come eccesso della visione. Le immagini proiettate sullo sfondo moltiplicano la presenza dei personaggi tra cui spicca Eros Pagni, padre austero e consapevole in modo struggente della fragilità del tutto, e Gaia Aprea, che affronta generosamente il ruolo scomodo della Figliastra. I filmati ribadiscono naturalmente l’urgenza, da parte delle figure, di vivere anche solo per un momento. La vita, infatti, è nell’arte, non in quel banale copione a cui obbediscono ciecamente gli esseri umani. È in nome di questo bisogno di autenticità che le pulsioni sessuali del testo sono rese nettamente esplicite. Le proiezioni sono anche un monito a superare il visibile e il narrabile, ben oltre le convenzioni non solo teatrali. Gli attori che vogliono vestire i panni dei personaggi sono delineati all’insegna di una prevedibilità meccanica per deridere la pretesa della forma (in questo caso l’interpretazione) di sostituirsi all’essenza. Illusione è parola odiosa a coloro che sembrano emergere dalle pareti, come un rimosso da sconfessare. Quale comportamento codificato può restituire la pienezza di una passione? L’aspetto spettrale dei personaggi è acuito per mostrare l’incongruenza di un palcoscenico immemore della propria natura di campo aperto a tutte le possibilità. L’assurdo riguarda infatti la percezione di sé. Come ricorda il Padre, l’uomo di oggi non è quello di ieri né si riconoscerà in quello di domani. Chi si rifugia nella forma non sa guardare in faccia a quello che scardina tutto. Non esiste nessun approdo, suggerisce la risata beffarda della Figliastra nel palco ormai vuoto. Lo aveva detto del resto proprio il capocomico: “Siamo a teatro! La verità fino a un certo punto”.