Se pensate
che una vecchia carcassa non abbia più nulla da offrire, vi sbagliate. Mai sottovalutare un’anima non ancora assopita.
Rocco Manfredi e Francesco Napoli, diretti da Alessandra Ventrella, hanno
profuso tutte le proprie energie in “Homologia”, lo spettacolo della compagnia
DispensaBarzotti riproposto con successo al Centro Sociale a conclusione della
terza stagione di Mutaverso, diretta da Vincenzo Albano. Affidata interamente
al gesto e a maschere cupamente rugose, la messinscena esplora attraverso un
linguaggio da illusionista la possibilità di ritrovarsi. I trucchi da mago
mostrano che la realtà non può appartenere ai soli sensi né a una sola
prospettiva. Il foglio di giornale che si solleva sulla testa dell’anziano
legato a gesti ripetitivi allude allo smarrimento delle facoltà cognitive ma
anche al bisogno di giocare con la monotonia per darle scacco. La radio
sormontata da un minuscolo fuoco d’artificio per festeggiare il compleanno del
vecchio, con tanto di capellino e torta propri dell’infanzia, ha un grande
valore evocativo, perchè capta quelle “voci di dentro” che attendono il
risveglio. Le scatole da regalo che piombano sul palco sono al tempo stesso
beffarde e consolatorie: esprimono il carattere illusorio della vita, ma sono
anche esortazione a donarsi a se stessi, cercando un nuovo inizio (i simboli
del compleanno) e la forza di protrarlo (il giovane che emerge dalla scatola
più grande). La gioventù è tuttavia qualcosa di sclerotizzato nel passato (i
faticosi tentativi di animare il ragazzo da parte dell’anziano) e lo
sdoppiamento del protagonista culmina nel naufragio (le pose plastiche che li
rendono l’uno testimone della morte dell’altro). Solo incontrando un altro se
stesso infatti si può avere l’esatta misura del limite e dell’occasione di
varcarlo. L’abbandono dell’attempato fantoccio sulla poltrona mentre i due
giovani soffiano sulla candelina rimanda alla liberazione dal corpo, dalla
noia, dalla sterilità, ma non si può escludere che le due figure siano
l’ultimo, testardo sogno di chi ha dovuto arrendersi al nulla. venerdì 13 luglio 2018
“Homologia”, il tramonto di un’anima indomita
Se pensate
che una vecchia carcassa non abbia più nulla da offrire, vi sbagliate. Mai sottovalutare un’anima non ancora assopita.
Rocco Manfredi e Francesco Napoli, diretti da Alessandra Ventrella, hanno
profuso tutte le proprie energie in “Homologia”, lo spettacolo della compagnia
DispensaBarzotti riproposto con successo al Centro Sociale a conclusione della
terza stagione di Mutaverso, diretta da Vincenzo Albano. Affidata interamente
al gesto e a maschere cupamente rugose, la messinscena esplora attraverso un
linguaggio da illusionista la possibilità di ritrovarsi. I trucchi da mago
mostrano che la realtà non può appartenere ai soli sensi né a una sola
prospettiva. Il foglio di giornale che si solleva sulla testa dell’anziano
legato a gesti ripetitivi allude allo smarrimento delle facoltà cognitive ma
anche al bisogno di giocare con la monotonia per darle scacco. La radio
sormontata da un minuscolo fuoco d’artificio per festeggiare il compleanno del
vecchio, con tanto di capellino e torta propri dell’infanzia, ha un grande
valore evocativo, perchè capta quelle “voci di dentro” che attendono il
risveglio. Le scatole da regalo che piombano sul palco sono al tempo stesso
beffarde e consolatorie: esprimono il carattere illusorio della vita, ma sono
anche esortazione a donarsi a se stessi, cercando un nuovo inizio (i simboli
del compleanno) e la forza di protrarlo (il giovane che emerge dalla scatola
più grande). La gioventù è tuttavia qualcosa di sclerotizzato nel passato (i
faticosi tentativi di animare il ragazzo da parte dell’anziano) e lo
sdoppiamento del protagonista culmina nel naufragio (le pose plastiche che li
rendono l’uno testimone della morte dell’altro). Solo incontrando un altro se
stesso infatti si può avere l’esatta misura del limite e dell’occasione di
varcarlo. L’abbandono dell’attempato fantoccio sulla poltrona mentre i due
giovani soffiano sulla candelina rimanda alla liberazione dal corpo, dalla
noia, dalla sterilità, ma non si può escludere che le due figure siano
l’ultimo, testardo sogno di chi ha dovuto arrendersi al nulla. sabato 16 giugno 2018
“Be normal!”, la paurosa normalità
Vocazione,
talento, predisposizione. Non importa che nome abbia il vostro daimon, cioè l’essenza
che (poveri illusi) vi rende unici. Dovrete sopprimerlo, dato che la società vi
chiederà ben altro. Quadro implacabile di una generazione alla ricerca di se
stessa, in preda a nevrosi che non appartengono solo ai giovani, “Be normal!”,
che vede all’opera il Teatro Sotterraneo con Sara
Bonaventura e Claudio Cirri per la regia di Daniele
Villa, ha riscosso grande successo presso il Centro Sociale di Salerno nell’ambito
della terza stagione di Mutaverso, diretta da Vincenzo Albano. Tra richieste di
eliminazione fisica a un colloquio di lavoro e un amore vissuto da due
altoparlanti, ma non da due persone, mentre si inseguono sogni impossibili (l’esplorazione
del cosmo), il paradosso più amaro domina un contesto antiumano, in cui
schiavizzare e abbattere prospettive è divenuto normale. Bisogna essere
concreti: se ci sono troppi attori in proporzione al guadagno, non resta che la
roulette russa (con la complicità di Simona Fredella). Bisogna combattere il
complesso di Laio, la presenza ingombrante di vecchi che non si decidono a
togliersi di mezzo (lo sterile gioco con le palle di gomma contro sagome di
autorevoli anziani, da Paperone alla regina Elisabetta). L’indimenticabile
scena in cui la protagonista ingozza in modo compulsivo lo scheletro della
madre in un ospizio non esprime solo una prigionia, ma anche un’identificazione:
il contesto sociale riduce infatti a una sterile carcassa chiunque voglia
seguire la propria ispirazione, soprattutto se si desidera salire su un
palcoscenico. Il comandamento è essere ciò che gli altri si aspettano, anche a
costo di insaponare una corda. Come criceti in una ruota, si cerca un qualsiasi
motivo per vivere, tra il furto della “merda d’artista”e lo stress per un
figlio inesistente. E le note finali di “A perfect day”, tra citazioni che
prefigurano il naufragio, ribadisce sarcasticamente come tutto sia ammesso,
quando si tradisce ciò che si ostina a restarci dentro. mercoledì 16 maggio 2018
"The hard way..." o della solitudine
Il canto del
gallo, i rumori della strada, le notifiche del cellulare, persino le
esplosioni: tutto, ma non le parole, che sono mimate ma non espresse. E a che
servirebbe, se non conducono più a nulla? Specchio fedele delle nevrosi
contemporanee, "The hard way to understand each
other" della compagnia Teatro Presente ha raccolto meritati applausi
presso il Centro Sociale di Salerno nell’ambito di Mutaverso, la stagione
teatrale diretta da ErreTeatro di Vincenzo Albano. Adalgisa Vavassori cura il
progetto e la regia, mentre la drammaturgia collettiva vede impegnati Daniele
Cavone Felicioni, Gabriele Ciavarra, Clelia Cicero, Julio Dante Greco e Adele
Raes. Le composizioni sonore sono di Gianluca Agostini, la scenografia è firmata da Hillary Piras. La
tensione performativa non conosce stasi, perché gli interpreti sono di volta in
volta personaggi in azione e proiezione di stati d’animo in un contesto scenico
dove non a caso predomina il nero, allusione al rituale opprimente della
quotidianità. Il minimo comun denominatore è l’impossibilità di comprendersi: capire
gli altri è un’impresa, ma far luce dentro di sé non è certo più semplice. L’uomo
che, con tanto di visori tipici dei giochi di ruolo, preferisce il benessere
creato dal mezzo televisivo alla vita ordinaria non è distante dai due che
fraintendono il litigio di una coppia, vedendovi l’una un omicidio e l’altro
una inferiorità maschile. L’attore su cui piovono giornali accompagnati da
frastuoni catastrofici è impaurito dai disastri odierni, ma l’unica conseguenza
è ampliare la propria paranoia (la borsa dimenticata che si crede contenga
esplosivo). I mattoni collocati con pazienza inesorabile tra due conviventi che
non si confessano disagi e contrasti non sono meno inquietanti delle spinte
distruttive (un capo implacabile e una donna accusatrice) che conducono al
naufragio un altro rapporto. Desiderio e logica, ma anche il timore di non
essere all’altezza e il bisogno di essere finalmente altro, imprigionano nel
proprio dissidio chi potrebbe trovare la felicità, mentre lo smartphone tenta
di esorcizzare il senso opprimente di vuoto. La ragazza coperta di like e gli
interpreti delle pulsioni persi tra le caramelle di un gioco on line mostrano
uno stallo emotivo, l’incapacità di prendere atto delle proprie contraddizioni
e di superarle. I corpi vorrebbero incarnare il diritto a essere se stessi,
senza temere di riconoscersi negli altri (i movimenti all’unisono nel finale),
ma è terribilmente più facile restare ostaggio di meccanismi autoindotti. E
mentre il tempo è gettato via (fogli di calendario volano ovunque)non resta che
la propria comoda –ma non rassicurante- prigione.domenica 13 maggio 2018
"Qui e ora", il nulla feroce dell'Italia di oggi
Esiste
qualcosa di peggio di un pauroso incidente: incappare in un uomo intollerante e
intollerabile che, come se non bastasse, è il proprio specchio. Se è vero che
nulla spaventa quanto la gente comune, la nerissima comicità di “Qui e ora”, scritto
e diretto da Mattia Torre e applaudito al Teatro Verdi per la regia di Angelo
Generali, è il ritratto spietato di chi non ha e non vuole alcun punto di
riferimento, in un vuoto preannunciato dal segnale stradale, che infatti non
offre indicazioni. Dei due uomini sopravvissuti allo scontro dei propri scooter,
Aurelio (Paolo Calabresi, eccellente nella volgare aggressività di chi guarda
agli altri come vermi lontani dal suo piedistallo) non si preoccupa certo di
soccorrere Claudio (Valerio Aprea, che crea un perfetto equilibrio di rabbia,
sofferenza e rivalsa), ma di non perdere la diretta radiofonica con il suo
programma, che porta il nome dello spettacolo. Alternerà dunque paradossali
interventi al cellulare in cui confermarsi “chef motivazionale”, che trasforma
rucola e broccoli in pretesti per una vita da vincenti, ad offese di ogni tipo
al malcapitato sdraiato a terra, il “parassita contadino” che dimostra “il
fallimento delle politiche di inclusione sociale”. Nella sua vita di amarezze e
tentativi di sbarcare il lunario dedotta dal dialogo, Claudio sembrerebbe
umanamente superiore al “compagno di sventura”, fronteggiandone le nevrosi con
ironia e lucidità: è a lui che vanno le immediate simpatie del pubblico, tanto
più che i quindici anni di analisi vissuti da Aurelio sono ancora più
disastrosi dei due ruote andati in pezzi. Lo scontro diventa sempre più
violento, soprattutto quando è in gioco il possesso dell’unico cellulare
funzionante .“Qui e ora” però non è solo il monito di chi non vuole perdere
neppure un attimo per affermare il proprio egocentrismo: è anche un momento
decisivo del tennis, l’impatto della racchetta con la palla che può decidere le
sorti nei modi meno attesi. Ed ecco il colpo di scena: quel che è successo in
una strada tagliata fuori da tutto non è stato casuale. Claudio ha voluto
piombare addosso al suo interlocutore, fare giustizia di una classe sociale
“alta” per esorcizzare la totale mancanza di senso della propria generazione. Il
livore verso un equilibrio precluso e l’odio verso ogni diversità pongono i due
sullo stesso piano. Il “vendicatore”non risulta di sicuro vittorioso e Aurelio,
che muore abbandonato, non saprà mai fino a che punto sia vera l’accusa
all’Italia di essere un “Paese di animali, analfabeti, bestie”.
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