Avrebbe dato chissà cosa per appartenere a una famiglia normale, dove si fanno i compiti in cucina e la madre lancia piatti contro il padre per la tresca con la segretaria. Le è toccato, invece, il destino di giostraia, ovvero di massima esperta di fauna umana. Virginia Raffaele si conferma artista carismatica e versatile in “Samusà”, lo spettacolo, diretto e interpretato da Federico Tiezzi, che ha aperto con successo la stagione di prosa del Teatro Verdi a Salerno. Autrice dei testi con Giovanni Todescan, Francesco Freyrie e Daniele Prato, la protagonista rivive, con ironia malinconica, la sua vita al Luneur, storico luna park romano creato dai suoi nonni, che diventa un autentico microcosmo in cui incontrare di tutto : l’irruente napoletano, il “nordista” pronto a impallinare gli immigrati, la coppia improbabile, la zingara tenace nel chiedere l’elemosina, i trans che sono di per sé un’attrazione, la stessa Meloni, l’un contro l’altro armati, fino a quando il pubblico stesso è invitato a zittire la babele nevrotica, perché il luna park appartiene a tutti, senza discriminazioni o distinzioni. Se, però, un luogo raduna nei propri confini il mondo intero, non per questo è privo di un’identità, tanto che la Raffaele ricorre talvolta al gergo dei dritti, cioè i giostrai, che è un vero mistero per i contrasti, ovvero tutti quelli che conducono un’esistenza ben diversa. I dritti sono tali non solo perché ne vedono di tutti i colori e dunque imparano a destreggiarsi tra le assurdità degli individui, ma perché sanno che essere riconoscibili non significa essere omologati a dispetto di tutti i pregiudizi possibili (la Raffaele invita a controllare il portafoglio perché, si sa, c’è da diffidare di gente come lei). Chi lavora nel campo all’evasione è, in effetti, percepito come marginale, ma proprio la libertà del gioco permette di vedere meglio le crepe del sistema. Romano, che non vuole il papa tra i giostrai, perché la Chiesa non li ha mai degnati di uno sguardo, pur essendo anch’essi bravi a fare miracoli, oppure Alfio che, tra i fumi dell’alcool, vede un pontefice che è un asso al tirassegno, dimostrando che chi è un poveraccio non è in ogni caso creduto o la complottista, che vede nel disastro ambientale una strategia per convogliare le famiglie a messa (niente alberi, niente mobili, niente ikea) esprimono, sia pur nel solco del grottesco, uno sguardo irriverente sulla realtà e sulla sua pretesa di avere un’unica risposta. Parafrasando Terenzio, niente di umano è estraneo allo spazio nudo in cui è presente una giostra estremamente stilizzata, mentre abili giocolieri intrattengono la sala durante il cambio d’abito dell’interprete : lo spettacolo non conosce sosta, è una dimensione che si reinventa anche nel rapporto con il tempo. Le performance di Giorgia Maura, la bambina rifiutata da tutti che non rinuncia al luna park, e di Donata Stirpe, l’anziana sola che non perde il proprio spirito, rallentano notevolmente il ritmo, ma trovano una ragion d’essere nell’impostazione della messinscena : i dimenticati, gli invisibili non hanno meno diritto degli altri di abitare un contesto in cui si danno appuntamento tutti gli sguardi e tutte le sensazioni. Tra un omaggio a Monica Vitti con “La canzone dei crauti”, balli e acrobazie, la Raffaele ripropone i suoi cavalli di battaglia : la Patty Pravo incartapecorita, la cantante lirica a disagio perché priva di libretto, l’impertinente Ornella Vanoni o la Carla Fracci che etichetta subito il suo lavoro come “zoppicante saggio di fine anno”. Non si tratta, tuttavia, di semplice scaltrezza : la scelta risulta coerente con la natura del luna park, in cui l’estro è di casa in ogni forma. Ecco dunque che il titolo, “Samusà”, che vuol dire taci nella lingua dei giostrai, è felicemente contraddetto. L’arte deve comunicare, coinvolgere, stupire, soprattutto quando non si sa e non si vuole ascoltare.
mercoledì 14 giugno 2023
Commozione e ironia in “La vita davanti a sé”
Lui e la felicità appartengono a razze diverse : Momò era
solo un bambino quando lo ha capito. Eppure quella frase conclusiva, “Bisogna
voler bene”, nella sua nudità e concretezza, suona talmente vera da sgomentare
anche chi non si aspetta più nulla da una vita “schifa”. Commozione e ironia
s’intrecciano in “La vita davanti a sé”, lo spettacolo, interpretato e diretto
da Silvio Orlando, tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary, che ha riscosso
un pieno successo presso il Teatro Verdi
di Salerno. Ad ampliare le
suggestioni dell’allestimento interviene l’Ensemble dell’Orchestra Terra Madre.
Il protagonista, un arabo nato da una prostituta, cresce, insieme ad altri
pargoli nella sua identica condizione, nell’appartamento di un’ex peripatetica
a Belleville, Madame Rosa, ebrea rude e bonaria che incassa piccole somme per accudire
i piccoli e non ha mai dimenticato il trauma della persecuzione nazista : ha
infatti predisposto qualche mobile in cantina per nascondersi da eventuali
aggressori. La scenografia riflette le atmosfere di questo mondo povero e
vivace : il palazzo in cui vivono i personaggi (l’amabile travestito Lola, i
volenterosi facchini che scarrozzano ovunque la monumentale Rosa) dà l’idea di
essere stato creato assemblando scatole di cartone, allusione alla fragilità,
ma anche alla persistenza del vissuto, e presenta fili di luci che evocano un
tendone da circo. È appunto il mondo circense ad affascinare Momò, perché lì
nessuna angoscia è ammessa, proprio come accade con la sala di doppiaggio, in
cui si ritrova quasi per caso, e dove una pellicola è riavvolta all’indietro,
quando si commette un errore : ecco che i vecchi ringiovaniscono, i morti
risorgono, l’irreparabile è allontanato. In fondo, è proprio questo che
vorrebbe il ragazzino: tornare al momento in cui tutto è ancora possibile e la
gioia attende di essere costruita. Poiché però il copione della vita è decisamente
inferiore a un film, Momò è costretto a imparare dalla propria amarezza quanto
sia complicato stare al mondo. Butta in un tombino i soldi ottenuti vendendo il
suo amatissimo cane, perché intuisce che vivere non può ridursi a un
portafoglio pieno. Il suo bisogno di avere una madre che possa accoglierlo lo
spinge a rubacchiare lì dove ci sono donne, ma il furto di un uovo gli procura
solo la carezza benevola della signora al bancone, dimostrando quanto sia
illusorio l’amore. E’, tuttavia, proprio questo sentimento a unire il bambino e
l’ebrea e a tradursi in tenerezza, cura, simbiosi : è proprio nella cantina che
Momò condurrà la donna, in gravi condizioni, ma decisa a non andare in
ospedale, e lì la veglierà dopo la sua morte, truccandola per prolungare il
ricordo di ciò che è stata e ha rappresentato per lui. Il grande merito della
messinscena consiste nell’emozionare senza mai cedere all’enfasi e alla
retorica. Il dolore è spesso presentato in un’ottica sarcastica che non lo
depotenzia, ma gli restituisce spessore : la defecazione del protagonista, che
spera così di attirare le attenzioni della vera madre, chiunque essa sia, e che
assume toni apocalittici nel momento in cui gli altri bambini fanno
altrettanto, è comicamente vissuta dalla loro protettrice al pari della
permanenza ad Auschwitz. Per sbarazzarsi del padre di Momò, che lo rivuole dopo
un lungo periodo in ospedale a seguito dell’uccisione della madre, Madame Rosa
gli fa credere che il figlio sia un bambino ebreo, procurandogli, così, un
provvidenziale infarto: qualunque arabo, infatti, si schianterebbe al suolo
dinanzi alla ferale notizia. Razzismo, solitudine, pregiudizio, rimozione,
voglia di mettersi in gioco sono vissuti senza filtri per ricordare che è la
mescolanza, il sincretismo, la fusione con ciò che altri considerano alieno a
dare sostanza al vivere, come nel tentativo dei danzatori neri di liberare la
vecchia dal suo malessere e nella performance musicale che Orlando esegue alla
fine della vicenda con gli altri artisti. L’attore costruisce le figure in
scena in modo così credibile e intenso da spingere lo spettatore a non perdere
neppure una parola. Nella conclusione, quando Momò ha ormai trovato una
famiglia amorevole, è di nuovo narrato l’episodio dell’uovo. In questo simbolo
di ciclicità e rinascita, la sofferenza non scompare, ma si rigenera e al tempo
stesso sboccia una nuova possibilità. Riavvolgere il nastro della vita è ancora
possibile.
“La codista”, la feroce solitudine dei nostri tempi
Non si può certo sbagliare, quando la si vede ferma sotto la luce, sobria e discreta, mentre non perde d’occhio un invisibile monitor : è una delle innumerevoli figure che s’incontrano facilmente negli uffici pubblici. Eppure è nel quotidiano che si annida quell’inquietudine che scava le ossa. “La codista”, di e con Marleen Scholten, proposto al Teatro Ghirelli, è una notevole sfida per l’interprete e per la platea, che si misura con un personaggio quasi sempre immobile, spesso silenzioso, che punta sugli spettatori sguardi che assecondano l’attesa, la rendono concreta non meno della donna che parla. Quell’immobilità, che va sostenuta con caramelle, sigarette, banane e pazienza da vendere, ha però acquisito una riconoscibilità sociale, sancita addirittura dalla Treccani : colei che aspetta con stoica determinazione il turno è una codista, ovvero una persona che, a pagamento, si accolla le interminabili file per ottenere documenti necessari ai propri clienti. L’utilità di questa occupazione è più volte ribadita nel corso della messinscena : occorre organizzazione, cura, versatilità, attitudine a meritare la fiducia, senza trascurare la preziosa possibilità di rapportarsi con individui sempre diversi, ma la rabbia e la frustrazione esplodono, sia pur in pochi attimi. Come una superficie levigata in cui si aprono lentamente delle crepe, lo spettacolo rivela poco alla volta la sua affilata crudeltà. Nell’osservare i comportamenti altrui (l’insofferenza degli utenti, l’algida distanza degli addetti agli sportelli, la voce altissima della farmacista che non riesce a farsi comprendere dall’immigrata, la segretaria rassegnata alle minacce) e nelle considerazioni all’apparenza ovvie, la protagonista fa emergere l’incomunicabilità e la feroce solitudine che consumano, malgrado i tentativi di dissimularle. “Più il mondo va veloce, più io rallento”, afferma con orgoglio la donna, che vorrebbe contrapporre una visione equilibrata e solidale del tempo al dinamismo implacabile che pervade ogni attimo, ma l’attesa, scandita dai biglietti numerati, amplifica il senso di vuoto di chi, escluso dal lavoro, dalle relazioni, dalla comprensione, mastica il veleno delle occasioni perse, del cinismo imposto, dell’impossibilità di dare ai propri giorni un senso nuovo. Non ci si può aspettare nulla da una società in cui l’hastag tuseicarino è rivolto a chi non sputa addosso all’autista del tram che parte troppo presto. La codista cerca la pace nei versi recitati a occhi chiusi (perché il mondo non sa guardare, né ascoltare) di Rilke, di Donne, di Gualtieri, di Slauerhoff, in cui vibrano energia e desolazione, ma è solo un miraggio. Giunto il momento di accedere allo sportello, con una parrucca e scarpe nuove, impersona la cliente per cui sta svolgendo il proprio compito. Essere chiunque, pur di non pensare a un grigiore opprimente. Diventare altri, pur di nascondere le proprie ferite. Si può attendere davvero tutto, ma non la via d’uscita dalle trappole della mente.
martedì 26 luglio 2022
“A’Pa”, la musica di un uomo assetato d’amore
“Mentre ascoltavo Bach, la stanza spariva…torturato dal disagio elementare di una bellezza reale”. La forza vivificatrice della musica non poteva sfuggire al poeta di Casarsa, che attinse di continuo al suo fascino. Per questo, nell’ambito di Salerno Classica, il Duomo di Salerno ha ospitato “A’Pa, Pasolini Suite 100”, emozionante omaggio a questo spirito libero del Novecento, in cui il legame tra parola e suono ha assunto la concretezza di una vera e propria messinscena. Attraverso poesie, lettere, aneddoti, fotografie, Gabriele Zanini ha guidato il pubblico tra le scelte e le ossessioni dell’intellettuale: l’incontro rivelatore con Pina Kalc, che lo ha indotto a trovare, appunto, in Bach e nel violino una delle proprie cifre espressive; l’irridente vitalismo delle borgate, lontane anni luce dalle convenzioni borghesi e, agli occhi dell’autore di “Ragazzi di vita”, luogo del sublime che affiora dal degrado e ispira “Cristo al Mandrione”; le donne con cui ha condiviso tanto di sé. Oriana Fallaci gli diceva “La malinconia te la porti addosso come un profumo”. Laura Betti, che si era assunta il gravoso compito di farlo ridere, ricordava di poter aspirare a essere, dato il proprio peso, non il bastone, ma la palla della sua vecchiaia. Maria Callas, inizialmente considerata espressione dell’odiata borghesia e poi perfetta incarnazione della mitologia fisiognomica del regista in “Medea”, lo invitava a rinascere e a ricordare che “la vita è creazione, è dignità”. Lo sguardo pasoliniano non sapeva rinunciare alla profondità più spudorata, sia che fosse rivolto alle proprie inquietudini, come mostra la dolente nudità di “Supplica a mia madre” e “Senza di te tornavo”, sia che puntasse a “La dolce vita”, rievocata sul palco nella colonna sonora, insieme a quella di “Amarcord” e di “Otto e mezzo”. Al capolavoro del 1960 Pasolini aveva contribuito, in sede di sceneggiatura, senza che le sue scelte fossero accettate: di qui la colpevole mancanza del suo nome nei titoli di testa. Ne scrisse comunque con lucidità spiazzante: “Difficile immaginare un mondo più perfettamente arido”, in cui comunque “tutti i personaggi siano pieni di felicità di essere”. Francesco Galizia (fisarmonica e sax soprano) Pietro Verna (voce e chitarra), Antonio Palazzo (pianoforte e arrangiamenti) e il Quartetto d’archi Cecile hanno eseguito, con maestria coinvolgente, brani che riflettessero lo spirito dello scrittore. Oltre alla Suite n.1 in Sol maggiore, BWV 1007 di Bach e il Prelude, Op.18 di Cesar, “Generale” di De Gregori, dato il profondo orrore dello scrittore per la guerra, “Futura” di Dalla, per contrapporre l’amore a ogni aridità, “C’è tempo” di Fossati e “Le mie parole” di Bersani, a indicare il rapporto complesso tra la propria essenza e un contesto da decifrare, “La leva calcistica della classe 68”, a ricordo dell’amore per il calcio. Non potevano mancare, con “A Pa” e “Una storia sbagliata”, i tentativi di De Gregori e De Andrè di mantenere viva la memoria di quello che la Betti definiva “un uomo braccato, respinto, ma assetato d’amore”.
martedì 19 luglio 2022
Napoli, una lettura in chiaroscuro
Raccontare la città di Eduardo, madre di ogni immaginario, senza restare intrappolati nel clichè, è impresa alquanto difficile. Non è pienamente riuscita a “Bastimento Napoli”, scritto da Sergio Mari e Fabio Marone con gli arrangiamenti di Giovanni Liguori, nell’ambito della seconda edizione di Salerno Classica. Lo spettacolo, in scena presso il Duomo, ha unito musica, danza e recitazione nel presumibile intento di illustrare lo spirito partenopeo attraverso voci diverse dello stesso linguaggio, ma il solo Ensemble Lirico Italiano, diretto dal Maestro Francesco D’Arcangelo, ha rappresentato la vera ossatura del progetto. Melodie amatissime, da “Cicirinella” alla Danza rossiniana, a “Je te vurria vasà” hanno preso corpo attraverso i luminosi timbri del soprano Annalisa D’Agosto e Fernando Galano, voce e chitarra, quest’ultimo impegnato in un’esecuzione non sempre calibrata con il ritmo dell’orchestra. Non è un caso che “Tu m’aje prommiso quattro moccatora”, canto delle lavandaie del Vomero risalente alla fine del 1200, abbia iniziato e concluso lo spettacolo attraverso i gesti antichi della danzatrice Alessandra Ranucci, china su una tinozza a lavare panni proprio come un tempo : il mondo napoletano, infatti, sa che quel che è stato non muore mai del tutto, ripercorre il qui e ora. Mari, prodottosi a propria volta nella danza senza riuscire tuttavia a trasmetterne il fascino, ha incarnato diversi personaggi : Masaniello, il cui invito a prendersi la piazza ha coinciso con l’ingresso degli orchestrali sul palco, dato che la musica è libertà; il lungimirante impresario Domenico Barbaja, pronto a murare nello studio il vivacissimo Rossini, pur di indurlo a rispettare gli impegni presi; Donizetti innamorato dei vicoli partenopei in cui cercare la poesia; il fatuo Gagà e, naturalmente, il Pulcinella assetato di vita anche nell’incubo della guerra. Qui, però, lo spettatore ha avuto la sensazione di trovarsi dinanzi a uno strumento che suona sempre la stessa nota : un approccio nervoso, febbrile al ruolo, ora trattenuto, ora più evidente, al servizio del proprio narcisismo più che della versatilità richiesta dall’interpretazione. L’urgenza di lasciare il proprio segno ha, infatti, tolto il respiro al momento della drammatizzazione. Il colmo della retorica è straripato nell’omaggio finale a Pino Daniele. L’aver riadattato all’occasione “A livella” di Totò ha reso il celebre cantautore una presenza benevola a cui chiedere di essere ancora un riferimento per tutti coloro che amano l’arte e, di conseguenza, vivere. Una scelta più che mai capziosa, volta a sollecitare una facile commozione, ma che si è risolta in un esito inadeguato al livello del tema. È mancato il senso dell’equilibrio che richiede l’arte napoletana, dove ciò che emoziona può divenire in un attimo grottesco. Su tutto è svettata la musica, il dono prezioso di una città meticcia che sa sottrarsi a stanchi stereotipi.
venerdì 29 aprile 2022
Upcycle, la nuova vita degli oggetti
Il
concetto di performance è immediatamente associabile a un palcoscenico, ma gli
oggetti ne sono a loro volta attraversati con una feroce rapidità. Il
consumismo, infatti, esige che tutto ciò che è utilizzato sia immediatamente
rimpiazzato da qualcosa che subirà la stessa sorte, con una voracità
distruttiva che ha il volto dell’alienazione. Il mondo artistico può tuttavia
offrire una via di scampo, come dimostra “Upcycle. Quando l’arte reinventa il
mondo”, l’esposizione a cura di Silvio Mignano e Antonello Tolve, in programma
dal 5 maggio al 31 luglio 2022 presso la Residenza dell’Ambasciata d’Italia in
Elfenstrasse 14 a Berna. La collettiva ha il sostegno di numerosi enti (l’Ambasciata d’Italia a Berna, in collaborazione con il Consolato
Generale d’Italia Zurigo, il Consolato Generale d’Italia Lugano, il Consolato
Generale d’Italia Ginevra, il Consolato d’Italia Basilea e l’Istituto Italiano
di Cultura Zurigo, la Fondazione Filiberto e Bianca Menna di Salerno/Roma, il
TOMAV experience di Ancona e la rivista ArShake Reinventing Technology di Roma)
e propone le opere di Mrdjan Bajic, Elena Bellantoni, Tomaso Binga, Manuel
Canelles, Filippo Centenari, Fabrizio Cotognini, Valentina De’ Mathà, Katharien
De Villiers, Isora Degola, Sabine Delafon, Ulrich Egger, Matteo Fato, Giorgia
Mascitti, Claudia Giannuli, H.H. Lim, Patrizia Molinari, Deborah Napolitano,
Laura Paoletti, Francesca Pasquali, Marina Paris, Lamberto Pignotti, Enrico
Pulsoni, Marco Raparelli, Fabrizio Sannicandro, Giuseppe Stampone, Giovanni
Termini, Eugenio Tibaldi, Adrian Tranquilli, Fosco Valentini e Narda Zapata. Era il 1994 quando
l’ingegnere meccanico Rainer Pilz coniò il termine upcycle, che non consiste
semplicemente nel riutilizzare un materiale destinato all’immondizia, ma nel
rivalorizzarlo, mutandolo in qualcosa che assume un peso ben più ampio rispetto
alla funzione originaria. L’artista è da sempre colui che individua un volto
nuovo nell’assodato e ne rivoluziona la percezione. Appare dunque naturale che
i protagonisti dell’esposizione attuino un ripensamento della materia rifiutata
dalla logica di mercato, arricchendola di significati ulteriori e rendendola
nuova occasione di scoperta, dialogo, codificazione di categorie non
asfittiche. L’oggetto, che conosce una nuova natura e recupera il suo spazio in
un contesto, diviene, in tal modo, sfida alla possibilità che quello stesso
contesto ha di definire se stesso. L’elemento, che non ha nessun diritto di
cittadinanza nella logica capitalista dello sfruttamento e dell’annichilimento
di quel che, fino a poco prima, è apparso indispensabile, si fa parte
integrante di un discorso di libertà creativa e di nuove modalità comunicative.
Si apre, infatti, contemporaneamente, al passato e al futuro, accogliendo
significati sempre rinegoziabili lontano da ogni ottica meramente commerciale.
L’ambasciata d’Italia a Berna ospita la mostra nell’ambito dell’ampio programma Residenza delle Arti e la scelta non può
non avere valore simbolico. Le opere degli artisti, infatti, possono essere
davvero considerate ambasciatrici di un nuovo e necessario legame con una
materialità che riflette e modifica il rapporto tra chi utilizza e ciò che è
utilizzato, riscattandolo dalla prigionia del pensiero lineare.
venerdì 1 aprile 2022
“Occhi gettati”, i fantasmi di Enzo Moscato
Accontentarsi è facile: la meschina superficie della vita
appare sufficiente a molti. C’è invece un altrove che deve debordare, dilagare,
dissacrare. Percorso corale tra quello che non si rassegna a scomparire, “Occhi
gettati” di e con Enzo Moscato impegna un generoso cast (Benedetto Casillo,
Giuseppe Affinito, Salvatore Chiantone, Tonia Filomena, Amelia Longobardi,
Emilio Massa, Anita Mosca, Antonio Polito) che incarna devotamente le
ossessioni dell’autore: una Napoli affollata da corpi e memorie, la contesa tra
violenza e desiderio, la purezza delle creature sfruttate e dimenticate. Se è
vero che ogni artista veglia sul confine continuamente attraversato dall’essere
e dal nulla, Moscato, sacerdote di un rito lontano da ogni divinità e non certo
per questo meno sacro, evoca presenze e crea scenari con un linguaggio corposo
e cerebrale, nobile e sudicio, nutrito di influenze francesi, spagnole,
tedesche, perché Napoli è babele tenera e sfrontata, da percorrere secondo
mille latitudini. I fantasmi che abitano il palcoscenico sono legati a un
preciso immaginario: il femminiello che vuole rivelare a tutti la sua relazione
con Facc’ i San Gennaro per vendicarsi del suo abbandono; la janara che invoca
“pezzient e cazz arrezzat” perché l’aiutino a legare per sempre a sé l’amante; un
testimone della guerra, che assiste al dialogo impossibile tra l’ottusa aridità
dei combattenti e l’innocenza di chi parla solo con Dio; Totore che incita i
popolani a gettare sui “crucchi” tutto ciò che hanno “co sta bella leggerezza
da indifesi”; la prostituta Luparella, invocata come una santa, un pezzo del
passato da rivivere. È del resto vero che “Quello che esce dalla bocca di una
baldracca è sempre come foglio di Vangelo”, perché gli ultimi sono troppo
lontani dalle convenzioni borghesi per non essere vicini alla verità. Gli
spiriti fragili e sarcastici che tornano a disturbare la cecità dei vivi
rappresentano, in ogni caso, sensazioni e visioni che appartengono a qualunque
luogo e tempo e proprio per questo tra loro si ritrova il poeta, “il pazzo”,
“il semivivo”, che s’inoltra nelle sabbie mobili della cosiddetta normalità, che
giunge a dare alle parole una forza che tenti di combattere la vacuità. Ogni
incursione di Moscato nel ventre della città è anche riflessione sulle
suggestioni del segno, elemento refrattario ai confini, dato che “tra scrittura
e amore ci sono abissi che hanno le stesse vertigini”. Ecco allora che “gli
occhi gettati” del titolo non rimandano soltanto all’antica pratica del
malocchio o all’inseguimento di quel che toglie il sonno, ma narrano l’esperienza
che eccede il limite, la percezione di chi sta “sussurrando l’insacro” e cerca
la bellezza che è sempre “esca della crudeltà”.





