giovedì 23 agosto 2018

“Mare”, fatica e mistero



“Si dice che i morti dormano. Non è vero. Hanno gli occhi spalancati”, dice il pesce in cui si è trasformato un bimbo appena venuto alla luce. Non potrebbe essere diversamente: vita e morte vegliano l’una sull’altra tra le onde, dove un eterno presente muta ogni cosa e la lascia com’è. Adattamento degli studi dell’antropologa Marilena Macrina Maffei, in particolare sulle pescatrici delle Eolie nella prima metà del Novecento, “Mare - Mirabolanti Antichi Racconti Eoliani" ha concluso tra gli applausi “Teatri in blu”, la manifestazione diretta da Vincenzo Albano. Sulla tonnara Maria Antonietta al largo di Cetara, Francesca Pica si è affidata alla duttilità della voce e del gesto, facendo rivivere tra passione e meraviglia un mondo di miti, fiabe, simboli che rende inautentica e antiumana la cosiddetta normalità. Nel sogno in cui si incontrano, prima di fondersi, la protagonista e la pescatrice (visione ricorrente della metamorfosi di un bambino in pesce, perché sulla spiaggia ogni fine è rinascita), l’invito a respirare un mondo di fatica e mistero apre la natura a una dimensione che libera e incanta. Tra serpi dai folti capelli, spiriti irridenti, tartarughe che diventano bambole, case che vogliono restare vuote a mezzanotte, il ragno, ovvero la rete da tirare almeno in quattro, il fantastico evidenzia per contrasto l’ottusità di un contesto sociale modellato su uomini lontani dal punto di vista affettivo, soprattutto quando sono mariti o padroni, e su donne viste unicamente come forza lavoro. Ecco allora il carisma delle maiare, votate al diavolo e capaci di volare, ben lontane nella leggerezza delle membra e dell’animo dalla violenza che riempie le reti di corpi straziati. La zia Core, che nottetempo raggiunge in volo l’America per vedere, anche solo addormentata, la figlia sposata laggiù, incarna l’irriverente bisogno di essere semplicemente se stesse che le maiare provano e che nessuno potrebbe mai benedire o imprigionare. Tra loro, che seducono e si fanno beffe di tutto, si perderà la protagonista spossata da una vita di travagli e ancora una volta sarà vano chiedersi dove sia il confine tra vivere e sognare. Il mare, che rende stranieri e affratella, che nutre e scarnifica, che culla e abbandona, ascolta con pazienza le storie di chi non può fare a meno di lui e Francesca Pica esorta ad accendere i sensi: non accontentatevi, sembra dirci, di una vita dal fiato corto.

venerdì 13 luglio 2018

Leopardi e l’Italia, l’amore molesto



“Sono passati duecentoventi anni dalla sua nascita ma noi siamo ancora lì, nella foto che Giacomo ci ha scattato”. Le parole accarezzate, misurate ma mai grigie di Corrado Augias hanno guidato il pubblico del Teatro Verdi lungo il percorso umano e poetico di uno dei più grandi autori di tutti i tempi nello spettacolo “O patria mia-Leopardi e l’Italia” per la regia di Angelo Generali, racchiuso nella voce suadente di Arnoldo Foà che recita “L’infinito” e “Canto di un pastore errante dell’Asia”. Con una chitarra del XIX secolo, Stefano Albarello ha eseguito dal vivo “En medio a mis colores” di Rossini, ricordando come “Il Turco in Italia” fosse la prima opera che folgorò il giovane scrittore, tanto da indurlo alle lacrime. Ha poi suonato e cantato il più antico stornello romano a noi giunto, alludendo al senso di prigionia che suscitò in Leopardi la Chiesa, “Una furtiva lagrima” a corredo del mondo di sentimenti attorno a Silvia e a Nerina, né poteva mancare la prima versione dell’inno di Mameli, per concludere con “Fenesta ca lucive”. Il nostro sapeva che amare una patria non è semplice, specialmente se si è di fronte a qualcosa di improbabile come nel Bel Paese: quel “divertimento scompagnato da ogni fatica dell’animo”, la stessa fatuità nel passeggiare, andare a messa, assistere a una rappresentazione, il non possedere costumi ma usanze. Le opinioni modellano i costumi che sono regolati dalle leggi, ma, ricorda Augias, “Dove questa catena non è rispettata, una legge nasce sul vuoto ed è puntualmente inefficace”. La tendenza tutta italica alla prostrazione è dannosa ieri come oggi e offre occasione per riflettere sull’attualità: “Avremmo dovuto essere meno entusiasti dinanzi all’entrata in vigore dell’euro così come dovremmo essere meno depressi oggi, dato che l’abbandono della moneta unica sarebbe per noi rovinoso”. Che inviti ad avere “pietà di questa bellissima terra” o ne colga le molte pecche, Leopardi, che trova nell’immaginazione il vero rifugio dell’uomo sensibile, colpisce comunque nella sua implacabile lucidità, sia quando descrive il deserto spirituale di sua madre (“un carattere sensibilissimo ridotto così dalla religione”), sia quando ricorda la corruzione del clero (“il cardinale Malvasia mette le mani in petto alle dame e condanna all’Inquisizione i mariti di quelle che si ribellano”). Emerge anche la solitudine del padre Monaldo, che teme di perdere i figli per le nuove prospettive aperte dal contatto con Pietro Giordani. Chi è fuori dal coro è sempre osservato con sospetto. “Come comportarci con le dottrine e le regole che ci circondano?” si chiede Augias. Il recanatese saprebbe cosa rispondere: non sacrificare a nessun codice la libertà dello spirito.

“Homologia”, il tramonto di un’anima indomita



Se pensate che una vecchia carcassa non abbia più nulla da offrire, vi sbagliate. Mai  sottovalutare un’anima non ancora assopita. Rocco Manfredi e Francesco Napoli, diretti da Alessandra Ventrella, hanno profuso tutte le proprie energie in “Homologia”, lo spettacolo della compagnia DispensaBarzotti riproposto con successo al Centro Sociale a conclusione della terza stagione di Mutaverso, diretta da Vincenzo Albano. Affidata interamente al gesto e a maschere cupamente rugose, la messinscena esplora attraverso un linguaggio da illusionista la possibilità di ritrovarsi. I trucchi da mago mostrano che la realtà non può appartenere ai soli sensi né a una sola prospettiva. Il foglio di giornale che si solleva sulla testa dell’anziano legato a gesti ripetitivi allude allo smarrimento delle facoltà cognitive ma anche al bisogno di giocare con la monotonia per darle scacco. La radio sormontata da un minuscolo fuoco d’artificio per festeggiare il compleanno del vecchio, con tanto di capellino e torta propri dell’infanzia, ha un grande valore evocativo, perchè capta quelle “voci di dentro” che attendono il risveglio. Le scatole da regalo che piombano sul palco sono al tempo stesso beffarde e consolatorie: esprimono il carattere illusorio della vita, ma sono anche esortazione a donarsi a se stessi, cercando un nuovo inizio (i simboli del compleanno) e la forza di protrarlo (il giovane che emerge dalla scatola più grande). La gioventù è tuttavia qualcosa di sclerotizzato nel passato (i faticosi tentativi di animare il ragazzo da parte dell’anziano) e lo sdoppiamento del protagonista culmina nel naufragio (le pose plastiche che li rendono l’uno testimone della morte dell’altro). Solo incontrando un altro se stesso infatti si può avere l’esatta misura del limite e dell’occasione di varcarlo. L’abbandono dell’attempato fantoccio sulla poltrona mentre i due giovani soffiano sulla candelina rimanda alla liberazione dal corpo, dalla noia, dalla sterilità, ma non si può escludere che le due figure siano l’ultimo, testardo sogno di chi ha dovuto arrendersi al nulla.

sabato 16 giugno 2018

“Be normal!”, la paurosa normalità



Vocazione, talento, predisposizione. Non importa che nome abbia il vostro daimon, cioè l’essenza che (poveri illusi) vi rende unici. Dovrete sopprimerlo, dato che la società vi chiederà ben altro. Quadro implacabile di una generazione alla ricerca di se stessa, in preda a nevrosi che non appartengono solo ai giovani, “Be normal!”, che vede all’opera il Teatro Sotterraneo con Sara Bonaventura e Claudio Cirri per la regia di Daniele Villa, ha riscosso grande successo presso il Centro Sociale di Salerno nell’ambito della terza stagione di Mutaverso, diretta da Vincenzo Albano. Tra richieste di eliminazione fisica a un colloquio di lavoro e un amore vissuto da due altoparlanti, ma non da due persone, mentre si inseguono sogni impossibili (l’esplorazione del cosmo), il paradosso più amaro domina un contesto antiumano, in cui schiavizzare e abbattere prospettive è divenuto normale. Bisogna essere concreti: se ci sono troppi attori in proporzione al guadagno, non resta che la roulette russa (con la complicità di Simona Fredella). Bisogna combattere il complesso di Laio, la presenza ingombrante di vecchi che non si decidono a togliersi di mezzo (lo sterile gioco con le palle di gomma contro sagome di autorevoli anziani, da Paperone alla regina Elisabetta). L’indimenticabile scena in cui la protagonista ingozza in modo compulsivo lo scheletro della madre in un ospizio non esprime solo una prigionia, ma anche un’identificazione: il contesto sociale riduce infatti a una sterile carcassa chiunque voglia seguire la propria ispirazione, soprattutto se si desidera salire su un palcoscenico. Il comandamento è essere ciò che gli altri si aspettano, anche a costo di insaponare una corda. Come criceti in una ruota, si cerca un qualsiasi motivo per vivere, tra il furto della “merda d’artista”e lo stress per un figlio inesistente. E le note finali di “A perfect day”, tra citazioni che prefigurano il naufragio, ribadisce sarcasticamente come tutto sia ammesso, quando si tradisce ciò che si ostina a restarci dentro.

mercoledì 16 maggio 2018

"The hard way..." o della solitudine




Il canto del gallo, i rumori della strada, le notifiche del cellulare, persino le esplosioni: tutto, ma non le parole, che sono mimate ma non espresse. E a che servirebbe, se non conducono più a nulla? Specchio fedele delle nevrosi contemporanee, "The hard way to understand each other" della compagnia Teatro Presente ha raccolto meritati applausi presso il Centro Sociale di Salerno nell’ambito di Mutaverso, la stagione teatrale diretta da ErreTeatro di Vincenzo Albano. Adalgisa Vavassori cura il progetto e la regia, mentre la drammaturgia collettiva vede impegnati Daniele Cavone Felicioni, Gabriele Ciavarra, Clelia Cicero, Julio Dante Greco e Adele Raes. Le composizioni sonore sono di Gianluca Agostini,  la scenografia è firmata da Hillary Piras. La tensione performativa non conosce stasi, perché gli interpreti sono di volta in volta personaggi in azione e proiezione di stati d’animo in un contesto scenico dove non a caso predomina il nero, allusione al rituale opprimente della quotidianità. Il minimo comun denominatore è l’impossibilità di comprendersi: capire gli altri è un’impresa, ma far luce dentro di sé non è certo più semplice. L’uomo che, con tanto di visori tipici dei giochi di ruolo, preferisce il benessere creato dal mezzo televisivo alla vita ordinaria non è distante dai due che fraintendono il litigio di una coppia, vedendovi l’una un omicidio e l’altro una inferiorità maschile. L’attore su cui piovono giornali accompagnati da frastuoni catastrofici è impaurito dai disastri odierni, ma l’unica conseguenza è ampliare la propria paranoia (la borsa dimenticata che si crede contenga esplosivo). I mattoni collocati con pazienza inesorabile tra due conviventi che non si confessano disagi e contrasti non sono meno inquietanti delle spinte distruttive (un capo implacabile e una donna accusatrice) che conducono al naufragio un altro rapporto. Desiderio e logica, ma anche il timore di non essere all’altezza e il bisogno di essere finalmente altro, imprigionano nel proprio dissidio chi potrebbe trovare la felicità, mentre lo smartphone tenta di esorcizzare il senso opprimente di vuoto. La ragazza coperta di like e gli interpreti delle pulsioni persi tra le caramelle di un gioco on line mostrano uno stallo emotivo, l’incapacità di prendere atto delle proprie contraddizioni e di superarle. I corpi vorrebbero incarnare il diritto a essere se stessi, senza temere di riconoscersi negli altri (i movimenti all’unisono nel finale), ma è terribilmente più facile restare ostaggio di meccanismi autoindotti. E mentre il tempo è gettato via (fogli di calendario volano ovunque)non resta che la propria comoda –ma non rassicurante- prigione.