È dolce, timida, ha gli occhi vivi di una bambina
mentre è seduta compunta come una scolaretta su una pedana di legno dove
troneggia un mangianastri e sopra al suo capo ruota la classica sfera argentata
delle discoteche. Si fa presto a dimenticare la sua poderosa barba e a
considerarla più donna di qualsiasi altra donna. Che mistero volete che esista
in una creatura così tranquilla? Più di quanto si possa immaginare,
risponderebbe lei. Accolto calorosamente dal pubblico salernitano presso il
Piccolo Teatro del Giullare, “Letizia forever”, scritto e diretto da Rosario
Palazzolo, ha segnato la terza tappa di “Per voce sola”, la rassegna diretta da
Vincenzo Albano. Salvatore Nocera lavora sapientemente su pochi, efficaci
dettagli per tratteggiare il suo personaggio: l’ingenuità con cui racconta ciò
che l’emoziona, lo sguardo ferito quando rivive il suo dramma (urla indistinte
si odono all’inizio e alla fine della narrazione, perché evadere dal dolore è a
volte impossibile), l’ironia tanto più acuta quanto più proviene da
un’analfabeta a cui la vita ha fatto promesse non mantenute. Letizia è tenuta
sotto controllo in quello che sembra un ospedale psichiatrico (abbiamo solo il
suo punto di vista e tutto è estremamente ondivago) e poiché bisogna far luce
su un delitto, è spinta a dar voce ai pensieri sulle note di canzoni “genere
amore”, come lei le definisce. “La musica arragiona con l’icoscio” spiega, ma
“l’icoscio” è furbo: non si fa smascherare con facilità. Sulle note di Pupo,
Gianni Togni, Viola Valentino, sappiamo tutto di lei: il difficile rapporto con
la madre, la fuga col futuro marito, la solitudine, la scoperta del tradimento
e infine il coltello brandito. A questo punto, il buio: ha ucciso? È stata
uccisa? Il figlioletto che viene a trovarla e la chiama ora mamma, ora papà è
prova di una deriva psicologica? Letizia non sa e non vuole rispondere. Il
fatto stesso che siano le note, spazio delle sensazioni e delle illusioni, a
far emergere qualcosa di lei sull’onda di desideri frustrati mostra come la protagonista
resti ai margini del cosiddetto raziocinio. Non esiste un’unica realtà. Le
risposte non sono che dubbi fragili. E anche la sarcastica scelta metateatrale
di immaginarsi dinanzi a un pubblico per comprendere ciò che sfugge alla
comprensione, nonostante la prevalenza, ricorda, dei cretini (di qui la pedana
da cui orchestrare la sua “pièce”) deride la catarsi da sempre attribuita al
palco. Barba e ciabatte rosa non sono in contraddizione. Letizia è
pirandellianamente se stessa, suo marito, la vita sognata nei “fabulosi anni 80”, la vittima e il colpevole.
Inutile chiederle altro: è già tempo di ascoltare una nuova canzone.
giovedì 22 ottobre 2015
Per voce sola, successo per “Letizia forever”
È dolce, timida, ha gli occhi vivi di una bambina
mentre è seduta compunta come una scolaretta su una pedana di legno dove
troneggia un mangianastri e sopra al suo capo ruota la classica sfera argentata
delle discoteche. Si fa presto a dimenticare la sua poderosa barba e a
considerarla più donna di qualsiasi altra donna. Che mistero volete che esista
in una creatura così tranquilla? Più di quanto si possa immaginare,
risponderebbe lei. Accolto calorosamente dal pubblico salernitano presso il
Piccolo Teatro del Giullare, “Letizia forever”, scritto e diretto da Rosario
Palazzolo, ha segnato la terza tappa di “Per voce sola”, la rassegna diretta da
Vincenzo Albano. Salvatore Nocera lavora sapientemente su pochi, efficaci
dettagli per tratteggiare il suo personaggio: l’ingenuità con cui racconta ciò
che l’emoziona, lo sguardo ferito quando rivive il suo dramma (urla indistinte
si odono all’inizio e alla fine della narrazione, perché evadere dal dolore è a
volte impossibile), l’ironia tanto più acuta quanto più proviene da
un’analfabeta a cui la vita ha fatto promesse non mantenute. Letizia è tenuta
sotto controllo in quello che sembra un ospedale psichiatrico (abbiamo solo il
suo punto di vista e tutto è estremamente ondivago) e poiché bisogna far luce
su un delitto, è spinta a dar voce ai pensieri sulle note di canzoni “genere
amore”, come lei le definisce. “La musica arragiona con l’icoscio” spiega, ma
“l’icoscio” è furbo: non si fa smascherare con facilità. Sulle note di Pupo,
Gianni Togni, Viola Valentino, sappiamo tutto di lei: il difficile rapporto con
la madre, la fuga col futuro marito, la solitudine, la scoperta del tradimento
e infine il coltello brandito. A questo punto, il buio: ha ucciso? È stata
uccisa? Il figlioletto che viene a trovarla e la chiama ora mamma, ora papà è
prova di una deriva psicologica? Letizia non sa e non vuole rispondere. Il
fatto stesso che siano le note, spazio delle sensazioni e delle illusioni, a
far emergere qualcosa di lei sull’onda di desideri frustrati mostra come la protagonista
resti ai margini del cosiddetto raziocinio. Non esiste un’unica realtà. Le
risposte non sono che dubbi fragili. E anche la sarcastica scelta metateatrale
di immaginarsi dinanzi a un pubblico per comprendere ciò che sfugge alla
comprensione, nonostante la prevalenza, ricorda, dei cretini (di qui la pedana
da cui orchestrare la sua “pièce”) deride la catarsi da sempre attribuita al
palco. Barba e ciabatte rosa non sono in contraddizione. Letizia è
pirandellianamente se stessa, suo marito, la vita sognata nei “fabulosi anni 80”, la vittima e il colpevole.
Inutile chiederle altro: è già tempo di ascoltare una nuova canzone.
sabato 10 ottobre 2015
“Antropolaroid”, istantanee dal passato
Essere inchiodati a un
ruolo, a un destino? Si farebbe di tutto per sfuggire a questo copione, che si
creino gabbie peggiori o si corra incontro alla libertà. Accolto
entusiasticamente al Teatro del Giullare di Salerno, “Antropolaroid” di e con
Tindaro Granata ha segnato la seconda tappa della rassegna di Vincenzo Albano,
“Per voce sola”. Quando la voce del protagonista si fa strada nel buio
descrivendo il momento dell’impiccagione, non crea semplicemente tensione
attorno al primo personaggio sul palco (il bisnonno Francesco, umile e forte
come tutti gli uomini legati alla terra, che si uccide per un cancro), ma
allude a cappi ugualmente letali: la miseria, la sopraffazione, la legge del
più forte che costringe il nonno Tindaro a essere al tempo stesso vittima e
carnefice al servizio di Badalamenti in un omicidio mimato con gesti violenti e
dolorosi, perché il corpo narra meglio delle parole ciò che fa a pezzi
un’anima. Tutti i familiari in cui Granata si trasforma con un semplice
movimento, con una rapida inflessione, cercano di sottrarsi a ciò che li
imprigiona: zia Peppina, che ignora con dolce caparbietà la gamba offesa per
insegnare il valzer a nonna Maria Rosa, la quale fugge per un amore che le farà
del male, Nià Mena che la aiuta e vede nella giovane la possibilità di vivere
che a lei, ex prostituta, è stata preclusa, papà Teodoro alla ricerca di
un’autoaffermazione. Perfino zio Gasparino, che non vuole tenersi distante
dalla pista da ballo a dispetto della meningite (ma nella Sicilia cocciutamente
chiusa nel suo non tempo, dove la donna che conosce l’italiano è “buttana”, è
la fantasia a esorcizzare il male e la paura, per cui è stato un angelo nero a
rubare a Gasparino il pensiero quando era in fasce). Nel declinare tutte le
sfumature del tormento e della tenerezza, all’artista bastano una sedia e un
lenzuolo che diventano tomba, letto, vestito della festa, dato che sono appunto
le emozioni a dominare la scena. Dal passato rivissuto anche con ironia
(indimenticabile la bisnonna Concetta che sputa sulla lapide del marito, reo di
averla resa vedova) emerge l’ansia dello stesso Tindaro di essere padrone di
sé. Nella danza antica che sfida Badalamenti, inizia a infrangere le catene con
l’isola che pure abita in ogni suo respiro. Sulla nave che lo porta verso il
suo futuro di attore ritrova proprio il nipote del mafioso: la sua presenza è
evocata da una sola lampadina accesa sul proscenio, dato che i legami con ciò
che è stato sono l’unica certezza in un’esistenza tutta da definire. Ma non si
torna indietro. E mentre il domani si avvicina, resta in Tindaro la benedizione
della “stidda” assicurata dalla bisnonna: tanta bellezza, tanta fortuna, tanta
sofferenza. Perché è il dolore il prezzo per alzare al cielo occhi nuovi.giovedì 1 ottobre 2015
“XXI Secolo”, amore e dissoluzione
Storie dall’impianto
narrativo solo apparentemente semplice sono spesso destinate ad abitare a lungo
la mente di chi le legge. È il caso di “XXI Secolo” di Paolo Zardi. Mentre
miseria e violenza divorano tutto, il coma in cui cade la moglie del
protagonista lo costringe a riconsiderare tutto ciò che ha vissuto. All’interno
di un percorso creativo che ha il suo epicentro nel momento in cui le maschere
crollano, l’autore si misura in modo ancora più ambizioso che in passato col
doloroso momento della dissoluzione e con gli echi che essa lascia in chi la
vive. Raccontare la disperazione espone al rischio dell’enfasi, ma la scrittura
di Zardi è felicemente immune da questo pericolo. Anche quando si inoltra in
analisi che sgomentano per la profondità di quel che cercano e rivelano ("XXI
Secolo" non è un libro da comodino, i lettori passivi possono tranquillamente dedicarsi
ad altro), lo stile possiede una concretezza ruvida e tagliente che abbatte
qualunque diaframma tra chi legge e ciò che viene letto: lo si avverte nella
propria carne. Attraverso sotterranee analogie il momento della crisi sembra
dilatarsi all’infinito. Eleonore soggiace a un’insidia che nasce dal proprio
corpo come l’Occidente ha nella propria rapacità il germe del suo male. Il
protagonista che vende apparecchi per depurare l’acqua porta a porta vuole
diffondere linfa vitale nel corpo come desidera che gli affetti restino vivi e
protetti nel tessuto dei giorni. Mentre però l’Occidente è sepolto nel
fallimento e dunque la sua immobilità è percepita come inaggirabile, quella di
Eleonore manda in pezzi ciò che era considerato saldo e al riparo da pericolosi
mutamenti. La sua è un’immobilità antifrastica, che allude al proprio opposto,
mostrando la fluidità, l’incostanza, l’imprevedibilità di tutto quello che
coinvolge un’anima.
La voce narrante è coerente
con l’ampiezza del disegno. Ne "Il signor Bovary" l’immedesimazione nella figura
principale (altalenante e ambigua come tutti i bisogni umani) era motivata da
un redde rationem legato a quanto di
più intimo si possa concepire, il desiderio, e nasceva soprattutto da un
approcio problematico con la scrittura, che è rivelazione mai salvifica del
disagio. In "XXI Secolo" la resa dei conti ha assunto dimensioni planetarie, dato
che l’Occidente ha sempre preteso di essere l’ombelico del mondo e la ricerca
di senso diviene così pressante che si impone un tipo di narrazione capace di
abbracciare il singolo e la collettività. Si moltiplica lo sguardo, dunque,
perché si moltiplicano i naufragi.
Zardi è stato sempre
affascinato dal concetto di limite perché in esso, come in una
consustanziazione laica, si attua in pieno la natura umana. Il limite gravoso
che qui viene continuamanete riproposto è quello di una logica soffocata dai suoi
stessi tentativi di individuare, rivelare, decifrare. Anche il rapporto con
l’informazione -la vicenda del fantino vittima di un incidente, le notizie dal
mondo- conduce su una falsa pista, perchè quella che vorrebbe essere un’ottica
multipla, in grado di cogliere a ogni livello la complessità, è in realtà la
messinscena di qualcosa di cui si è persa la ragione ultima.
L’Occidente collassa perché
su di esso si accartoccia il suo limite, che è pretesa di imporre
un’omologazione del pensiero e del comportamento, ma pretendere che i rapporti
siano traducibili in chiare equazioni, in un sistema di causa ed effetto non
conduce da nessuna parte. Non si può ingabbiare un magma di sensazioni in una
categoria. Ecco allora che al limite inteso come superbia di ridurre il mondo a
se stessi se ne contrappone un altro, accolto a fatica e con disperata fiducia,
che dalla coscienza della propria fragilità fa germogliare la possibilità di
riscrivere la propria storia. Quel che confina in una condizione può divenire
un varco per aprire su quella stessa condizione occhi nuovi e riviverla al di
fuori di parametri soffocanti. Zardi non regala mai facili approdi o
scorciatoie consolatorie. Non sappiamo se l’amore sarà una via d’uscita.
Possiamo solo comprendere che quello che ci sottrae alla barbarie scaturisce da
quelle stesse viscere che ci spingono verso il baratro.
martedì 29 settembre 2015
“Ecce Robot”, il talento visionario di Daniele Timpano
Kitsch, brutti, violenti,
pornografici. E dunque, irresistibili. Era il 4 aprile del 1978. Chi diavolo
poteva immaginare che l’alabarda spaziale di Goldrake si sarebbe conficcata
nella mente e nel cuore di un’intera generazione? Applaudito dal pubblico del
Teatro del Giullare di Salerno, “Ecce Robot. Cronaca di un’invasione” ha aperto
la seconda edizione di “Per voce sola”, la rassegna, nata dall’impegno
dell’associazione culturale Erre Teatro, che ha in Vincenzo Albano il suo
direttore artistico col sostegno del Comune di Salerno, di contributi privati e
la collaborazione di Pura Cultura e di Fonderie Culturali. Ricostruendo
con divertente scrupolo filologico il
primo e l’ultimo episodio di Mazinga Z, un cult di quegli anni, Daniele Timpano
rende omaggio al creatore di questa e altre serie di successo, Go Nagai, nel
dar vita a tutti i personaggi e nell’ispirare ai cartoni nipponici il suo
stesso approccio al palco, come il conto alla rovescia per la fine dello
spettacolo che crea la tensione adatta a un’astronave. Lo sguardo spiritato, i
movimenti a tratti convulsi, le espressioni spesso fissate in una maschera
buffa non lo farebbero affatto sfigurare in un plot del Sol Levante. L’adrenalina
profusa in uno spettacolo che non conosce attimi di cedimento è elogio della
sfrenata libertà espressiva a cui i robot hanno aperto le porte e il protagonista si presenta come il frutto di una
mutazione antropologica (cosa aspettarsi da chi alle elementari camminava
alzando le ginocchia come Lupin III?). La stessa temuta, denunciata e
osteggiata da gran parte dell’opinione pubblica di quarant’anni fa, dalla
lettera dei seicento genitori di Imola contro l’inaridimento intellettivo ed
emotivo dei figli made in Japan alla demonizzazione di Nantas Salvalaggio, che
nella tragica morte di un bimbo ammiratore di Goldrake vedeva senza appello il
male che avanza (e qui il sarcasmo riesce a giocare tutte le sue carte senza
ledere neppure in parte il dramma). Ma ecco l’orgoglioso capovolgimento della
questione. È vero, gli eroi d’acciaio sono entrati nel dna, sarebbe stato probabilmente
meglio far saltare in aria un democristiano in quel periodo travagliato invece
di passare pomeriggi interi davanti a quelle trasmissioni e lo stesso teatro di
Timpano rivendica con comica ammirazione di essere nato da quella produzione a
basso costo. Dietro l’onnipresenza del televisore però vi era l’assenza degli
adulti o le loro tensioni malate: il ricordo di una gamba tagliata al padre in
una lite è la grottesca dimostrazione di come l’orrore ami nascondersi nella
quotidianità. Nulla spaventa un bambino più di una famiglia in pezzi. Mamma e
papà che vomitano veleno l’uno sull’altro dietro una porta a vetri turbano più
di qualunque mostro. E il missile fallico di Mazinga Z farà sempre minor danno
di un genitore anaffettivo, che relega davanti al piccolo schermo chi ha solo
voglia di sognare un po’ di più. giovedì 24 settembre 2015
Al via la seconda edizione di “Per voce sola”
Il peso dei ricordi e la
necessità di aprire, anzi, spalancare le porte della percezione percorrono i
quattro appuntamenti (tutti alle 21 al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno) di “Per
voce sola”, la rassegna, giunta alla seconda edizione, nata dall’impegno
dell’associazione culturale Erre Teatro, che ha in Vincenzo Albano il suo
direttore artistico col sostegno del Comune di Salerno, di contributi privati e
la collaborazione di Pura Cultura e di Fonderie Culturali. Si inizia il 25
settembre con “Ecce robot. Cronaca di un’invasione” di cui Daniele Timpano, che
si ispira all’opera di Go Nagai, cura drammaturgia, regia ed interpretazione e
che è il racconto ironico di una colonizzazione dell’immaginario, quella dei
cartoni nipponici, che prepara l’inquietante omologazione imposta dal mezzo
televisivo. È un mondo di memorie e di sensazioni perdute “Antropolaroid”, di e
con Tindaro Granata (2 ottobre), in cui la duttilità della lingua siciliana
crea personaggi che riemergono da un lontano passato e celano aspetti
inquietanti. Il 16 ottobre Salvatore Nocera, su testo e regia di Rosario
Palazzolo, proporrà, con le voci di Giada Biondo, Floriana Cane, Chiara
Italiano, Rosario Palazzolo, Chiara Pulizzotto, Giorgio Salamone, “Letizia for
ever”, dove la più inclassificabile delle donne, nevrotica, comica e
imprevedibile, fa energicamente a pezzi ogni convenzione. La conclusione della
manifestazione è fissata per il 23 ottobre con “Elettrocardiodramma” scritto,
diretto e interpretato da Leonardo Capuano, dove un balbuziente vestito da
donna mette a nudo la propria anima nel dialogo con figure che solo lui può
vedere.
“Non è tanto il monologo come forma espressiva
in sé a meritare una qualche priorità rispetto ad altri tipi di messinscena- ha
detto il direttore artistico- quanto il fatto che è sempre la forza del
linguaggio a contare. La parola unisce in un doppio dono: quello che
l’interprete fa al pubblico con la sua creatività e quello che gli spettatori
attuano offrendo il proprio ascolto. È facile dimenticare l’ascolto nella
confusione che ci attornia e il pubblico non è certo stupido, ma addormentato
su ciò che viene proposto. La rassegna cerca di comprendere le policromie del
presente e quanto di ciò a cui si assiste oggi appartiene al futuro”.
Napoli, alla Galleria Di Caro “Scrivere non è descrivere!” di Tomaso Binga
Il segno è una terra aperta
alle più disparate conquiste, uno spazio le cui coordinate sono soggette a
mutamenti imprevedibili, un gioco che si autoalimenta all’insegna della più
spudorata ambiguità. Un’ambiguità che si nutre dell’energia del palcoscenico,
dissolvendo ogni diaframma tra i volti dell’arte. Su questo assunto ha costruito
il suo percorso Tomaso Binga, al secolo Bianca Pucciarelli Menna, che
inaugurerà la sua personale “Scrivere non è descrivere!” (il titolo è un verso
della stessa Binga) oggi, 24 settembre, alle 19 presso la Galleria Tiziana
Di Caro in Piazzetta Nilo 7 a
Napoli. Le componenti del linguaggio diventano in lei occasione per annullare
ogni confine tra materia e suono, rendendo gli elementi espressivi un’arma
contro ogni discriminazione e appiattimento della percezione. La mostra, aperta
fino al 14 novembre, proporrà la serie “Scrittura vivente”(1976), dove il corpo
dell’artista, nel divenire lettera o comunque elemento base di un dialogo
sempre aperto con lo spettatore, intende abolire la tirannia del codice
favorendo cosi la più totale libertà espressiva. Il Dattilocodice del 1978, in cui grafemi
sovrapposti alla macchina da scrivere creano un nuovo livello iconico, a tratti quasi una sorta di arazzo onirico,
carica il significante di una polisemia che attinge al prelogico per restituire
a se stessa la facoltà di reinventare ed esplorare l’assodato. Oltre alle opere
dei primi anni Settanta, non ultimi i disegni e i collage, i visitatori
potranno visionare parte della produzione esposta alla Biennale di Venezia del
1978. Non potrà mancare “Ti scrivo solo di domenica”(1977), la performance in
cui l’emancipazione femminile è descritta come la meta di un viaggio complesso
e necessario, per quanto gli ostacoli si accavallino. In
un anno di corrispondenza con un’amica a cui sono inviati sette biglietti alla
settimana, solo il settimo contiene un messaggio, dato che la domenica è
l’unico giorno di genere femminile. Il tempo diviene cosi spazio di urgenze e
sensazioni che rivendicano il diritto a riscrivere la vita. Senza rinunciare
all’ironia anche quando l’amarezza prevale, la poesia sonora di Binga, che
difende la scelta dell’identità di riscrivere i propri percorsi oltre ogni
condizionamento, è una continua esortazione a una rivoluzione sociale che
abbatta definitivamente il razzismo ideologico in tutti i suoi aspetti e
l’esposizione della Galleria Di Caro vuole fare da apripista a un ciclo che
illustri le tappe di una protagonista della scena culturale italiana. mercoledì 26 agosto 2015
“Scritture viventi”, il linguaggio secondo Tomaso Binga

Emerge immobile
dalla tappezzeria di cui è rivestita. Recita “Io sono una carta” dove, in un
crescendo di tensione, l’innocuo materiale si trasforma in una cartuccia da
sparare, abbandona su una sedia a dondolo il suo abito e lascia la scena. È il
1977 e Tomaso Binga, al secolo Bianca Pucciarelli Menna, sta conducendo la sua
personalissima battaglia in difesa di un’idea allora tutt’altro che assodata:
la donna come soggetto attivo di ogni percorso sociale e non semplice oggetto
di una visione maschile. E lo fa reinventando il linguaggio perché diventi
piena espressione di libertà attraverso differenti modalità espressive: un
legame con il palco in cui tutto sia di continuo reinventabile, l’Alfabetiere
Murale (le lettere sono espresse dal suo corpo), il Dattilocodice (la
sovrapposizione di lettere alla macchina da scrivere per un’iconografia
emozionale) e la musicalità mai addomesticabile della poesia sonora, per citare
solo alcuni esempi. Il suo percorso è illustrato nell’agile volume della
collana Il presente dell’arte edito da Plectica, “Scritture viventi” a cura di
Antonello Tolve e Stefania Zuliani, autori
tra l’altro di una bibliografia ragionata estremamente puntuale. Zuliani
ricorda come Binga abbia sempre sovvertito la concezione artistica in nome di
una contaminazione che si facesse discorso aperto e coinvolgente del senso del
corpo e della parola. Il dialogo multiculturale diviene sistematica messa in
gioco del sapere nel centro culturale diretto dall’artista, il Lavatoio
Contumaciale a Roma che Lorenzo Mango ricorda come spazio “che si inteatra, si
disegna come teatrabile”. Il filo che unisce Binga ad Artaud è enucleato da
Pierfrancesco Giannangeli, dato che il “linguaggio fisico a base di segni e non
più di parole” diviene la peculiarità di una performance in cui poesia e ironia
aprono infinite possibilità di approccio al reale. Che il segno linguistico sia
da sempre per questa artista un terreno da conquistare a una risemantizzazione
che annulli ogni mediazione tra carne e vocabolo, tra immagine e fonema è una
scelta oggetto della riflessione di Tolve. L’ampia antologia critica esamina la
produzione di Binga tra gli anni 70 e il 2000. Ermanno Migliorini pone
l’accento su come in lei la scrittura smantelli la specificità dell’elemento
artistico per aprirlo a nuove capacità interpretative, Giulio Carlo Argan nota
come “la regressione della parola a segno” ampli il raggio della comunicazione,
Giorgio Cortenova si sofferma sull’attitudine del significante ad espandersi,
tracciando nuove vie alla percezione. Romana Loda ricorda come la concretezza
fisica dell’artista opponga la totalità della persona all’astrazione in nome di
un’umanità da preservare. I versi di Vincenzo Agnetti narrano “di belle cose
seminate con le dita/ sul proprio corpo come altra terra”, mentre il
Dattilocodice è per Italo Mussa il luogo di una mutazione polisemica basata
sulla disappartenza della lettera a se stessa e per Mirella Bentivoglio ricorda
l’origine pittografica della lingua. L’empatia e la paziente costruzione di prospettive
contro tutti i vincoli animano “Ti scrivo solo di domenica”, la perfornance
analizzata da Gillo Dorlfes. In un anno di corrispondenza con un’amica a cui
sono inviati sette biglietti alla settimana, solo il settimo contiene un
messaggio, dato che la domenica è l’unico giorno di genere femminile. Il tempo
diviene cosi spazio di urgenze e sensazioni che rivendicano il diritto a
riscrivere la vita. La desemantizzazione orchestrata da Binga contro una stasi
in realtà fortemente ambigua del dato grafico è un aspetto cruciale secondo
Elverio Maurizi e Francesco Moschini si misura col passaggio dalla piena
identificazione tra opera e creatrice al rarefarsi magmatico della forma nel
ciclo dei Biographic, in cui più che vocazione alla pittura si ravvisa un
dinamismo refrattario alla tirannia della categoria. Paolo Balmas evidenzia a
sua volta la libertà che la scrittura sa attuare nel farsi corpo e nello
scrivere “Mimando il conturbante rende presente il disturbante” Cesare Milanese
fotografa l’essenza del suo itinerario. La sperimentazione continua di mezzi
artistici per rendere il gesto e il suono armi contro ogni ipocrisia e violenza
occupa la riflessione di Angelo Trimarco, cosi’ come l’impegno in vista di una
società migliore è la traccia che Francesco Muzzioli segue nel considerare
significato e significante pedine di un gioco in cui Binga investe tutta
l’energia propria di chi vuole fare dell’arte l’ambito di un pensiero non
allineato.
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