Attenzione ai classici e
alla drammaturgia contemporanea. Su queste due direttive si muove la nuova
stagione del Teatro Antonio Ghirelli di Salerno. Si inizia il 23 ottobre con l’eduardiano
“Dolore sotto chiave”, per la regia di Francesco Saponaro con Tony Laudadio, in
cui le voci dell’omonimo radiodramma Rai del 1958 amplieranno il fascino di una
storia nera, dove il lutto nasconde verità scomode. Iaia Forte sarà regista e
interprete di “Hanno tutti ragione” (13-16 novembre), tratto dall’omonimo libro
di Paolo Sorrentino, esplorando contraddizioni e urgenze di un personaggio
fuori dagli schemi come il cantante cocainomane Tony Pagoda, mentre i Virtuosi
di San Martino proporranno “La repubblica di salotto” (27-30 novembre),
affresco crudelmente sarcastico (e dunque più che mai veritiero) dell’Italia di
oggi. Nei giorni 2, 3, 4, 7, 9, 10, 16, e 17 dicembre andrà in scena “Wrong
play, my Lord o The Mousetrap”, spettacolo in lingua inglese tratto dall’”Amleto”
di Shakespeare con Arturo Muselli e Alessio Sica diretti da Ludovica Rambelli, rivisitazione
accattivante di un classico a cui è conferito il ritmo instancabile
dell’inventiva. “Un anno dopo”, scritto e diretto da Tony Laudadio, vicenda di
due colleghi di lavoro che non possono non riconoscersi l’uno nell’altro
nonostante i contrasti, sarà in programma dal 27 al 30 dicembre, mentre dal 15
al 18 gennaio 2015 sarà la volta di “Due passi sono” della Compagnia
Carullo-Minasi, che racconta, secondo un’ottica grottesca, l’oscillare tra
costrizione e libertà e ha vinto, tra l’altro, il Premio Scenario per Ustica
2011. L’operetta dark “L’anima buona di Lucignolo” (19-22 febbraio), dove il
circo riflette falsità e ambizioni di ogni cuore, si avvarrà della regia di
Luca Saccoia; Licia Maglietta dirigerà se stessa in “Manca solo la domenica” (5-8 marzo) da “Pazza è la
luna” di Silvana Grasso. Qui la finta vedova di sei sconosciuti ricostruisce a
proprio piacere quella vita di affetti che le è di fatto preclusa. Cesar Brie
dirigerà Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari nello spettacolo “In fondo
agli occhi” (26-29 marzo), che fa della cecità la metafora di una società senza
prospettive. Sonia Bergamasco, che ha ricevuto nel 2012 il Premio della Critica
come migliore attrice, sarà diretta da Giuseppe Bertolucci in “Karenina, prove
aperte d’infelicità”, dal 9 al 12 aprile: la genesi del capolavoro di Tolstoj
diviene teatro dell’anima. Sarà possibile usufruire della tipologia di
abbonamento 10+1, in
cui l’undicesima rappresentazione è a scelta dell’abbonato tra gli eventi fuori
abbonamento. Avrà luogo inoltre la rassegna Exp(l)o, che punterà l’attenzione
sulle realtà artistiche campane, con “Antigone-una guerra civile” diretta da
Mirko de Martino (23-25 gennaio), dove la celebre eroina si trasforma in una
fascista, “Matrimoro” per la regia di Adriana Follieri (6-8 febbraio), che fa
di Caino e Abele il mezzo per osservare la natura umana, “Apnea” di Maria Teresa
Ingino in data da stabilirsi sulla liberazione dal dolore del corpo, “I
posteggiatori tristi” che pongono il repertorio musicale napoletano al centro
di un gioco brioso (12-15 febbraio), “Scapezzo” di e con Nicola Vicidomini
(13-15 marzo) dove il fallimento coincide col divertimento, “La femme acephale”
da Jacques Prevert nella drammaturgia e regia di Libero de Martino con Cinzia
Annunziata, grande prova interpretativa per un racconto tutto giocato sulla
follia. Le iniziative collaterali alla manifestazione saranno inoltre “Cinema
tra reale e teatrale”, in cui Antonella Nocera con Parallelo 41 indagheranno
assonanze e divergenze tra forme espressive diverse, “Erasmusica” a cura di
Ambra Sorrentino, volta a una rivisitazione in chiave moderna dell’opera lirica
e del teatro musicale, “Un fiume in jazz”, che sotto l’egida di Stefano
Giuliani porterà alla ribalta i professionisti campani del jazz e “Femminile
palestinese”, che, a cura di Maria Rosaria Greco, avrà per oggetto le
suggestioni e le immagine di una realtà estremamente complessa. giovedì 14 agosto 2014
Tra classico e contemporaneo, la nuova stagione del Ghirelli
Attenzione ai classici e
alla drammaturgia contemporanea. Su queste due direttive si muove la nuova
stagione del Teatro Antonio Ghirelli di Salerno. Si inizia il 23 ottobre con l’eduardiano
“Dolore sotto chiave”, per la regia di Francesco Saponaro con Tony Laudadio, in
cui le voci dell’omonimo radiodramma Rai del 1958 amplieranno il fascino di una
storia nera, dove il lutto nasconde verità scomode. Iaia Forte sarà regista e
interprete di “Hanno tutti ragione” (13-16 novembre), tratto dall’omonimo libro
di Paolo Sorrentino, esplorando contraddizioni e urgenze di un personaggio
fuori dagli schemi come il cantante cocainomane Tony Pagoda, mentre i Virtuosi
di San Martino proporranno “La repubblica di salotto” (27-30 novembre),
affresco crudelmente sarcastico (e dunque più che mai veritiero) dell’Italia di
oggi. Nei giorni 2, 3, 4, 7, 9, 10, 16, e 17 dicembre andrà in scena “Wrong
play, my Lord o The Mousetrap”, spettacolo in lingua inglese tratto dall’”Amleto”
di Shakespeare con Arturo Muselli e Alessio Sica diretti da Ludovica Rambelli, rivisitazione
accattivante di un classico a cui è conferito il ritmo instancabile
dell’inventiva. “Un anno dopo”, scritto e diretto da Tony Laudadio, vicenda di
due colleghi di lavoro che non possono non riconoscersi l’uno nell’altro
nonostante i contrasti, sarà in programma dal 27 al 30 dicembre, mentre dal 15
al 18 gennaio 2015 sarà la volta di “Due passi sono” della Compagnia
Carullo-Minasi, che racconta, secondo un’ottica grottesca, l’oscillare tra
costrizione e libertà e ha vinto, tra l’altro, il Premio Scenario per Ustica
2011. L’operetta dark “L’anima buona di Lucignolo” (19-22 febbraio), dove il
circo riflette falsità e ambizioni di ogni cuore, si avvarrà della regia di
Luca Saccoia; Licia Maglietta dirigerà se stessa in “Manca solo la domenica” (5-8 marzo) da “Pazza è la
luna” di Silvana Grasso. Qui la finta vedova di sei sconosciuti ricostruisce a
proprio piacere quella vita di affetti che le è di fatto preclusa. Cesar Brie
dirigerà Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari nello spettacolo “In fondo
agli occhi” (26-29 marzo), che fa della cecità la metafora di una società senza
prospettive. Sonia Bergamasco, che ha ricevuto nel 2012 il Premio della Critica
come migliore attrice, sarà diretta da Giuseppe Bertolucci in “Karenina, prove
aperte d’infelicità”, dal 9 al 12 aprile: la genesi del capolavoro di Tolstoj
diviene teatro dell’anima. Sarà possibile usufruire della tipologia di
abbonamento 10+1, in
cui l’undicesima rappresentazione è a scelta dell’abbonato tra gli eventi fuori
abbonamento. Avrà luogo inoltre la rassegna Exp(l)o, che punterà l’attenzione
sulle realtà artistiche campane, con “Antigone-una guerra civile” diretta da
Mirko de Martino (23-25 gennaio), dove la celebre eroina si trasforma in una
fascista, “Matrimoro” per la regia di Adriana Follieri (6-8 febbraio), che fa
di Caino e Abele il mezzo per osservare la natura umana, “Apnea” di Maria Teresa
Ingino in data da stabilirsi sulla liberazione dal dolore del corpo, “I
posteggiatori tristi” che pongono il repertorio musicale napoletano al centro
di un gioco brioso (12-15 febbraio), “Scapezzo” di e con Nicola Vicidomini
(13-15 marzo) dove il fallimento coincide col divertimento, “La femme acephale”
da Jacques Prevert nella drammaturgia e regia di Libero de Martino con Cinzia
Annunziata, grande prova interpretativa per un racconto tutto giocato sulla
follia. Le iniziative collaterali alla manifestazione saranno inoltre “Cinema
tra reale e teatrale”, in cui Antonella Nocera con Parallelo 41 indagheranno
assonanze e divergenze tra forme espressive diverse, “Erasmusica” a cura di
Ambra Sorrentino, volta a una rivisitazione in chiave moderna dell’opera lirica
e del teatro musicale, “Un fiume in jazz”, che sotto l’egida di Stefano
Giuliani porterà alla ribalta i professionisti campani del jazz e “Femminile
palestinese”, che, a cura di Maria Rosaria Greco, avrà per oggetto le
suggestioni e le immagine di una realtà estremamente complessa. lunedì 11 agosto 2014
“Vite in pericolo”, l’omaggio al gioco e al teatro di Pippo Montedoro
Che uno scrittore dia prova
di uno stile piacevole non è cosa poi così rara. È invece un’eccezione che
quella piacevolezza nasca da sensazioni che mostrano l’aspetto sorprendente
dell’assodato e da un’ironia a suo modo aristocratica, ma ben distante dalla saccenza
e dall’autocompiacimento. È quello che sperimenta il lettore di “Vite in
pericolo” di Pippo Montedoro edito da Qanat. I racconti sospesi tra memorie e
fantasie s’insinuano con leggerezza (una leggerezza gravida di colori e sapori
che si ritrova nella prefazione di Salvo Piparo) e di colpo il mondo di
Montedoro diventa il nostro, che sia la cella dell’Ucciardone, la Vucciria o un bosco in
cui non ha più senso distinguere l’animale dall’umano. L’autore ama definirsi
goloso ed estende questa caratteristica al suo lessico colto e carnale. Le parole
sono in effetti scelte con autentica golosità, desiderate per la loro
concretezza e spesso per la loro dolcezza, si offrono agli occhi e al palato
con una fisicità spudorata. C’è il rischio di non guardare mai più con gli
stessi occhi la flanella dopo la descrizione erotica che il libro ci regala in
uno dei molti pezzi di bravura. Ciò che unisce le parti dell’opera è la passione
per il gioco, concepito come sovvertimento, urgenza di riscrivere ciò che si
vorrebbe fissato definitivamente. I protagonisti di “A.D. duemilaventisette – sorrisi” giocano con l’immagine stereotipata che gli
altri hanno (quando ce l’hanno) di loro; in “Sentimenti senza quartiere”
si gioca con l’avidità di pusher stranieri; in “buon Vino a cattivo Gioco” il
viviri (vivere) dipende dal giusto rapporto col viviri (bere); in “1973,
Ucciardone - lectio elegantiae”
i legami inattesi della reclusione mandano a gambe all’aria il modo perbenista
di creare relazioni. In “non ci pensare, Lazzaro” la posta è il
desiderio irrealizzato. “Ready Made” deride nella sua lapidarietà la vita
equilibrata, “Fiato” spiazza di continuo la percezione di chi legge, “E il
ritorno lo faceva a piedi” prende di mira il genere fantasy e la pretesa di
riscattarsi dai propri limiti. Il gioco
pervade anche l’appendice, “Il pallore d’Achille”. In “Quistiuni” le domande al
Piè Veloce rivelano, tra assonanze e paranomasie, l’ostilità verso la superbia
del potere. La “pulita” coscienza borghese è sarcasticamente punita in “Fine (sceneggiatura
per video fasullo)”, mentre
l’esaudirsi di una volontà porta a uno pseudo-trionfo beffardo in “Le
richieste di Felice”. “Di Eos molto presto” illustra l’alto prezzo da pagare
per l’estinzione del genere femminile sul piano mitologico, mitopoietico,
sociologico. Si ha poi la sintesi in dieci parole di principio e fine in “Serata
(romanzo completo)” e i problemi striscianti, ma non irrilevanti di una lumaca in “Chi va piano… No, Ah?!”. E se la convenzione
in tutti i suoi volti è il bersaglio dello scrittore, ben si comprende l’uso
ossessivo della virgola interrogativa, che imprime all’andatura della frase un
ritmo del tutto autonomo. “Vite in pericolo” è però anche un atto d’amore
indiscusso per il teatro, come mostra “Colonia penale e altre fragranze”, che rievoca i fasti della compagnia Curò,
tra i cui fondatori c’è il Nostro, attiva a Palermo e non solo nella felice e
contestatissima stagione degli anni Settanta, vivi nel bianco e nero ammaliante
delle foto di Letizia Battaglia. Allora era vitale che il palcoscenico si
spingesse oltre se stesso, che l’azione scenica divenisse un campo di forze
pronte a fare a pezzi qualunque gerarchia mentale e fisica, che il nonsenso si
tramutasse in possibilità di senso da condividere e magari calpestare con gli
spettatori. Quella di Curò era una lotta senza respiro contro l’acquiescenza al
sistema, un inno all’inventiva, un oltraggio a quelle prigioni che sono le
categorie, una riflessione a briglia sciolta sull’ambiguità volutamente
irrisolta di ruolo, luogo, parola. Montedoro resta uomo di teatro anche
nella scrittura. Lo evidenzia la costruzione della tensione, la cura riservata
alla mimica dei personaggi, il rapporto quanto mai duttile col tempo della
narrazione. E se, come recita la frase di Piero Ciampi citata nel testo, “Il
corpo è un sublime/atroce porco”, la materialità imperfetta, evocativa e
seducente di questo volume è la migliore risposta a ogni forma di ottusità.domenica 27 luglio 2014
“Simile a Cristo”, un’intensa rilettura di Viviani
La miseria, la
sfrontatezza, l’amore. Ma anche la forza di battersi per i propri sogni,
soprattutto quando sognare è l’unica via d’uscita. Con lo spettacolo “Simile a
Cristo”, il regista Antonio Grimaldi ha proposto al Teatro Nuovo di Salerno una
rilettura del capolavoro di Raffaele Viviani, “Zingari”, secondo l’approccio
che gli è più congeniale: condurre al parossismo le possibilità espressive del
corpo e giocare la messinscena sul filo del simbolismo e di un’allegoria che
colpiscano immediatamente lo spettatore. Pia Ansalone, Emiliano Avallone, Leopoldo Brindisi Malanga, Gemma de Cesare, Gianluca De Stefano, Rossella Forziati, Gabriella Landi, Chiara Manzo, Alessandra Menchini,Gabriella Orilia Anna Piccolo, Mat Thew, Alfonso Tramontano Guerritore costruiscono una
vicenda in cui il testo diviene lo spunto per aprire un conflitto irrisolvibile
tra l’anarchia del desiderio e la legge del branco, che riconosce solo se
stessa. Gennarino, il protagonista, vuole imporsi al di sopra di essa.
All’inizio della messinscena, non a caso, è posto su di un piedistallo che
sovrasta gli interpreti striscianti in un mare di fiori che gli spettatori sono
stati invitati a gettare sul palco: quello che si vede è più vicino di quel che
sembri- chi non ha sognato e cercato di difendere quel sogno?- e il
“contributo” alla scenografia crea un’empatia con la platea. Il Diavolone, il
padrone di questo mondo geloso dei propri riti tribali, siede al lato di quel
mare umano con la sicurezza di chi è chiamato a guidarlo. Palomma, oggetto del
desiderio di entrambi, è vittima della sua fragilità che appassisce in questo
gioco di sopraffazioni ed egoismi. Gli attori creano movimenti scenici che
ondeggiano di continuo tra la crudeltà e l’attonito assistere alla capacità di
rigenerarsi che solo la passione può avere. E proprio come Cristo, Gennarino
muore e risorge inseguendo una felicità destinata a fossilizzarsi in un unico
eterno istante(si pensi al beffardo fermo-immagine in cui l’aguzzino di Palomma
si muove ironico tra i partecipanti al suo sposalizio, immobili come statue).
Eppure un’anima non può tradire se stessa: sarebbe quella la vera morte.martedì 8 luglio 2014
Gli Atterraggi poetici pericolosi di Tomaso Binga
Sa divertire come pochi, ma
il disimpegno non è nelle sue corde. Sguinzaglia la forza anarchica del
linguaggio, ma il gioco è sempre proteso oltre se stesso, verso il
coinvolgimento senza filtri dello spettatore. Esponente di spicco della poesia
visiva e aperta da sempre a ogni sorta di sperimentazione artistica, Tomaso
Binga, al secolo Bianca Pucciarelli Menna, è stata applaudita presso la Galleria Tiziana
Di Caro di Salerno nella sua performance Atterraggi poetici pericolosi
nell’ambito di Salerno Letteratura. Accompagnata dal sassofono di Michele
Vassallo, ha recitato composizioni frutto di una poetica dai cardini ben
precisi: la vocazione dell’artista ad aprire gli occhi, la denuncia
dell’ottusità del potere, la necessità di un mutamento nella prospettiva. “Con
quaranta gradi all’ombra e novantotto di umidità” è una sineddoche al vetriolo,
in cui a ogni parte del corpo corrisponde un atteggiamento ostile: l’occhio che
guarda la “roba espropriata per carità”, ovvero le ricchezze della Chiesa; il
braccio che colpisce “angeli e galeotti/assetati di sole”, il “culo” che “non
ha storia”, è “un infortunio sul lavoro”, appannaggio dei poveri “in cerca
d’identità”. Si prosegue con “La storia”, in cui l’interrogativo esistenziale
sul rapportarsi agli avvenimenti diventa sarcastica escursione nel vocabolario
(come porci con la storia? Come porci, orci, sorci, occhi?) per invitare a un
approccio tutt’altro che passivo, senza dimenticare che “tutti i capi sono rei”
e dunque solo chi ha un atteggiamento critico verso il potere non ne è
schiavo.“Azzerare i lazzaroni” è uno degli scopi di “Mutazioni”, in cui il
ritmo martellante che culmina nel titolo rovesciato è uno sprone a cambiare se
stessi e il proprio contesto e con la stessa energia sono ribaltate le
categorie di genere in “Io sono una carta”. Un dolente senso di riscatto
civile è alla base di “La bella addormentata”, ovvero la pace, vegliata, non a
caso, da donne che nel sepolcro attendono pazienti il suo risveglio (Binga non
perde mai d’occhio i molti ostacoli che impediscono tuttora alle donne di
realizzarsi e realizzare qualcosa che duri). Oggetto di lucida derisione è
infine la retorica fuorviante e deformante del politichese in “Porcondiciò”,
opera tutta basata sulla questione delle “ruote rosa”, “le ultime ruote del
carro”, con la speranza che il “Porcondiciò” diventi par condicio. Il messaggio
è più che chiaro: attraverso un uso funambolico della lingua, l’autrice vuole
una piena affermazione della dimensione femminile del vivere, in poche parole
della libertà, della creatività, dell’impegno a non tradire la propria natura.mercoledì 18 giugno 2014
“Scoppiato amore”, l’allegra anarchia del palcoscenico
Una Colombina che offre al suo Arlechino un fiore in
un “pappagallo” d’ospedale non si era mai vista. E probabilmente nessun
Arlecchino ha mai indossato con tanta disinvoltura una giarrettiera verde. “Scoppiato
amore”, lo spettacolo diretto e interpretato da Antonio Grimaldi al Piccolo
Teatro del Giullare di Salerno, è un omaggio brioso alla Commedia dell’Arte, un’esaltazione
del virtuosismo, un catalogo felicemente irrazionale delle possibilità
espressive dell’attore. Il coinvolgimento amoroso, comicamente enfatizzato da
una recitazione surreale e dall’inserto di musiche moderne, è oggetto di una
sistematica decostruzione. Se è vero che nulla è irrazionale quanto il legame
tra due amanti, Cristina Milito Pagliara (una Colombina tenera e abilissima nel
creare con il pubblico l’empatia) e lo stesso Grimaldi (un Arlecchino e in
seguito un Pulcinella che traboccano energia) lo dimostrano senza ombra di
dubbio, celebrando, per esempio, il loro matrimonio in ginocchio tra due ali di pupazzetti: l’amour fou ha in
fondo la spensieratezza dell’infanzia. I
pupazzetti spinti gli uni verso gli altri come in una curiosa partita a scacchi
dagli sposi che declamano in modo buffo ”La costruzione di un amore” esprimono
la difficoltà di comunicare quando il rapporto mostra la corda. Il desiderio
può cambiare pelle, ma la sua forza resta intatta, come mostra l’inconsolabile
(solo all’apparenza) vedova interpretata con felice ironia da Gemma De Cesare,
che si arrampica sulle poltrone della platea per mostrare il suo dolore, ovvero
le sue pregevoli gambe. Gli spettatori sono a più riprese coinvolti nelle
schermaglie dei tre, perché ogni gioco teatrale trae forza da chi lo fruisce.
Se fate a meno di desiderare, sembrano dire gli attori, allora potete anche
fare a meno di respirare. Il grigiore di un corpo senza stimoli è davvero tempo
perso.mercoledì 7 maggio 2014
Il salernitano Luca Trezza a Bologna e Torino con “Wwww.testamento.eacapo”
Dissertare sulla schiavitù
psicologica creata dal web è argomento alla portata di molti, ma pochi ne sanno
cogliere la natura disturbante come l’attore, drammaturgo e regista salernitano
Luca Trezza in “Wwww.testamento.eacapo”. Classificatosi al primo posto nella sezione
Teatro al Festival della Creatività di Roma Capitale 2013 e prodotto da Formiche
di vetro Teatro in collaborazione con Erre Teatro di Vincenzo Albano, lo
spettacolo sarà in programma dal 7 all’11 maggio presso l'Ambhara Bar in
via Borgo Dora 10, alle ore 19.30, nell’ambito del Torino Fringe Festival,
mentre il 16 giugno sarà a Bologna presso la Villa Aldrovandi
Mazzacorati (Teatro 1763) in occasione del Per(A)spera Festival. In “Wwww.testamento.eacapo” Trezza consuma
ogni fibra del suo essere. Offre senza mezzi termini
uno specchio generazionale tendente di continuo al parossismo e al tempo stesso
il ritratto convulso di un’anima serrata nelle proprie nevrosi. I pochi oggetti
in scena (un bicchiere di latte, una web-cam, una rosa, un leggio dove
campeggiano emoticon) descrivono le fragili coordinate di quello che potrebbe
essere liquidato come un sociopatico. Agita il braccio come se respingesse
qualcosa di maligno, mescola il dialetto napoletano, quello romano, un italiano
pseudo-aulico e concreto, (la grottesca koinè della rete, ricca di echi e
incongrue suggestioni), danza in circolo reggendo il filo della minuscola
telecamera come se fosse un prolungamento di sé. Il corpo di Trezza è esagitato
perchè riflette l’incapacità di divincolarsi da se stesso. Le catene che lo
stringono mentre attende invano su di un ponte la ragazza X conosciuta in chat
(lo stesso ponte da cui un uomo fa precipitare la moglie per aver scritto su
Facebook di essere single: le parole sono pietre) sono il legame ossessivo con
il passato, la difficoltà di appropriarsi del tempo, l’insofferenza di non
riconoscere più il proprio volto nello scorrere insensato delle ore. La rosa
posta nel bicchiere di latte allude alla passione che trae linfa dalle pulsioni
dell’infanzia, quasi fosse un’occasione per ritrovare la propria identità:
opportunità frustrata dall’impossibilità di manifesatre una sessualità adulta.
La mela divorata simboleggia il tempo consumato senza costrutto, il vecchio
osservato da un androne prefigura l’aridità che lo attende. Nell’eterno
presente della chat, dove tutto può ripartire da capo, il passato è un fantasma
molesto e il futuro un nome da dare al proprio nulla. Quello contro cui il
giovane si accanisce è la frustrazione di chi è ormai ridotto a un nickname,
senza sperimentare i rischi e i piaceri della carne. Ecco allora che il suo
percorso è un falso movimento: gli orizzonti si restringono fino a scomparire e
poco vale guardare dentro di sé fino alle ossa. È la vita stessa a non apparire
su quel ponte solitario.Il mostro troppo umano di Antonio Grimaldi
Il bianco è il colore dell’attesa, del
silenzio, della solitudine. È naturale che il regista e attore Antonio Grimaldi
(nella foto di Enrico Coppola) l’abbia scelto in “Studio di un mostro”, la sua
personalissima rivisitazione del “Frankenstein” di Mary Shelley, probabilmente
il personaggio più solo dell’intera letteratura. Applaudito presso il Complesso
di Santa Sofia di Salerno nell’ambito della manifestazione R-Esistenze e forte
del contributo di Cristina Milito Pagliara come assistente alla regia, lo spettacolo
attua un lavoro di sottrazione che rende totalizzante il mondo interiore del
mostro tradito nella sua essenza. Avrebbe dovuto essere la vetta
dell’evoluzione umana, ma si ritrova ad avere il cervello e il cuore di un uomo morto senza che gli sia
perdonata la sua diversità. La morte non può celebrare la vita, ma può
inseguirne l’essenza, che è il desiderio. La performance di Grimaldi è un
conflitto tra una condizione immutabile (a cui il bianco allude) e la febbre di
sapersi corpo dotato di anima, tanto umano da non trovare spazio tra gli
uomini. La creatura avanza a fatica trascinando una veste anch’essa bianca (si
muove su supporti che elevano la statura e conferiscono l’andatura meccanica
dell’organismo artificiale) e solo in un secondo momento l’abito rivela una
grande macchia d sangue. Appartiene alla vittima, ma è anche il sogno
dell’assassino: vuole che il sangue pulsi nelle sue vene, vuole conoscere fino
in fondo, a qualunque costo, il sapore della passione. Pur sapendo di non
essere compreso, si rivolge al suo creatore con un microfono: le sue parole
devono riecheggiare con più forza nel nulla dove gli altri lo hanno relegato.
Il protagonista sperimenta la dolente ebbrezza di Prometeo nel far emergere da
mucchi di terra gli arti di un manichino femminile faticosamente assemblato. In
fondo l’amore è questo: costruire ciò che crediamo ci appaghi e nello sguardo
della creatura diventa indistinguibile la trepidazione del padre e la
sensualità dell’amante. Urlare alla propria creazione “Vivi!!!” non basta: il
mostro avverte che è l’inganno la condizione umana. I sogni naufragano con la
stessa rapidità con cui fanno innamorare. Trova un flauto, prova a suonarlo e
capisce che non potrà mai essere come quell’oggetto: strumento di chi pretenda
di controllare le sue emozioni. E mentre il buio si richiude su di lui, nel suo
sguardo teso e intenso la felicità resta un ostinato miraggio.
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