mercoledì 7 maggio 2014

Il mostro troppo umano di Antonio Grimaldi



Il bianco è il colore dell’attesa, del silenzio, della solitudine. È naturale che il regista e attore Antonio Grimaldi (nella foto di Enrico Coppola) l’abbia scelto in “Studio di un mostro”, la sua personalissima rivisitazione del “Frankenstein” di Mary Shelley, probabilmente il personaggio più solo dell’intera letteratura. Applaudito presso il Complesso di Santa Sofia di Salerno nell’ambito della manifestazione R-Esistenze e forte del contributo di Cristina Milito Pagliara come assistente alla regia, lo spettacolo attua un lavoro di sottrazione che rende totalizzante il mondo interiore del mostro tradito nella sua essenza. Avrebbe dovuto essere la vetta dell’evoluzione umana, ma si ritrova ad avere il cervello e  il cuore di un uomo morto senza che gli sia perdonata la sua diversità. La morte non può celebrare la vita, ma può inseguirne l’essenza, che è il desiderio. La performance di Grimaldi è un conflitto tra una condizione immutabile (a cui il bianco allude) e la febbre di sapersi corpo dotato di anima, tanto umano da non trovare spazio tra gli uomini. La creatura avanza a fatica trascinando una veste anch’essa bianca (si muove su supporti che elevano la statura e conferiscono l’andatura meccanica dell’organismo artificiale) e solo in un secondo momento l’abito rivela una grande macchia d sangue. Appartiene alla vittima, ma è anche il sogno dell’assassino: vuole che il sangue pulsi nelle sue vene, vuole conoscere fino in fondo, a qualunque costo, il sapore della passione. Pur sapendo di non essere compreso, si rivolge al suo creatore con un microfono: le sue parole devono riecheggiare con più forza nel nulla dove gli altri lo hanno relegato. Il protagonista sperimenta la dolente ebbrezza di Prometeo nel far emergere da mucchi di terra gli arti di un manichino femminile faticosamente assemblato. In fondo l’amore è questo: costruire ciò che crediamo ci appaghi e nello sguardo della creatura diventa indistinguibile la trepidazione del padre e la sensualità dell’amante. Urlare alla propria creazione “Vivi!!!” non basta: il mostro avverte che è l’inganno la condizione umana. I sogni naufragano con la stessa rapidità con cui fanno innamorare. Trova un flauto, prova a suonarlo e capisce che non potrà mai essere come quell’oggetto: strumento di chi pretenda di controllare le sue emozioni. E mentre il buio si richiude su di lui, nel suo sguardo teso e intenso la felicità resta un ostinato miraggio.

giovedì 1 maggio 2014

“Storiacce” in scena a Modica



Il mondo di “Storiacce” ferisce e disorienta. La tentazione di voltare le spalle all’inquietudine è forte, ma viene vinta dalla capacità di sorprendere e sedurre che la scrittura di Francesco Silvestri possiede. L’artista interpreterà uno dei suoi testi più complessi con Valentina Bighetti e Marco Iapichino il 2 e il 3 maggio alle 21 e il 4 maggio alle 19 presso l’Ex Chiesa di San Nicolò ed Erasmo a Modica, sede dell’Accademia Clarence. In quelle che Vincenzo Albano, autore della prima monografia dedicata a Silvestri, “…E poi sono morto”, ha definito storie strappate a una sorta di doppio fondo dell’anima, il surreale si colora di angoscia e tenerezza e la fragile umanità che si presenta agli occhi dello spettatore lo coinvolge fino a creare una misteriosa empatia con situazioni che generano straniamento, che si tratti di una donna che non ha la forza di sopportare la sua maternità o di una dolce nenia in cui i colori delle lacrime siano quelli dell’anima. A Silvestri interessa indagare le radici dell’ossessione, il peso degli affetti che risucchiano energie vitali, il tentativo frustrato di conoscere la felicità. Il corpo è il punto fermo nell’ondeggiare di sentimenti tanto più disturbanti quanto più si voglia fingere che non ci appartengano. Questi frammenti di vita raccontano le passioni con un coraggio così raro che non si può che accoglierle dentro di sé, scoprendo quello che un’esistenza ordinata non potrebbe mai farci comprendere.

"Confinati a Ponza" il lato umano della storia



La prigionia è il più doloroso dei redde rationem. Se il corpo si vede privato dell’autonomia, l’anima è inchiodata ai propri limiti, ai timori, a ciò che avrebbe preferito lasciare sepolto e che torna prepotentemente alla luce. È il lato umano della storia nel momento cruciale in cui tutto è messo in gioco a essere al centro di “Confinati a Ponza”, lo spettacolo che ha concluso con successo  la seconda edizione di Out of Bounds, la manifestazione promossa dall’Officina Teatrale Laav di Licia Amarante e Antonella Valitutti. Il testo di Alberto Gentili, diretto e interpretato nei panni del Duce da Francesco Maria Cordella, racconta la reclusione di Mussolini all’indomani del crollo del fascismo: condizione condivisa da Pietro Nenni per la sua opposizione al regime. “Confinato nell’isola dei miei confinati!” esclama con amaro sarcasmo il dittatore, che Cordella mette sapientemente a nudo nelle sue inquietudini, sospeso nella cupa incertezza con cui guarda alla sua sorte e riluttante nel prendere atto di una fragilità che fa inesorabilmente a pezzi i suoi sogni. La messinscena si basa su pochi elementi: il tavolo, le sedie, il modesto cucinino della stanza in cui i fasci di luce ritagliano le figure sullo sfondo di un buio claustrofobico (la sensazione della gabbia in cui ogni coordinata temporale si annulla è avvertita dal pubblico con estrema precisione). La recitazione nervosa e trepidante di Stefano Onofri restituisce un Nenni profondamente credibile nell’oscillare tra l’emozione di sapersi a breve libero e l’immenso dolore con cui ha pagato il suo tributo alla lotta, tra l’odio per l’operato di Mussolini e il ricordo di un’amicizia che era stata per entrambi preziosa. Carmen Di Marzo è la cuoca attenta e amorevole che si occupa di entrambi e che nella sua disarmante semplicità diviene una sorta di angelo custode, che supera con ostinazione le difese che i due prigionieri costruiscono per non dovere ammettere quanto sarebbe importante guardarsi negli occhi ora che nulla potrà più essere come prima. L’apparizione di Antonella Valitutti che ricorda il coro delle tragedie greche è l’unica trasgressione a una messinscena che si preoccupa costantemente della verosimiglianza ed è motivata dal bisogno di interrogare le segrete ragioni della giustizia e della vita. Il grido con cui Nenni reagisce alla partenza di Mussolini non cancella ciò che è accaduto. Esistono distanze che non si potranno mai colmare, ma questo non annulla il bisogno di percepirsi uomini al di là di tutte le ferite ricevute e inferte.

venerdì 25 aprile 2014

"Foto di bordello con Nanà", il buio fascino di Enzo Moscato



La scrittura di Enzo Moscato non fa prigionieri: o la si lascia entrare sotto pelle fino a contaminare nel profondo il lettore, o la si ripudia. "Foto di bordello con Nanà", interpretato da Rosalia Terrana e Margherita Rago per la regia di Giancarlo Guercio, in scena presso il Teatro Nuovo di Salerno il 27 aprile alle ore 20.00, è una coraggiosa prova di interpretazione che guida il pubblico alla scoperta di un mondo buio e affascinante, in cui non c’è posto per moralismi o per approcci razionali. Il copione fonde tre opere di Moscato ("Luparella", " 'O casino d'a signora Zina" e "Ragazze sole con qualche esperienza"), facendo di Nanà, personaggio particolarmente caro all’autore, una sorta di filo conduttore tra diversi percorsi. In bilico tra disperazione e ironia, ansia di riscatto e voluttà della degradazione, la Napoli che emerge in questo spettacolo mescola la vita e la morte in un abbraccio che non si può sciogliere, mentre i travestiti che vivono le loro contraddizioni diventano gli unici in grado di vivere fino in fondo un legame con le persone e le cose che attinge alla parte più autentica dell’essere.

mercoledì 23 aprile 2014

A Napoli Anna Rita Vitolo e Vincenzo Albano in “Il baciamano”



Una pietanza che pretenda di dettare legge su come debba essere cucinata non si era mai vista: un giacobino imprigionato impone di essere preparato in salsa francese. Accade anche questo, quando il mondo ha deciso di precipitare nel buio. “Il baciamano”, il testo carnale e iconoclasta di Manlio Santanelli, diventa uno spettacolo, a cura dell’Associazione Culturale Erre Teatro e diretto da Antonio Grimaldi, che toglie il respiro per l’intensità dell’interpretazione. In scena il 24 apile alle ore 20.30, nella Chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato in Piazza Mercato a Napoli (l’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti) Anna Rita Vitolo e Vincenzo Albano gareggiano nella capacità di coinvolgere il pubblico senza mai cadere nelle trappole di una recitazione artificiosa. I protagonisti donano fascino al legame tra vittima e carnefice: un legame in cui non si può dare nulla per scontato. Se Janara è spinta dal degrado al cannibalismo, è a sua volta schiacciata da un contesto che la relega nella sua animalità; il giacobino, che tenta di vincere l’istinto con la razionalità, non sarà immune da quella violenza a cui ha riservato il suo aristocratico orrore. L’essenzialità della scenografia riflette il deserto che il fallimento della rivoluzione del 1799 lascia a Napoli: una cornice impressa su di un tendaggio (la donna non ha sbocchi o prospettive) un tavolo, un baule dove riporre quasi con amore i resti di altre vittime (un crudo realismo assolutamente necessario dato il carattere del testo, che rende di fatto la morte una pratica usuale), una bacinella e un coltello. La maschera di maiale che la donna indossa a un certo punto della messinscena, così come la cupa fiaba di Ficuciell, sono chiari riferimenti a quel bisogno di sopraffazione che diventa naturale come respirare. La messinscena del baciamano, un momento in cui scoprirsi persone e non pedine, tenta di esorcizzare l’incubo della violenza (è questo che fa il teatro: allontana il male di vivere), ma i due potranno solo comprendere l’uno nell’altra il proprio bisogno di felicità fatto a pezzi. Quando i sogni muoiono, è l’anima, non solo il corpo, a essere divorata.

martedì 22 aprile 2014

“Caro Dio”, la sana forza del dubbio



Quanta sicurezza in una fede incrollabile. Che gioia vivere lontani dal veleno del dubbio. Eppure è quel veleno a generare una vita che valga la pena di vivere. Basato sul brillante testo di Giovanna Castellano,“Caro Dio”, per la regia di Angelo Ruocco, ha raccolto molti applausi al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno. Se Matteo Amaturo, un sacerdote che risponde alle inquietudini con frasi convenzionali, interpreta perfettamente l’ottusità del pensiero a senso unico, Cinzia Ugatti è un’ energica donna alla ricerca della verità, un personaggio che l’attira perche fonde passione e razionalità e le permette dunque di porre in campo il meglio della sua energia interpretativa. Sulle note di Fabrizio De Andrè, cantore del senso del mistero che circonda la fede oltre che degli ultimi, l’ecoscenografia di Olga Marciano e Geppino Gorga, interamente realizzata con i rifiuti, si caratterizza per pochi elementi che alludono a una visione estremamente chiara dei fatti, troppo chiara per non attirare su di sé delle ombre: un serpente, il gigantesco libro della Bibbia, il seggio dorato del sacerdote a rappresentarne l’autorità, una mappa del mondo che sembra ritratto da una mano giovane (perché è sempre giovane la mente che si interroga). Rivolgendosi direttamente all’Ente supremo, la donna esamina tutto con una lucidità che non scende mai a compromessi. Dio ci ha creato per amore? Guai però a manifestare liberamente gli istinti di cui ci ha dotato. Ha voluto il libero arbitrio? E questo basta a giustificare il male che stritola il mondo? Il suo è un disegno a favore della vita? E allora perché troppo spesso percorre la via della morte? Le acrobazie verbali dei “portavoce” (il clero e tutti i sedicenti cristiani) non bastano a far tacere le inquietudini. Mescolando ironia e amarezza, dolcezza e audacia, la protagonista smaschera tutto quel che di inverosimile e assurdo si cela nei testi sacri, mettendo a nudo la grossolana caparbietà di chi non si spinge oltre il proprio naso. L’intento della messinscena non è però quello di fare a meno del divino, ma di recuperarne l’autenticità. Ecco allora che, superando d’un balzo norme, dogmi e divieti, la narratrice andrà in cerca di Dio nel cuore e negli occhi di chi ama e di chi soffre. Quando la mente si sbarazza di vincoli e nevrosi, ciò che appare lontano diviene insospettabilmente vicino. E se anche la ricerca si rivelasse vana, meglio inseguire un miraggio che nasce da un’esigenza interiore che farsi schiavi di una volontà basata sulle nevrosi, ma incapace di parlare all’anima.  

mercoledì 2 aprile 2014

Applausi a Salerno per “N’hanno fatto crerere paravisi”



Termini dialettali che hanno il fascino di formule magiche. Nessun diaframma tra essere umano e paesaggio. Una salda fiducia nella capacità di costruire propria delle mani e del linguaggio in quel continuo oscillare tra disperazione e speranza che è la vita, anche se non c’è posto per le illusioni. Ha convinto del tutto la platea del Piccolo Teatro del Giullare “N’hanno fatto crerere paravisi”, lo spettacolo diretto e interpretato da Andrea Paolotti, che ha recitato insieme a Michele Di Stio e Maria Scorza, autrice della drammaturgia. La messinscena è avvenuta nell’ambito dell’iniziativa “Tra scrittura e performance” ideata da Vincenzo Albano, direttore artistico di Erre Teatro e già ideatore del progetto Teatrografie 2013. In quella che si presenta a tutti gli effetti come una fiaba, il titolo allude ai miraggi di un egoismo senz’altra prospettiva che se stesso che ha progressivamente distrutto il mondo, ripiombando tutto e tutti in un contesto primitivo, si potrebbe dire pre-logico. Nei momenti cruciali i personaggi emergono come fotogrammi nel buio attraverso una parete divisoria trasparente, come se la loro individualità dovesse lottare per imporsi sull’oblio che rischia a ogni passo di inghiottirli. Asteria (un Michele Di Stio che affascina perché costruisce nei minimi dettagli la credibilità del personaggio) è una donna che strappa alla terra i suoi frutti grazie alla nipote Demetra (la stessa Scorza, che interpreta anche la scaltra Leto) e Glauco (Paolotti, che esprime tutta la fresca esuberanza della gioventù e la sfrontatezza del Soldato che tenta continuamente di depredarli). La pagnotta venerata da Asteria rimanda a un’era pagana, lontana dalle trappole della modernità. Poiché però il bisogno di sopraffare riemerge ciclicamente, la vecchia si scopre nemica della più naturale delle forze, l’amore, perché tutta protesa verso l’esigenza di accumulare. Si assottiglia dunque la differenza rispetto a Leto, che pretende di leggere il futuro nelle carte ma è efficacemente mostrata come una figura dalla vista incerta, perché concentrata solo su di sé. E quando i perosnaggi in lotta saranno travolti dal fiume, simbolo della forza cieca e irresistibile della natura, rimarrà Demetra a fare del racconto la base per costruire il futuro. In questo elogio dell’oralità e della concretezza, non c’è posto per la retorica o il buonismo. La parola, madre e figlia del pensiero e delle arti, genererà di nuovo la luce dove rabbia e rapacità hanno portato le tenebre.