sabato 28 febbraio 2015
“La gatta sul tetto che scotta”, in scena l’ipocrisia borghese
domenica 22 febbraio 2015
“Il signor Bovary”, il fascino indiscreto della crudeltà
Può essere estremamente scomodo appurare le motivazioni di un uomo,
sondare cosa si nasconda dietro i suoi alibi, ma forse le maschere esistono per
questo: per crollare sotto il proprio peso. Feroce come una rasoiata e intenso
fino a mozzare il respiro, “Il signor Bovary” (Edizioni Intermezzi) conferma la
vocazione di Paolo Zardi alla crudeltà che i lettori avevano già sperimentato
in “Il giorno che diventammo umani”. Una crudeltà che non ha nulla a che fare
con la tendenza masturbatoria propria di tanti scrittori che colpiscono per il
puro piacere di dimostrare quanto si sentano abili nel colpire, ma che attinge
alla carne e a quel grumo incongruo che sono le sensazioni, perché non si
scaverà mai abbastanza a fondo in quello che un individuo prova e perché non
esiste altro che questo inesorabile scavo. L’omologo dell’antieroina di
Flaubert è estraneo alla sua stessa vita. Zardi fa ingoiare a chi legge il
sapore dell’alienazione nelle nude sequenze di gesti, oggetti, luoghi che
vampirizzano chi dovrebbe viverli, ma un’identità di plastica non può resistere
all’impudenza del desiderio. E quanto più il protagonista si identifica nel
ruolo che ha scelto (un quarantenne che oscilla tra convenienza, doppiezza e
vanità) tanto più è consumato nell’adulterio dall’ansia di felicità. La
facilità con cui le illusioni incendiano e muoiono si nutre di una caustica
concretezza che coinvolge in ogni momento di questo lento precipitare nel
nulla. Anche l’usurata metafora degli scacchi (lo scontro tra chi agisce e ciò
che lo distrugge) assume un senso più autentico, perché la vicenda narrata è lo
specchio in cui non si può fare ameno di osservare la propria immagine. Non
occorre un gesto eclatante per essere schiacciati dalla fragilità: basta
ricordarsi che il sangue continua a scorrere nelle vene, mentre la morte e il
cinismo tessono le loro trame. Nel deserto che attende chi ha osato sognare di
più, la voce narrante è dentro e fuori il percorso di dissoluzione: distanza e immedesimazione
si equivalgono quando si cerca una via d’uscita per quelle “creature
scricchiolanti e male assemblate” che sono le persone. “Il signor Bovary”
rovescia il concetto di maieutica. Da sè, da quei corpi ingannevoli che sono le
parole non proviene una consapevolezza salvifica, che conduca a rigenerarsi. E
l’ultimo viaggio non prevede bussole né strade ben tracciate. martedì 3 febbraio 2015
Alchemy, la magia dei Momix
Trasformare, rigenerare, transitare da
una forma all’altra sapendo che non esiste approdo
definitivo
nella fantasmagoria del visibile. I quattro elementi vanno incontro a una transustanziazione reciproca in un
abbagliante succedersi di colori e luci in “Alchemy”, lo spettacolo creato e
diretto da Moses Pendleton, che ha curato anche la proiezione video e il
collage musicale, in programma al Teatro Verdi di Salerno il 6 febbraio alle 21
e in replica il 7 alle 17 e alle 21 e l’8 alle 18.30. La messinscena è in
sostanza un omaggio alla capacità della
Natura di ridefinire di continuo le proprie regole, facendo sbocciare la
possibilità di vita nella dissoluzione e regalando alla vita stessa la
possibilità di essere consumata in un attimo. E come la conoscenza alchemica è
analisi del possibile e della trasversalità, attesa amorosa di scenari sempre
cangianti, cosi il corpo di ballo di Pendleton si consacra a una rigenerazione
senza respiro di ciò che intercetta i nostri sensi, invitandoci a scoprire
tutta la meraviglia che può sgorgare da ciò che (è ritenuto) ordinario. venerdì 30 gennaio 2015
“Vietato porno amen”, la carne e il buio

Ogni verità risiede nella
carne. L’epicentro di ogni conoscenza è lì, dove crollano alibi e menzogne e il
rimosso è pronto a esplodere. La carne restituisce l’uomo a se stesso anche a
costo di precipitarlo nel peggiore degli incubi. In una serata che vedrà gli
interventi di Alfonso Amendola, Elio Goka e Davide Speranza, con “Vietato porno
amen”, diretto e interpretato da Antonio Grimaldi e dalla Compagnia Teatro
Grimaldello, in programma alle 20.30 di stasera presso il Teatro Diana di
Nocera Inferiore, non si assiste solo a una messinscena tratta liberamente da
“Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ma anche e soprattutto a una cristologia
rovesciata che non approda a nessun cielo. Ripiomba sulla terra con la stessa
violenza con cui Grimaldi si accascia al suolo dopo essersi colpito.
L’appuntamento rientra nell’ambito della rassegna Di Segnato Tempo, che si
avvale del sostegno del Comune di Nocera Inferiore e dell’associazione
culturale Noceracconta. L’amore per il più scomodo intellettuale che l’Italia
possa vantare viene da lontano. Già “In nome del padre” era stato reso omaggio
a quel lancinante amore per l’esistenza e per una consapevolezza non allineata
che aveva caratterizzato Pasolini a dispetto della morte crudele che lo aveva
rapito e di tutti i tentativi di distorcere il significato del suo percorso. Il
regista appare nudo sullo sfondo del deserto (omaggio al celebrato “Teorema”)
per poi offrirsi come una sorta di vittima sacrificale a pulsioni segrete:
quelle che spingono a schiacciare, a reprimere, in un orgiastico bisogno di
autoaffermazione. Il suo corpo resta disteso sul palco durante l’intera
messinscena, perchè ciò che è scritto nella pelle non si cancella, mentre gli
interpreti, vittime e carnefici, sono prigionieri dell’ossessivo rituale della sopraffazione.
L’atmosfera di Salò rivive nella sua crudezza. Sotto fasci di luce rosso
sangue, mentre campeggia l’immagine del Giudizio Universale, i corpi diventano
nient’altro che cose da esibire e calpestare in un asfittico delirio di
onnipotenza. Guardare nell’abisso è l’unico modo per non esserne risucchiati e
se l’antico binomio pathos /matos, dolore/conoscenza si rinnova di continuo, la
sofferenza muta della donna in nero dinanzi all’uomo abbandonato al suolo (una
donna araba, una madre, il simbolo di qualcosa di irraggiungibile) chiude in un
fermo-immagine il bisogno della carne di essere vita e non sepolcro.
sabato 24 gennaio 2015
“Di segnato tempo”, un viaggio nell’inquietudine
Le ferite del passato, lo smascheramento delle
ipocrisie e una riflessione sulle inquietidini della modernità caratterizzano
Di Segnato Tempo, la rassegna in programma dal 24 gennaio al 7 febbraio presso
il Teatro Diana di Nocera Inferiore,
organizzata dalla compagnia Teatro Grimaldello e dall’associazione culturale
Noceracconta. Si inizia stasera alle 20.30 con lo spettacolo promosso da Erre
Teatro e diretto da Antonio Grimaldi, “Il baciamano” di Manlio Santanelli.
Nella Napoli del 1799 che consuma il fallimento della Rivoluzione, Anna Rita
Vitolo e Vincenzo Albano incarnano con sconvolgente intensità due figure spinte
violentemente ai margini della storia: un giacobino perdutamente innamorato di
ideali di cui sconta la morte e Janara, una lazzara decisa a cucinarlo per
sfamare la sua famiglia stritolata dalla miseria e dalla sopraffazione. La
distanza tra vittima e carnefice si assottiglia nel continuo oscillare tra
dolore e crudele ironia. Per un lungo attimo respirano l’illusione di vivere in
un mondo in cui scoprirsi persone e non pedine di un cannibalismo dell’anima
prima ancora che del corpo, ma nella scrittura di Santanelli, assecondata dalla
spietata nudità della messinscena di Grimaldi in cui irrompono brani ben noti
allo spettatore all’insegna dello straniamento (“Un bacio è troppo poco”, per
citarne solo uno) non esiste nulla di consolatorio o edulcorato. E se davvero
l’inferno è vedere morire i propri sogni, scendete senza esitare nel fascino
malato di questo abisso.domenica 9 novembre 2014
La dolorosa consapevolezza di “Una pura formalità”
L’indicibile accade fuori scena (fuori delle
proprie difese e certezze). A sipario chiuso riecheggia uno sparo, mentre
imperversa il suono di una pioggia violenta. E quando il palco diventa
visibile, una guardia cerca di decifrare alla luce incerta di una torcia i nomi
che costellano le pareti di quello che sembra un ampio cunicolo sotterraneo. È
un viaggio tutt’altro che agevole dal buio alla luce (quella del nulla o della
rinascita) “Una pura formalità”, lo spettacolo diretto e interpretato da Glauco Mauri, in programma
fino al 9 novembre alle 18.30 al Teatro Verdi di Salerno. Ispirata all’omonimo
film di Giuseppe Tornatore, la messinscena è un lungo duello verbale tra il
commissario di una stazione di polizia che genera inquietudine per il senso di
abbandono in cui versa (lo stesso Mauri) e Onoff, uno scrittore a cui Roberto
Sturno dona tutta la disperata energia di chi si sente messo all’angolo ed è
costretto a rimestare nel proprio passato alla ricerca delle risposte che non
vorrebbe trovare. La vicenda si snoda con l’inesorabilità di un redde rationem
in cui ricordi, false piste, allusioni, sorprese si susseguono in una ricerca
della verità che culmina nel ritorno al punto di partenza: Onoff è carnefice e
vittima, dato che si è ucciso con lo sparo udito all’inizio. Non è un caso che
sia uno scrittore, ovvero una figura che dovrebbe osservare con un’acutezza al
di sopra della norma l’assurdità del vivere: lo scacco diviene allora ancora
più bruciante, perché le parole non sono riuscite a contrapporsi al peso
dell’esistenza, per quanto l’opera sia comunque destinata a sopravvivere al suo
autore (l’ultimo romanzo che diverrà un successo). In questo oscillare tra la
coscienza e il rimosso, gli interpreti compiono su se stessi un paziente lavoro
di scarnificazione, mettendo progressivamente a nudo le proprie pulsioni fino a
riconoscere la propria essenza di viaggiatori privi di meta. La sofferenza che
divora l’anima è una sorta di rituale che si perpetua oltre il tempo: i nomi
sulle pareti della stazione appartengono a chi ha condiviso la sorte del
protagonista, dinanzi alla quale il commissario diviene nume tutelare, confidente, accusatore, dolente
complice di un uomo inchiodato all’impossibilità di strappare se stesso ai
propri limiti. Non resta che cercare ancora, malgrado sconfitte e solitudini,
un significato che possa illuminare, anche solo per un istante, il vicolo buio
che la vita può essere. E quando, prima di perdersi in un altrove troppo
lontano da ogni raziocinio, Onoff si chiede “E adesso?”, i protagonisti si
voltano in silenzio verso la platea, nella vana attesa che una risposta si
manifesti. mercoledì 5 novembre 2014
“Una pura formalità”, Glauco Mauri e Roberto Sturno al Verdi di Salerno
Comprendere e comprendersi può essere il
momento più crudele e straniante della propria vita. Eppure non esistono
alternative: bisogna spingersi oltre la cosiddetta realtà, aprire le porte che
sembrano ostinatamente chiuse. “Una pura formalità”, la versione teatrale del
film di Giuseppe Tornatore curata e diretta da Glauco Mauri, aprirà il 6 novembre
alle 21 la stagione del Teatro Verdi di Salerno. Lo spettacolo resterà in
cartellone fino al 9 novembre, quando la replica si terrà alle 18.30. Oltre a
Roberto Sturno, che interpreta lo scrittore Onoff, il cast comprende Giuseppe
Nitti, Amedeo D'Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore. Giuliano Spinelli
e Irene Monti firmano scene e costumi, mentre le musiche sono di Germano
Mazzocchetti. In un commissariato dall’aria fatiscente, in cui sembra smarrito
ogni concetto di tempo, al cospetto di un commissario (lo stesso Mauri) che
sembra conoscere più di quanto ammetta, Onoff è accusato di un delitto su cui
sembra davvero un’impresa riuscire a fare luce. La tensione cresce sino al
culmine per poi giungere a una conclusione sconvolgente. “Ho cercato di far rivivere tutta la
forza drammatica della sceneggiatura, modificandone quelle parti che si
presentavano con dei connotati troppo cinematografici- ha scritto il regista-
preservandone al tempo stesso quell’intensità che dall’inizio ci avvolge nel
suo misterioso intreccio.
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