Non è assolutamente detto
che una penna sia innocente (non si conoscono i suoi genitori, ovvero la sua
storia). E non è detto che un singolare dialogo tra marito e moglie sia solo un
diversivo erotico. È nell’ordinario che si annida l’inconfessabile, indizi
distorti mandano in pezzi l’idea che esista qualcosa di assodato e di
riconoscibile. Nella sua capacità di occultare la crudeltà nel paradosso, “Ceneri
alle ceneri” di Harold Pinter non perde il suo smalto a distanza di anni e lo
spettacolo diretto presso il Piccolo Teatro del Giullare di Salerno da Carla
Avarista, con l’aiuto regia di Concita De Luca, è un intenso percorso tra
memorie, allusioni, sogni soffocati in cui la ricerca della verità è
un’implacabile opera di scarnificazione. I due coniugi, lui desideroso di
conoscere i dettagli su di un amante, lei abile nello stuzzicare e spegnere la
sua curiosità, vengono messi a nudo man mano che tentano di definire il mosaico
di sensazioni e ricordi (sempre incompleti, sempre fuorvianti) tra chiacchiere
all’apparenza fuori luogo e un dolore che s’insinua fino ad esplodere. Non è un
caso che l’allestimento sia dominato dal bianco: il colore della mancanza,
della quiete che attende di essere squarciata. Anna Rita Vitolo domina il
palcoscenico con una intensità che catalizza a ogni passo l’attenzione e Marco
Villani non le è da meno nel tratteggiare con attenta dedizione un virilità che
oscilla tra complicità e sopraffazione. I movimenti, una danza ambigua e a
tratti gioiosa, esprimono duplicità. Il foulard scherzosamente conteso, per
esempio, sarà poi associato a qualcosa di terribile. Seduzione, contrasto,
unione, si susseguono come se entrambi tentassero di esorcizzare ciò che li
sovrasta e abita in loro: l’impulso a dividere il mondo in vittime e carnefici.
Poco importa se stiano rivivendo un passato effettivamente vissuto o se in loro prevalga una sorta di inconscio
collettivo. Ciò che violenta un’anima tocca tutte le anime. E per quanto
l’Occidente voglia essere immemore, le ferite che infligge a se stesso tornano
a sanguinare, mentre l’innocenza stessa si ritrova ridotta in cenere.martedì 24 novembre 2015
“Ceneri alle ceneri”, l’inconfessabile nell’ordinario
Non è assolutamente detto
che una penna sia innocente (non si conoscono i suoi genitori, ovvero la sua
storia). E non è detto che un singolare dialogo tra marito e moglie sia solo un
diversivo erotico. È nell’ordinario che si annida l’inconfessabile, indizi
distorti mandano in pezzi l’idea che esista qualcosa di assodato e di
riconoscibile. Nella sua capacità di occultare la crudeltà nel paradosso, “Ceneri
alle ceneri” di Harold Pinter non perde il suo smalto a distanza di anni e lo
spettacolo diretto presso il Piccolo Teatro del Giullare di Salerno da Carla
Avarista, con l’aiuto regia di Concita De Luca, è un intenso percorso tra
memorie, allusioni, sogni soffocati in cui la ricerca della verità è
un’implacabile opera di scarnificazione. I due coniugi, lui desideroso di
conoscere i dettagli su di un amante, lei abile nello stuzzicare e spegnere la
sua curiosità, vengono messi a nudo man mano che tentano di definire il mosaico
di sensazioni e ricordi (sempre incompleti, sempre fuorvianti) tra chiacchiere
all’apparenza fuori luogo e un dolore che s’insinua fino ad esplodere. Non è un
caso che l’allestimento sia dominato dal bianco: il colore della mancanza,
della quiete che attende di essere squarciata. Anna Rita Vitolo domina il
palcoscenico con una intensità che catalizza a ogni passo l’attenzione e Marco
Villani non le è da meno nel tratteggiare con attenta dedizione un virilità che
oscilla tra complicità e sopraffazione. I movimenti, una danza ambigua e a
tratti gioiosa, esprimono duplicità. Il foulard scherzosamente conteso, per
esempio, sarà poi associato a qualcosa di terribile. Seduzione, contrasto,
unione, si susseguono come se entrambi tentassero di esorcizzare ciò che li
sovrasta e abita in loro: l’impulso a dividere il mondo in vittime e carnefici.
Poco importa se stiano rivivendo un passato effettivamente vissuto o se in loro prevalga una sorta di inconscio
collettivo. Ciò che violenta un’anima tocca tutte le anime. E per quanto
l’Occidente voglia essere immemore, le ferite che infligge a se stesso tornano
a sanguinare, mentre l’innocenza stessa si ritrova ridotta in cenere.venerdì 6 novembre 2015
“Lo sguardo di Ricciardi”, il non tempo di un antieroe
Cosa
si prova quando si sta per annegare nel buio? Quando ci si aggrappa
disperatamente all’ultimo respiro strappato a forza? Ricciardi lo sa. I
fantasmi degli assassinati lo perseguitano, imprigionandolo nel loro estremo
istante fino alla risoluzione di un mistero che non dà nessun conforto a questo
malinconico antieroe. Conoscitrice profonda dei meccanismi narrativi di
Maurizio De Giovanni, Brunella Caputo si mette totalmente in gioco con rara
dedizione in “Lo sguardo di Ricciardi- Il Fatto, la Passione, l'Amore” applaudito presso il Piccolo
Teatro del Giullare di Salerno, omaggio al personaggio dello scrittore
napoletano. Il disegno luci e le coreografie di Virna Prescenzo rendono i corpi
degli attori protagonisti assoluti di una scena arricchita solo da sensazioni e
prospettive giustapposte sulle note affascinanti dell’Electric Ethno Jazz Trio:
Stefano Giuliano(sassofono, wha wha, octaver, harmonizer), Domenico Andria(basso,
loop, fuzz, delay) e Pietro Ciuccio (percussioni, voce, hang, loop). Se Vanni
Avallone offre un ritratto energico del travestito Bambinella, la cui storia è
evocata da Antonia Avallone creando immediata curiosità attorno a lui, e
Alffedo Micoloni connota un brigadiere all’insegna di un’onestà ruvida e
dolente, Teresa di Forio, Alfio Battaglia e la regista stessa si sdoppiano,
talvolta osservando Ricciardi, talvolta identificandosi con lui e le figure che
lo circondano. È una scelta coerente: la percezione del commissario è multipla
e tale deve essere l’approccio al suo mondo (la Caputo e la Di Florio sono scalze
come sono raffigurati spesso i defunti nell’arte). Nello scandire quella che è
una sorta di via crucis laica attraverso le tappe del Fatto (il dono del
protagonista), la passione (la sensualità incarnata da Livia), l’amore (Enrica,
la donna che gli è preclusa per salvarla da un destino di visioni nefaste), ci
si muove in un non tempo che assolutizza sentimenti e attese, in una zona di
confine tra essere e non essere in cui l’unica certezza è la forza inesausta
del desiderio. I defunti desiderano abitare il presente (ciò che gli somiglia,
almeno), Ricciardi ha sete di verità e di normalità, l’amata desidera vivere
ciò che può solo sognare. Tra l’implacabilità degli specchi e la tenerezza
delle confidenti, le donne sul palco invitano a
tenere fuori la “refola”, il breve istante in cui è possibile aprirsi a
un nuovo inizio. Ma nulla può soffocare l’ansia di essere finalmente altro, di
regalare allo sguardo più di quel che possa vedere.venerdì 30 ottobre 2015
Il corpo abitato di Leonardo Capuano
Mica facile convivere con i
propri fantasmi. Tra una gamba dissociata che si anima appena ode la musica (la
più misteriosa delle arti, non a caso, come misterioso è il cervello umano),
una donna da inseguire attorno a un tavolo per discutere del mascarpone e
dell’infinito e familiari a dir poco ingombranti, non si può essere neppure
folli in santa pace. E siamo poi cosi certi che esista una logica
inoppugnabile? Presso il Piccolo Teatro del Giullare di Salerno
“Elettocardiodramma” di e con Leonardo Capuano ha concluso tra gli
applausi “Per voce sola”, la rassegna
ideata e diretta da Vincenzo Albano. Il titolo rimanda a un curioso esame
medico e all’adrenalina diffusa a piena mani dallo spettacolo. Nel consacrarsi
interamente al suo personaggio, un balbuziente che indossa un vestito di donna
senza sapere perché e sa cogliere quel che ad altri sfugge proprio per il suo
essere ai margini di ciò che è “normale”, l’artista ne sottolinea con
stupefacente energia la tenerezza, la curiosità, la vis comica, la capacità di
spiazzare pubblico e ipotetici interlocutori con giochi di parole, questiti
stranianti, ansia di gioco che è sempre tentativo di esorcizzare il dolore e la
solitudine. Mentre sa contemplare se stesso nelle circostanze più anomale,
l’uomo in scena accoglie in sé diversi personaggi: una madre che di materno ha
ben poco ma in compenso non è affatto noiosa, tra una parabola appesa al collo
per captare alieni e spiriti e l’augurio che i suoi rampolli trovino presto la
pace eterna, fratelli che sono complici e antagonisti, che si tratti di provare
a spararsi addosso o di cercare Satana in fondo al mare, una donna che incarna
tutti i sogni più dolci. Seguendo Capuano in quelle che apparirebbero solo
stravaganze, si coglie la lucidità tra le pieghe della pazzia. Inseguire in
cerchio l’amata è l’essenza dell’amore, che è inesausta ricerca di quel che non
si lascia raggiungere senza riuscire davvero a evadere dall’ossessione. La
malattia della madre è specchio di un male più profondo, il veleno
dell’incomunicabilità e della voglia di sopraffare. Lo stesso abito femminile
allude alla necessità –frustrata- di comprendere ciò che è altro da sé e tutte
le azioni restano come sospese perché non esiste alcuna certezza. Inutile
chiedere al farmacista una pillola per l’equilibrio, magari somministrata di
tanto in tanto. Non resta che osservare il volo delle donne fenicottero, rapide
a sparire come la promessa della felicità. giovedì 22 ottobre 2015
Per voce sola, successo per “Letizia forever”
È dolce, timida, ha gli occhi vivi di una bambina
mentre è seduta compunta come una scolaretta su una pedana di legno dove
troneggia un mangianastri e sopra al suo capo ruota la classica sfera argentata
delle discoteche. Si fa presto a dimenticare la sua poderosa barba e a
considerarla più donna di qualsiasi altra donna. Che mistero volete che esista
in una creatura così tranquilla? Più di quanto si possa immaginare,
risponderebbe lei. Accolto calorosamente dal pubblico salernitano presso il
Piccolo Teatro del Giullare, “Letizia forever”, scritto e diretto da Rosario
Palazzolo, ha segnato la terza tappa di “Per voce sola”, la rassegna diretta da
Vincenzo Albano. Salvatore Nocera lavora sapientemente su pochi, efficaci
dettagli per tratteggiare il suo personaggio: l’ingenuità con cui racconta ciò
che l’emoziona, lo sguardo ferito quando rivive il suo dramma (urla indistinte
si odono all’inizio e alla fine della narrazione, perché evadere dal dolore è a
volte impossibile), l’ironia tanto più acuta quanto più proviene da
un’analfabeta a cui la vita ha fatto promesse non mantenute. Letizia è tenuta
sotto controllo in quello che sembra un ospedale psichiatrico (abbiamo solo il
suo punto di vista e tutto è estremamente ondivago) e poiché bisogna far luce
su un delitto, è spinta a dar voce ai pensieri sulle note di canzoni “genere
amore”, come lei le definisce. “La musica arragiona con l’icoscio” spiega, ma
“l’icoscio” è furbo: non si fa smascherare con facilità. Sulle note di Pupo,
Gianni Togni, Viola Valentino, sappiamo tutto di lei: il difficile rapporto con
la madre, la fuga col futuro marito, la solitudine, la scoperta del tradimento
e infine il coltello brandito. A questo punto, il buio: ha ucciso? È stata
uccisa? Il figlioletto che viene a trovarla e la chiama ora mamma, ora papà è
prova di una deriva psicologica? Letizia non sa e non vuole rispondere. Il
fatto stesso che siano le note, spazio delle sensazioni e delle illusioni, a
far emergere qualcosa di lei sull’onda di desideri frustrati mostra come la protagonista
resti ai margini del cosiddetto raziocinio. Non esiste un’unica realtà. Le
risposte non sono che dubbi fragili. E anche la sarcastica scelta metateatrale
di immaginarsi dinanzi a un pubblico per comprendere ciò che sfugge alla
comprensione, nonostante la prevalenza, ricorda, dei cretini (di qui la pedana
da cui orchestrare la sua “pièce”) deride la catarsi da sempre attribuita al
palco. Barba e ciabatte rosa non sono in contraddizione. Letizia è
pirandellianamente se stessa, suo marito, la vita sognata nei “fabulosi anni 80”, la vittima e il colpevole.
Inutile chiederle altro: è già tempo di ascoltare una nuova canzone.
sabato 10 ottobre 2015
“Antropolaroid”, istantanee dal passato
Essere inchiodati a un
ruolo, a un destino? Si farebbe di tutto per sfuggire a questo copione, che si
creino gabbie peggiori o si corra incontro alla libertà. Accolto
entusiasticamente al Teatro del Giullare di Salerno, “Antropolaroid” di e con
Tindaro Granata ha segnato la seconda tappa della rassegna di Vincenzo Albano,
“Per voce sola”. Quando la voce del protagonista si fa strada nel buio
descrivendo il momento dell’impiccagione, non crea semplicemente tensione
attorno al primo personaggio sul palco (il bisnonno Francesco, umile e forte
come tutti gli uomini legati alla terra, che si uccide per un cancro), ma
allude a cappi ugualmente letali: la miseria, la sopraffazione, la legge del
più forte che costringe il nonno Tindaro a essere al tempo stesso vittima e
carnefice al servizio di Badalamenti in un omicidio mimato con gesti violenti e
dolorosi, perché il corpo narra meglio delle parole ciò che fa a pezzi
un’anima. Tutti i familiari in cui Granata si trasforma con un semplice
movimento, con una rapida inflessione, cercano di sottrarsi a ciò che li
imprigiona: zia Peppina, che ignora con dolce caparbietà la gamba offesa per
insegnare il valzer a nonna Maria Rosa, la quale fugge per un amore che le farà
del male, Nià Mena che la aiuta e vede nella giovane la possibilità di vivere
che a lei, ex prostituta, è stata preclusa, papà Teodoro alla ricerca di
un’autoaffermazione. Perfino zio Gasparino, che non vuole tenersi distante
dalla pista da ballo a dispetto della meningite (ma nella Sicilia cocciutamente
chiusa nel suo non tempo, dove la donna che conosce l’italiano è “buttana”, è
la fantasia a esorcizzare il male e la paura, per cui è stato un angelo nero a
rubare a Gasparino il pensiero quando era in fasce). Nel declinare tutte le
sfumature del tormento e della tenerezza, all’artista bastano una sedia e un
lenzuolo che diventano tomba, letto, vestito della festa, dato che sono appunto
le emozioni a dominare la scena. Dal passato rivissuto anche con ironia
(indimenticabile la bisnonna Concetta che sputa sulla lapide del marito, reo di
averla resa vedova) emerge l’ansia dello stesso Tindaro di essere padrone di
sé. Nella danza antica che sfida Badalamenti, inizia a infrangere le catene con
l’isola che pure abita in ogni suo respiro. Sulla nave che lo porta verso il
suo futuro di attore ritrova proprio il nipote del mafioso: la sua presenza è
evocata da una sola lampadina accesa sul proscenio, dato che i legami con ciò
che è stato sono l’unica certezza in un’esistenza tutta da definire. Ma non si
torna indietro. E mentre il domani si avvicina, resta in Tindaro la benedizione
della “stidda” assicurata dalla bisnonna: tanta bellezza, tanta fortuna, tanta
sofferenza. Perché è il dolore il prezzo per alzare al cielo occhi nuovi.giovedì 1 ottobre 2015
“XXI Secolo”, amore e dissoluzione
Storie dall’impianto
narrativo solo apparentemente semplice sono spesso destinate ad abitare a lungo
la mente di chi le legge. È il caso di “XXI Secolo” di Paolo Zardi. Mentre
miseria e violenza divorano tutto, il coma in cui cade la moglie del
protagonista lo costringe a riconsiderare tutto ciò che ha vissuto. All’interno
di un percorso creativo che ha il suo epicentro nel momento in cui le maschere
crollano, l’autore si misura in modo ancora più ambizioso che in passato col
doloroso momento della dissoluzione e con gli echi che essa lascia in chi la
vive. Raccontare la disperazione espone al rischio dell’enfasi, ma la scrittura
di Zardi è felicemente immune da questo pericolo. Anche quando si inoltra in
analisi che sgomentano per la profondità di quel che cercano e rivelano ("XXI
Secolo" non è un libro da comodino, i lettori passivi possono tranquillamente dedicarsi
ad altro), lo stile possiede una concretezza ruvida e tagliente che abbatte
qualunque diaframma tra chi legge e ciò che viene letto: lo si avverte nella
propria carne. Attraverso sotterranee analogie il momento della crisi sembra
dilatarsi all’infinito. Eleonore soggiace a un’insidia che nasce dal proprio
corpo come l’Occidente ha nella propria rapacità il germe del suo male. Il
protagonista che vende apparecchi per depurare l’acqua porta a porta vuole
diffondere linfa vitale nel corpo come desidera che gli affetti restino vivi e
protetti nel tessuto dei giorni. Mentre però l’Occidente è sepolto nel
fallimento e dunque la sua immobilità è percepita come inaggirabile, quella di
Eleonore manda in pezzi ciò che era considerato saldo e al riparo da pericolosi
mutamenti. La sua è un’immobilità antifrastica, che allude al proprio opposto,
mostrando la fluidità, l’incostanza, l’imprevedibilità di tutto quello che
coinvolge un’anima.
La voce narrante è coerente
con l’ampiezza del disegno. Ne "Il signor Bovary" l’immedesimazione nella figura
principale (altalenante e ambigua come tutti i bisogni umani) era motivata da
un redde rationem legato a quanto di
più intimo si possa concepire, il desiderio, e nasceva soprattutto da un
approcio problematico con la scrittura, che è rivelazione mai salvifica del
disagio. In "XXI Secolo" la resa dei conti ha assunto dimensioni planetarie, dato
che l’Occidente ha sempre preteso di essere l’ombelico del mondo e la ricerca
di senso diviene così pressante che si impone un tipo di narrazione capace di
abbracciare il singolo e la collettività. Si moltiplica lo sguardo, dunque,
perché si moltiplicano i naufragi.
Zardi è stato sempre
affascinato dal concetto di limite perché in esso, come in una
consustanziazione laica, si attua in pieno la natura umana. Il limite gravoso
che qui viene continuamanete riproposto è quello di una logica soffocata dai suoi
stessi tentativi di individuare, rivelare, decifrare. Anche il rapporto con
l’informazione -la vicenda del fantino vittima di un incidente, le notizie dal
mondo- conduce su una falsa pista, perchè quella che vorrebbe essere un’ottica
multipla, in grado di cogliere a ogni livello la complessità, è in realtà la
messinscena di qualcosa di cui si è persa la ragione ultima.
L’Occidente collassa perché
su di esso si accartoccia il suo limite, che è pretesa di imporre
un’omologazione del pensiero e del comportamento, ma pretendere che i rapporti
siano traducibili in chiare equazioni, in un sistema di causa ed effetto non
conduce da nessuna parte. Non si può ingabbiare un magma di sensazioni in una
categoria. Ecco allora che al limite inteso come superbia di ridurre il mondo a
se stessi se ne contrappone un altro, accolto a fatica e con disperata fiducia,
che dalla coscienza della propria fragilità fa germogliare la possibilità di
riscrivere la propria storia. Quel che confina in una condizione può divenire
un varco per aprire su quella stessa condizione occhi nuovi e riviverla al di
fuori di parametri soffocanti. Zardi non regala mai facili approdi o
scorciatoie consolatorie. Non sappiamo se l’amore sarà una via d’uscita.
Possiamo solo comprendere che quello che ci sottrae alla barbarie scaturisce da
quelle stesse viscere che ci spingono verso il baratro.
martedì 29 settembre 2015
“Ecce Robot”, il talento visionario di Daniele Timpano
Kitsch, brutti, violenti,
pornografici. E dunque, irresistibili. Era il 4 aprile del 1978. Chi diavolo
poteva immaginare che l’alabarda spaziale di Goldrake si sarebbe conficcata
nella mente e nel cuore di un’intera generazione? Applaudito dal pubblico del
Teatro del Giullare di Salerno, “Ecce Robot. Cronaca di un’invasione” ha aperto
la seconda edizione di “Per voce sola”, la rassegna, nata dall’impegno
dell’associazione culturale Erre Teatro, che ha in Vincenzo Albano il suo
direttore artistico col sostegno del Comune di Salerno, di contributi privati e
la collaborazione di Pura Cultura e di Fonderie Culturali. Ricostruendo
con divertente scrupolo filologico il
primo e l’ultimo episodio di Mazinga Z, un cult di quegli anni, Daniele Timpano
rende omaggio al creatore di questa e altre serie di successo, Go Nagai, nel
dar vita a tutti i personaggi e nell’ispirare ai cartoni nipponici il suo
stesso approccio al palco, come il conto alla rovescia per la fine dello
spettacolo che crea la tensione adatta a un’astronave. Lo sguardo spiritato, i
movimenti a tratti convulsi, le espressioni spesso fissate in una maschera
buffa non lo farebbero affatto sfigurare in un plot del Sol Levante. L’adrenalina
profusa in uno spettacolo che non conosce attimi di cedimento è elogio della
sfrenata libertà espressiva a cui i robot hanno aperto le porte e il protagonista si presenta come il frutto di una
mutazione antropologica (cosa aspettarsi da chi alle elementari camminava
alzando le ginocchia come Lupin III?). La stessa temuta, denunciata e
osteggiata da gran parte dell’opinione pubblica di quarant’anni fa, dalla
lettera dei seicento genitori di Imola contro l’inaridimento intellettivo ed
emotivo dei figli made in Japan alla demonizzazione di Nantas Salvalaggio, che
nella tragica morte di un bimbo ammiratore di Goldrake vedeva senza appello il
male che avanza (e qui il sarcasmo riesce a giocare tutte le sue carte senza
ledere neppure in parte il dramma). Ma ecco l’orgoglioso capovolgimento della
questione. È vero, gli eroi d’acciaio sono entrati nel dna, sarebbe stato probabilmente
meglio far saltare in aria un democristiano in quel periodo travagliato invece
di passare pomeriggi interi davanti a quelle trasmissioni e lo stesso teatro di
Timpano rivendica con comica ammirazione di essere nato da quella produzione a
basso costo. Dietro l’onnipresenza del televisore però vi era l’assenza degli
adulti o le loro tensioni malate: il ricordo di una gamba tagliata al padre in
una lite è la grottesca dimostrazione di come l’orrore ami nascondersi nella
quotidianità. Nulla spaventa un bambino più di una famiglia in pezzi. Mamma e
papà che vomitano veleno l’uno sull’altro dietro una porta a vetri turbano più
di qualunque mostro. E il missile fallico di Mazinga Z farà sempre minor danno
di un genitore anaffettivo, che relega davanti al piccolo schermo chi ha solo
voglia di sognare un po’ di più.
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